di Giorgio Cattaneo
Oggi qualcuno potrebbe anche mettersi a ridere (per non piangere) di fronte alla puntuale, magica comparsa degli incappucciati di turno, con la loro brava sigla sbucata dal nulla, per dare al pubblico l’illusione di una spiegazione credibile di fronte al recente massacro di Kerman, a due passi dalla tomba del generale Soleimani. Un agguato stragistico architettato da menti raffinatissime, con l’intento evidente di estendere all’Iran il focolaio che a Gaza si sta facendo di tutto per rendere intollerabile. Prima che la cronaca scivolasse nel puro genere fantasy, al netto delle pagine più sanguinose, c’era stato un tempo in cui – di fronte ai tornanti più accidentati – sembrava inevitabile rispolverare la memoria, magari scoprendo il ruolo esercitato anche in Medio Oriente da un attore spesso decisivo, benché in apparenza defilato: la Russia.
Proprio l’Unione Sovietica fu il primo paese al mondo ad approvare la nascita dello Stato ebraico. Nel libro “Perché Stalin creò Israele”, lo storico Leonid Mlečin ricorda l’epocale discorso con cui l’allora ambasciatore russo all’Onu, Andrej Gromyko, già nel novembre 1947 appoggiò la Risoluzione 181 sulla spartizione della Palestina in due Stati indipendenti (imponendo lo stesso voto favorevole a Polonia, Cecolovacchia, Bielorussia e Ucraina). Il leader sovietico non si oppose all’emigrazione degli ebrei russi verso Eretz Israel. Forse si illudeva di poter radicare in Palestina un avamposto socialisteggiante, ma soprattutto intendeva incoraggiare l’esodo delle popolazioni ebraiche in partenza dall’Ucraina e dalla Russia: una presenza storicamente problematica, date le croniche difficoltà di integrazione e la consistenza numerica di quella importante minoranza.
Se infatti nel primo quarto del XIX secolo nell’Impero Russo viveva circa la metà dell’intera popolazione ebraica del mondo – scrive lo storico israeliano Shlomo Zand – alla fine dell’Ottocento in Russia questa cifra raggiungeva l’80%: in altre parole, otto ebrei su dieci vivevano nei territori dello Zar, poi ereditati dai rivoluzionari bolscevichi. Altro primato di Mosca: l’Urss fu il primo e unico paese, nella storia, a minacciare ufficialmente il ricorso alla bomba atomica. Accadde nel 1956, quando il maresciallo Nikolaj Bulganin – primo ministro sotto Krushev – rivolse il drammatico ultimatum destinato a fermare gli invasori dell’Egitto: durante la crisi di Suez, le forze armate inglesi e francesi erano sbarcate a Port Said per rovesciare il governo panarabo di Nasser, dopo che Israele aveva occupato il Sinai e la Striscia di Gaza.
Sempre stridente, la convivenza di certe immagini. Da un lato il discorso con cui Putin, il 28 settembre 2015, annunciò all’Onu l’intervento russo in Siria, per sgominare l’Isis. Dall’altro, la foto-ricordo del futuro “califfo” Al Baghdadi, non lontano da Damasco, ritratto in amichevoli conversari con il senatore John McCain, inviato di Obama nell’area mediorientale. È stato proprio il Cremlino a far archiviare quel film dell’orrore, recitato per anni da feroci tagliagole raccontati come invincibili, inafferrabili e misteriosamente emersi dalla notte dei tempi, finanziati e protetti, armati fino ai denti. Una farsa tragica, finalmente cancellata dai bombardamenti russi in appoggio all’esercito siriano, con il contributo altrettanto determinante delle milizie libanesi di Hezbollah e delle truppe d’élite iraniane agli ordini del generale Soleimani.
Finora, di fronte allo scempio di Gaza, anche la Russia è rimasta a guardare: il ministro degli esteri Lavrov è sembrato quasi giustificarlo, come per proteggersi – specularmente – dall’accusa di aggressione che viene rivolta a Mosca riguardo all’operazione militare nel Donbass. Ora gli attentati di Kerman – oculatamente programmati per destabilizzare Teheran – cambieranno la sceneggiatura della crisi? Ricorda un analista geopolitico mainstream come Dario Fabbri: esattamente come quello anglosassone e quello russo, pure quello iraniano resta un impero. Stati multietnici, che vivono anche di gloria. Lo scià Reza Pahlavi – annota Fabbri – fu rovesciato dalla rivoluzione khomeinista per un motivo essenziale: il sovrano era diventato lo zerbino dell’Occidente, ferendo l’orgoglio ancestrale degli eredi dell’Impero Persiano. Gli iraniani sono riusciti a digerire persino gli ayatollah, pur di rialzare l’antica bandiera che li oppone da sempre al modello occidentale.
La cattiva notizia, se vogliamo – aggiunge Fabbri – è che nessuna dittatura può reggersi senza il suo popolo: il consenso popolare pesa comunque, anche in assenza di democrazia. E l’Occidente si illude, se immagina di potersi imporre sempre e comunque. Il giorno che la gente dell’Iran dovesse disfarsi del regime teocratico islamista, di sicuro non opterebbe per un governo vassallo dell’atlantismo. Ennesima provocazione, lo sfregio insanguinato a Soleimani, nell’anniversario della sua uccisione: fu assassinato a Baghdad nel 2020 con un drone, lontano da qualsiasi teatro di guerra. Un omicidio stranissimo, frettolosamente rivendicato dagli Usa senza fornire spiegazioni. Possibili analogie con l’offensiva terroristica di oggi? Pura barbarie, funzionale a piani non leggibili se non nel modo più immediato, come tentativi di spingere il regime di Teheran in uno scontro potenzialmente fatale.




