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Echi dal Concistoro

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di Vito Sibilio

Dal 7 all’8 gennaio del 2026 papa Leone XIV ha tenuto il suo primo Concistoro straordinario, riunendo attorno a sé tutti i Cardinali, compresi gli ultraottantenni. Queste riunioni, a causa dell’ormai inflazionato numero delle porpore e della distinzione tra galeri in carica e quelli in quiescenza, non sono più da tempo il Senato vero della Chiesa e i Papi, con una tendenza sempre esistita, hanno accentuato l’orientamento a consultare veramente solo un numero ristretto di Cardinali – tanto che Papa Francesco istituì, su richiesta dei suoi elettori nel Conclave, un Consiglio ristretto istituzionale al quale si devono molte responsabilità nelle scelte del Papa defunto – ma in ogni caso il fatto che il Vescovo di Roma si sia amabilmente confrontato con i Presbiteri e i Diaconi titolari della sua Diocesi e coi Vescovi suffraganei della sua Provincia è il segno di uno stile partecipativo nuovo, diverso da quello autoritario del Predecessore e manifestazione di una volontà di gestione collegiale della Chiesa, come del resto denota la permanenza negli uffici curiali di buona parte del personale bergogliano. Il Papa ha promesso un Concistoro all’anno. In sintesi, è come se si fosse passati da Bonifacio VIII a Benedetto XI o da Pio XII a Giovanni XXIII o da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI. In questo Concistoro, tuttavia, sono state pronunziate parole degne di essere commentate, anche un pochino a freddo.

Le prime sono quelle del Cardinal Fernandez, il prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede, il cui discorso è stato, erroneamente, condensato sulla stampa conservatrice nel concetto per cui non dobbiamo essere ossessionati, nell’annuncio evangelizzatore, dalle dottrine, creando un effetto di contrasto tra il ruolo e i concetti del prelato. In realtà, il Grande Inquisitore formato nella Teologia della Liberazione non ha fatto altro che ribadire ciò che la Chiesa Cattolica va ripetendo dal Concilio Vaticano II, ossia che l’omiletica e la predicazione si devono convertire in kerygmatica, che a sua volta verte sul messaggio essenziale della Scrittura e del Vangelo, per il quale il Cristo si è incarnato, è nato, è morto ed è risorto per noi. Fernandez si è riallacciato alla Evangelii Gaudium, l’esortazione apostolica missionaria di Bergoglio, e ha anche citato Benedetto XVI, a dimostrazione che sul nucleo kerygmatico dell’annuncio tutta la Chiesa contemporanea è d’accordo. La vera questione che si deve dunque porre a fronte delle parole di Fernandez è se oggi questa contrazione dell’evangelizzazione e dell’omiletica in kerygmatica sia ancora valida. A tale scopo faccio solo due rilievi, perché a buon intenditor poche parole. L’evangelizzazione della Chiesa avanza bene, ma solo nelle terre di fede giovane, mentre segna il passo nei continenti battezzati da tempo, complice l’indifferentismo immanentista. Inoltre tra Africa e Asia vi è differenza, perché le antiche tradizioni religiose asiatiche sono poco permeabili all’annuncio evangelico. Infine, i musulmani, ovunque nel mondo, sono assai difficili da convertire, anche per la forte pressione contraria del loro ambiente. Per cui la questione della missionarietà della Chiesa andrebbe rimodulata andando oltre la questione del contenuto e sostanziando di più il tema dell’inculturazione, scegliendo modi diversi per parlare a destinatari differenti e perfezionando quanto fatto in tal senso fino ad oggi. Un discorso analogo si può fare per la crisi dell’omiletica che, come forma retorica, è del tutto scomparsa e priva i fedeli dell’unica occasione che molti di essi hanno di sentire una istruzione religiosa regolare, in quanto spesso il clero preferisce ripetere slogan sintetici che del kerygma, peraltro, sono solo la caricatura. Il secondo rilievo riguarda la concezione ideologica dell’annuncio che è legata al primato del kerygma. E’ vero che l’annuncio evangelico è kerygmatico, ma è anche vero che gli stessi missionari del kerygma, ossia gli Apostoli, hanno infiorato quella predicazione di moltissime altre dottrine che, non a caso, sono contenute nei testi coevi dei Vangeli, ossia le Lettere. A sessant’anni dalla Dei Verbum, la Chiesa Cattolica dovrebbe fare i conti con il fatto che l’esegesi protestante, che essa ha pazientemente addomesticato, è sbagliata nei presupposti del suo metodo, che ha vivisezionato la Scrittura alla ricerca di uno strato più antico. E’ una questione ben più profonda della missione e riguarda la storicità del Vangelo, al quale una religione rivelata dovrebbe tenere particolarmente. Tanto più che ad oggi la Next Quest of Historical Jesus ha raggiunto risultati sorprendenti sulla dimostrabilità della storicità del Fondatore eponimo del Cristianesimo.

