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ELEZIONI EUROPEE, TRA POLITICA, TECNOCRAZIA E GLOBALIZZAZIONE

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di Antonio Foccillo
L’anno prossimo si voterà per le elezioni europee e quindi una valutazione sullo stato, sul suo funzionamento e sulle sue imposizioni va fatto molto prima del voto. 
La rivoluzione neoconservatrice ha influenzato le democrazie europee in concomitanza con il repentino declino di tutto l’Occidente, al quale si sta sottraendo gran parte della sua forza economica ma anche della consapevolezza dei suoi valori ideali.
Stiamo assistendo quindi ad una trasformazione delle democrazie europee e del cittadino espressione del popolo sovrano, che è stato gradatamente sostituito da una nuova tecnocrazia.
Il modello conservatore diventato il riferimento di tutto l’Occidente, ha avviato un sistematico processo di scardinamento ideologico ed istituzionale dei valori di libertà ed uguaglianza, nonché la delocalizzazione dell’apparato produttivo nazionale (globalizzazione) e il libero operare di una speculazione finanziaria senza freni (deregulation).
È così velocemente passato il tempo in cui i Paesi Occidentali mostravano al mondo una democrazia incentrata sui valori laici dell’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge e sulla tutela delle libertà individuali, valori che erano rafforzati dal principio di solidarietà che aveva come strumento il welfare.
A questo modello si è poi aggiunto il pensiero di Keynes che mise in dubbio l’infallibilità del mercato, e propose di attivare un meccanismo che, per far ripartire il sistema economico, rilanciasse la domanda globale attraverso la spesa pubblica.
Una economia basata sulla domanda piuttosto che sull’offerta significò dare centralità al ruolo delle masse sociali sovvertendo una situazione che legittimava la concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta élite.
La classe politica post prima repubblica si è adeguata al modello neo liberista ed ha sostituito il “cittadino” con il “mercato” come ispiratore del suo agire e della sua visione del mondo.
Il conflitto tra democrazia e globalizzazione è diventato più aspro nel momento in cui il processo di globalizzazione ha finito per limitare l’esercizio delle politiche preferenziali a livello nazionale senza un’espansione compensativa dello spazio democratico a livello globale/regionale.
L’Europa è già dalla parte sbagliata di questo confine.
Jürgen Habermas, sostiene il «rafforzamento dell’integrazione europea », ma a condizione di una tripla «ridemocratizzazione » e cioè la riabilitazione della politica contro la finanza; il controllo delle decisioni centrali attraverso una rappresentanza parlamentare rafforzata; il ritorno alla solidarietà e alle riduzioni delle disuguaglianze tra i paesi europei.
In un’Europa che si vorrebbe democratica le difficoltà e l’emarginazione operate nei confronti delle giovani generazioni, impossibilitate peraltro a far sentire la loro voce dissenziente, genera fenomeni di devianza che a volte diventano violenza. Questa non è, non può essere, la via dell’Europa!
In questi anni abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte in materia di diritti, una distanza grandissima tra ceto politico e società.
Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. I diritti, anche in presenza di crisi economiche, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose e la soluzione che tutti prospettano di “avere più Europa”, presuppone che l’Europa non sia soltanto economica e monetaria.
Tuttavia dell’Europa sociale non c’è traccia, se non una inapplicata Carta dei diritti e quindi, per molti Paesi, Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’ e ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini.
Questa parabola discendente dell’Europa non è imputabile solo alla recessione e al declino che stiamo vivendo, perché è cominciata prima delle crisi economiche, della Pandemia e della guerra.
L’origine deriva dalla constatazione che mentre il Parlamento Europeo ha aumentato il suo potere essendo ormai in grado di cambiare la quotidianità dei cittadini europei, la percentuale di quelli che votano per eleggerne i componenti è calata di moltissimi punti.
È un paradosso che proietta un’ombra sul concetto stesso di democrazia sebbene ad essere inadeguati non siano i meccanismi formali di delega e dunque la legittimità delle decisioni, ma l’assenza di un’opinione pubblica europea capace di discutere e di dividersi non sulla base di interessi nazionali ma su questioni importanti di interesse generale.
Manca anche una qualsiasi visibilità  e capacità politiche dei leader delle istituzioni europee per cui qualsiasi decisione su questioni cruciali appare arrivare da un luogo oscuro – l’Europa – le cui decisioni sono imposte senza possibilità di dissenso.
Quanto alla realtà quotidiana: distruzione di ricchezza, impoverimento, attacco al mondo del lavoro, tensioni sociali, crisi del debito, rischio di implosione dello spazio europeo, sono gli effetti odierni della lunga crisi iniziata nel mondo anglo americano nel 2007 e sull’altare dell’emergenza rischia di immolare la democrazia europea, dove la chiusura dello spazio per una vera democrazia compiuta con la costituzionalizzazione dell’austerità, blocca qualunque proposizione di modelli economici, sociali e politici alternativi.
Ancor più importante ed infido, perché viene attuato nel più assoluto silenzio, è il processo di trasformazione dello spazio europeo in uno spazio di sorveglianza e governance economica esente da qualsiasi controllo democratico: Euro plus pact, poi rinforzato con il Fiscal Compact, e il MES, che apportano ulteriori poteri alla vigilanza sul bilancio.
Con il Fiscal Compact gli Stati si sono impegnati nella riduzione del debito in misura di un ventesimo l’anno e non desta nessun dubbio sulla sua democraticità il fatto che impegna qualunque governo, di qualsiasi orientamento politico, democraticamente eletto.
