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EUTANASIA GIUDIZIARIA DELLA DEMOCRAZIA

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Si chiama punto enantiodromico e deriva dal greco ἐναντιοδρομία, composto di enantios, opposto e dromos, corsa, che significa letteralmente corsa nell’opposto.

E’ ora di correre nell’opposto, chiudendo una fase deleteria ed esiziale.

In altri termini, il punto enantiodromico, potremmo chiamarlo punto di svolta dove, in un grafico, la curva che sale, improvvisamente, si trasforma nella curva che scende.

Possiamo anche usare un’altra immagine: la goccia che fa traboccare il vaso.

In ogni caso, il decreto con il quale il Tribunale ordinario di Roma non ha convalidato il trattenimento nella struttura albanese di un immigrato del Bangladesh, rappresenta un punto di svolta che implica una presa di posizione politica netta, senza la quale la democrazia in Italia può tranquillamente celebrare la sua estinzione per eutanasia giudiziaria.

E’ da tempo che esiste un contrasto tra poteri dello Stato che sta demolendo la democrazia nel Bel Paese.

L’Art. 101 della Costituzione dispone quanto segue: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”.

La stessa Costituzione dice che il popolo è sovrano e che elegge i propri rappresentanti nel Parlamento della Repubblica, il quale legifera.

La fonte del diritto, pertanto, è il popolo, che esercita la sua sovranità tramite il Parlamento, non tramite i giudici, i quali, sono soggetti soltanto alla legge.

Essere soggetti alle legge significa che devono applicare la legge che è determinata dal Parlamento, il quale agisce per delega popolare (elezioni).

Quando questo chiaro disposto costituzionale si inceppa viene meno la sovranità popolare e con essa la democrazia.

La sentenza del Tribunale Ordinario di Roma ha il merito di aver determinato il punto enantiodromico. O si determina una svolta decisa o c’è il rischio concreto di un collasso della democrazia.

Inutile riaprire la ormai consunta discussione sui limiti della magistratura, sulla sua politicizzazione e via discorrendo. Altrettanto inutile dare udienza ai lamenti di un’opposizione sguaiata.

La questione riguarda la politica e comporta azioni decise ed urgenti.

La politica deve decidere se morire, sottoponendosi all’eutanasia giudiziaria, o se cambiare decisamente la situazione agendo con la sua arma costituzionale: leggi, decreti legge (possibilmente chiari).

Leggi e decreti ai quali i giudici devono sottostare.

La prima fondamentale legge da mettere in atto è il recupero completo e totale dell’immunità parlamentare, così come era al tempo della Prima Repubblica, prima che qualche mente leggera pensasse di modificarla.

La totale immunità parlamentare garantisce che chi legifera sia sottratto alla giurisdizione della magistratura e sottoposto solo alle decisioni del Parlamento.

La seconda fondamentale azione è che ad ogni azione giudiziaria che vada contro, con cavilli vari, alle determinazioni di chi governa, si risponda legiferando con decreti e successive leggi di convalida degli stessi.

Giorgia Meloni ha annunciato che lunedì ci sarà un Consiglio dei ministri di dove saranno varate nuove norme che punteranno a ribadire – in punta di diritto – che spetta al governo, non ai giudici, indicare quali siano i Paesi sicuri. Sulla stessa linea il guardasigilli, Nordio, ha ripetuto “Prenderemo dei provvedimenti legislativi. Se la magistratura esonda dobbiamo intervenire”. 

La premier considera quella dei centri di detenzione in Albania come la prova di forza decisiva per non restare imbrigliata fino al termine della legislatura. Così annuncia: «Ho convocato un Consiglio dei ministri per lunedì prossimo per risolvere questo problema e per approvare delle norme per superare questo ostacolo: penso che non spetti alla magistratura dire quali sono i paesi sicuri ma al governo».

L’idea è quella di sostituire il decreto interministeriale che attualmente definisce l’elenco dei paesi sicuri con un decreto, scalando così la gerarchia degli atti da norma di secondo livello a norma di primo livello, cioè il decreto legge. La seconda ipotesi mira invece a stabilire con una legge ad hoc la struttura della Farnesina che si occupa di stilare la lista dei paesi sicuri.

La decisione del Presidente del Consiglio è più che mai opportuna, ma deve essere solo la prima mossa di un percorso che faccia chiaramente capire che ad ogni interpretazione cavillosa della legge, che tenda a snaturare le intenzioni di un Governo legittimamente eletto e che ha il sostegno di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta, seguiranno provvedimenti legislativi che rendano chiaro alla magistratura quali sono i confini di legge entro i quali deve agire.

La questione non è solo quella dei migranti, ma della democrazia in Italia.

In questo senso è anche ora di definire fino a che punto il Papa, il Vaticano, la Cei possano interferire nei fatti italiani, aiutando, proteggendo, finanziando chi agisce in contrasto con le determinazioni del Governo.

Il Vaticano è passato impunemente dal “non expedit”, al Concordato con il fascista Benito Mussolini, in quanto pecunia non olet : la Convenzione finanziaria prevedeva infatti la corresponsione, da parte dell’Italia, della somma di 750 milioni di lire in contanti, oltre a un miliardo di lire in buoni del tesoro al 5%, a definitiva tacitazione dei reciproci rapporti finanziari conseguenti agli avvenimenti del 1870.

Mille lire del 1929 equivalgono a 1.054 euro di oggi.

Il Vaticano si è poi apprestato a gestire la politica italiana per conto degli Usa nel Dopoguerra e non si rassegna all’idea che dovremmo essere un libero Stato non sottoposto alla Chiesa cattolica apostolica romana.

Anche questa questione va chiarita, in quanto non è possibile che chi ha per ben due volte firmato un Concordato con lo Stato italiano agisca contro di esso finanziando Ong che agiscono contro la legge.

In buona sostanza, e per concludere, o la politica alza la testa, raddrizza la schiena e recupera pienamente il suo ruolo, oppure il prossimo passo sarà l’eutanasia giudiziaria della democrazia del Bel Paese.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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