Altre parole degne di essere commentate sono quelle del Prefetto del Dicastero del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, ossia Arthur Roche, che sono state spese per difendere Traditionis Custodes, il documento bergogliano che ha stretto in una camicia di Nesso le celebrazioni nel Vetus Ordo. Non c’è nulla nelle parole del Cardinale che possa essere contestato per principio, in quanto le aperture di Benedetto XVI erano state una eccezione nel magistero liturgico dei Papi da Montini in poi. Ma esse rivelano un approccio vecchio e contraddittorio al tema. Infatti, dopo sessant’anni dalla Sacrosanctum Concilium, la Chiesa dovrebbe capire che il pluralismo liturgico non è né la babele delle lingue delle celebrazioni né l’anarchia dei simboli né la giustapposizione di riti secolari in giurisdizioni diverse, ma la capacità di dare voce a tradizioni diverse che abbiano ancora dei messaggi spirituali da veicolare. Negare l’uso del Vetus Ordo a chi chiede solo questo per rimanere nella Chiesa è sciocco, prima ancora che sbagliato. Se al Summorum Pontificum benedettino non si può tornare per rispetto di Bergoglio, Traditionis Custodes, promulgato sulla base di un responso episcopale poi rivelatosi clamorosamente falso, può e deve essere corretto, nel quadro di una ristrutturazione del vecchio messale e di una ripresa dell’uso del latino nelle celebrazioni papali del Novus Ordo.

Ancora, soffermiamoci sulle parole, speculari, di Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, e di Joseph Zen Ze Kiun, vescovo emerito di Hong Kong. Il primo, massimo artefice della sinodalità bergogliana, ne ha difeso metodi e contenuti, pur subordinandoli all’esercizio del primato petrino. Il secondo ne ha denunziato senza mezzi termini la manipolazione, fatta di temi preimpostati, di relazioni libere solo per alcuni, di consultazioni diffuse solo apparenti perché radicate nel mondo, sempre più piccolo, che gravita attorno alle Parrocchie. E’ difficile negare che il modello delle Comunità di Base in America Latina, nate attorno ad una Compagnia di Gesù già in decomposizione, sia stato quello che Francesco abbia avuto davanti agli occhi nel promuovere il suo sogno di sinodalità, sogno opaco e ambiguo in linea con il personaggio. Ed è perciò evidente che la riaffermazione del primato petrino da parte dell’architetto del cantiere sinodale serva a porre argini alla piena da lui stesso causata e a depotenziare lo spirito costituente che ha accompagnato questi ultimi anni gli ambienti neomodernisti cattolici. Ma ad oggi, data la deriva della Chiesa tedesca, su cui il Concistoro non ha detto nessuna parola colpevolmente, appare difficile fare un bilancio positivo del processo avviato dal Papa defunto. Anzi, colpisce che Grech non abbia ricordato che anche il Collegio episcopale ha un ruolo che il processo sinodale non può conculcare. Ma la vera bordata è venuta da Zen, prelato che ha testimoniato Cristo nelle prigioni comuniste, nei termini che abbiamo espresso. In sintesi, il Concistoro ci mostra che la Chiesa ha bisogno di ecclesialità e non di sinodalità, di comunione e non di consultazioni popolari parapolitiche. Mi sembra che la sinodalità si avvii ad un lungo viale del tramonto, sperando di non trovare cadaveri nelle piscine al termine di esso. E con buona pace dei preti che, pur vivendo al sicuro nell’opulento Occidente, giocano a fare i Gesuiti delle reduciones del XVIII sec.

Infine, il Cardinale Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale, che ha messo in evidenza come la Curia, riformata da Bergoglio, è al servizio non solo della Santa Sede ma anche delle Chiese locali, il che significa che il decentramento va inteso nel quadro del primato romano.

In sintesi, sembra che il Concistoro leonino sia come il suo Papa, in discreto e reale ascolto della Chiesa. La speranza è che le criticità emerse siano affrontate senza preconcetti ideologici, denunziati da Francesco più volte, ma spesso dalla parte sbagliata della Chiesa. Forse se la prossima volta avremo più aula e meno tavolini, più tempo e meno discorsi letti, e soprattutto meno curiali ereditati da Francesco, i risultati saranno migliori.

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  • Redazione

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