È chiaro quindi che le istituzioni sovranazionali hanno ormai il potere di guidare metodi e obiettivi dell’azione politica all’interno dei singoli Stati membri dell’Unione, fino a poterne riscrivere le manovre finanziarie, cambiarne la Costituzione e sanzionare i Paesi inadempienti.
Siamo quindi giunti alla costituzionalizzazione di una dottrina economica di parte i cui fondamenti sono il pareggio di bilancio, l’esclusione dello Stato dall’economia, l’idea mistica delle privatizzazioni e l’assoluto divieto di ricorrere al debito come strumento di sviluppo.
Tutto ciò sfacciatamente ignorando che la democrazia è basata sulla normalizzazione del conflitto fra le parti e sull’apertura alla cittadinanza del dibattito circa il percorso da intraprendere. Con il Fiscal Compact questo spazio di discussione e di alternativa ha cessato e continua a cessare di esistere.
La crisi avvenuta in Grecia ed il compromesso imposto al popolo greco sono la testimonianza che le nazioni dominanti e la «tecnostruttura» di Bruxelles e di Francoforte hanno tentato di portare a termine e che indica un cambiamento della struttura della «costituzione materiale» e quindi degli equilibri di potere tra la società e lo Stato, l’economia e la politica.
Questa rivoluzione dall’alto porta la neutralizzazione della democrazia parlamentare, i controlli sul bilancio e sulla fiscalità da parte dell’Unione Europea, la cura estrema degli interessi bancari in nome dell’ortodossia neo-liberista.
Bisogna accettare passivamente questa situazione?
Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in discussione, nessuna «soluzione» sarà possibile. Ma la governance attuale esclude a priori questa ipotesi e per questo sacrificherà l’intera crescita a tempo indeterminato.
La messa in moto di tali processi e strumenti di coercizione decisionale indebolisce anche i sindacati, rimasti a lottare su scala nazionale contro sempre più stringenti e inappellabili “raccomandazioni” europee che vedono nell’abbassamento dei salari e nella precarizzazione dell’occupazione l’unico metodo per recuperare competitività; che rendono fatue le lotte dei movimenti per i beni comuni, costringendo gli Stati a svendere infrastrutture e servizi pur di abbattere il debito e garantire la libera concorrenza secondo le logiche vigenti del mercato unico.
Esse fanno apparire irreali, dinnanzi alla necessità di ridurre di oltre 40 miliardi l’anno le spese statali per obbedire al Fiscal Compact, le rivendicazioni di quanti chiedono un maggiore investimento nell’istruzione, nelle politiche sociali, nella conversione industriale e nella salvaguardia del territorio.
Infine lega le mani ai partiti e alle loro politiche, ma soprattutto priva la cittadinanza della possibilità di definire il proprio futuro collettivo giudicando autonomamente fra diverse rappresentazioni della realtà e diverse risposte politiche alla crisi.
Sembra ormai che non ci sia più spazio alla sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità che gli appartiene ed infatti i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale collassano inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si limitano a un’adesione più o meno “sentita” e una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.
Contemporaneamente stanno diventando sempre più estese e pressanti le richieste di un’Europa politica perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere il proprio futuro vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale.
Alcuni anni fa alcune forze politiche avanzarono l’idea di un’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale da tutti gli europei e incaricata di redigere una nuova stesura dei trattati in stretta cooperazione con le forze sociali e le istituzioni elette in particolare a livello locale. Nuova proposta costituzionale, quindi, da sottoporre poi all’approvazione di tutti i cittadini attraverso un referendum.
Il fatto è che l’Europa pur essendo un’unità culturale e storica che duemila anni di guerre non sono riusciti a spezzare, pur essendo una civiltà che ha saputo mantenersi vitale attraverso i millenni, pur essendo diventata un valore universale purtroppo non è ancora riuscita a diventare una realtà politica e non si può essere sicuri che riuscirà a diventarla.
C’è chi ha frenato e continua a frenare la realizzazione dell’unità europea e continua a volere un determinato tipo d’Europa, ingabbiata in una moltitudine di vincoli, mutilata non solo geograficamente, ma sotto tutti gli aspetti.
In sintesi importa la vocazione all’Europa, non quella dei mercanti, della finanza e delle multinazionali, bensì l’Europa della cultura, delle arti, delle lettere, della scienza, della tecnologia, della civiltà, dei diritti, dello sviluppo e del lavoro.
L’attuale situazione non è, non può essere, l’Europa proposta dai padri fondatori.
Nella relazione tra sovranità e democrazia – sostengono alcuni politologi – non tutte le restrizioni sull’esercizio della sovranità risultano essere non democratiche.
Si sostiene che alcune limitazioni selettive alla sovranità potrebbero migliorare la performance democratica ma non c’è alcuna garanzia che tutti i limiti imposti da un’integrazione dei mercati possano avere lo stesso risultato.
Ma combinare l’integrazione dei mercati con la democrazia richiede la creazione di istituzioni politiche sovranazionali che siano rappresentative e responsabili.
Potremmo concludere dicendo che non si possono avere globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale allo stesso tempo.
Se i leader europei desiderano mantenere la democrazia, devono scegliere tra l’unione politica e la disintegrazione economica.
Devono da un lato rinunciare in modo esplicito alla sovranità economica, oppure metterla, in modo attivo, a servizio dei suoi cittadini affinché ne traggano beneficio.
Più si rimanda la scelta di una di queste opzioni più aumentano i costi politici ed economici che dovranno in definitiva essere pagati.

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  • Redazione

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