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EUROPA, IL NODO ENERGETICO

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di Paolo Falconio*

Il progetto comunitario, al quale ho creduto e partecipato nel nome di un ideale culturale e di pace e di prosperità per un continente che letteralmente si è autodistrutto due volte nel corso di mezzo secolo, sembra svanire di fronte a tre fattori. Il primo è che dopo essere stato consumato dal surplus commerciale tedesco, oggi sta in piedi con la garanzia tedesca, salvo che la Germania dovrà fare presto scelte draconiane per assorbire l’impatto degli assetti geopolitici. Ha già pronta una moneta di riserva comune per la sua galassia di nani del nord, molto virtuosi quanto ininfluenti. Il secondo fattore è che l’UE è divenuta una struttura acefala parallela alla NATO, la quale ha subito un’alterazione del suo impianto normativo attraverso prassi che ne hanno alterato la funzione. E questa nuova funzione non sempre coincide con gli interessi europei. Si formano assi extra UE, dove la Gran Bretagna gioca un ruolo chiave dopo aver scelto la via della Brexit. La difesa comune è una farsa. Dopo la dichiarazione di Northwood per uno scudo nucleare europeo Franco britannico, si rompe l’asse Franco britannico in favore di un asse britannico tedesco. Il tradizionale tandem Franco tedesco è ormai un ricordo del passato. Non riescono neanche a mettersi d’accordo sul nuovo caccia di 6 generazione tanto che la Germania si guarda in giro. La Polonia che insieme alla Francia ha le migliori forze armate europee prende molto dall’ Europa, ma non restituisce nulla e si arma con armi prima americane e oggi sudcoreane.

La verità è che la costruzione europea ha perso i suoi tratti fondamentali E qui interviene il terzo dei fattori: garantire l’Energia. Una qualsiasi potenza media prende l’energia anche a casa del diavolo. Perché dai costi energetici dipende l’Economia. Vi ricordate lo splendido film “I tre giorni del Condor?”. Ma ancora meglio le parole di Mattei di fronte al rifiuto delle sette sorelle di collaborare: “Vi ricorderete di queste parole, perché noi siamo un popolo che ha fame e ne abbiamo bisogno”. È giusto diversificare le fonti, tuttavia la teoria della “disruptive strategy” europea: investire in innovazione, rilanciare la produzione industriale locale, puntare sulla fusione nucleare e sulle tecnologie emergenti, pur trovandomi favorevole, non mi impedisce di vederne i limiti. Primo è una strategia di lungo periodo e poi è irrealistica per come viene proposta. Non può esserci rilancio della produzione con un costo dell’energia fino a cinque volte superiore al costo che permetteva alle aziende di essere competitive e nelle more non si può morire. Stiamo distruggendo il nostro apparato industriale e con esso il know how che avevamo in quei settori.

Di fronte ad un Giappone che si rifornisce dall’ Iran, ad una Turchia (Paese NATO) che compra dalla Russia, noi non abbiamo futuro. Non si tratta di essere filo russi o di fare la pace, si tratta di realismo politico e di interessi primari, un luogo dove ci sono solo nemici. Dall’energia dipende tutto: dall’acciaio (e quindi in parte anche il riarmo),ai data center per l’IA e al momento non possiamo permetterci dieci anni in attesa che entrino in funzione le centrali nucleari. Ecco quale è il nodo che l’UE non riesce ad affrontare perché si è spinta oltre i compiti assegnati dai trattati fino a diventare carnefice di sé stessa. Ecco perché l’UE sta tradendo il suo mandato primario che è quello di garantire pace e prosperità al continente europeo. Ricordarsi che la prima Europa era quella della CECA, ossia del carbone e dell’acciaio (al tempo energia e armi, ma non solo) è un buon modo per capire le reali priorità di questo nostro continente.

Il richiamo alla CECA – carbone e acciaio – è più che nostalgico: è un invito a tornare alle basi, a ciò che ha reso l’Europa un progetto concreto.

*Member of the Honorary Governing Council and lecturer at the Society of International Studies (SEI) Madrid

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