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E AL DIO DEGLI INGLESI NON CREDERE MAI

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di Giorgio Cattaneo
 
Ci vuole talento, per massacrare i bambini: un talento mostruoso. In tempo di pace, del fenomeno si occupano poliziotti, magistrati, criminologi. Appena esplode la guerra, però, i bambini scompaiono. Diventano numeri, piccole bare, corpicini avvolti in sudari di fortuna: lenzuola imbrattate di polvere, lacrime e sangue. Nient’altro che minuscoli cadaveri, triturati da quel talento spietato: la barbarie li uccide a migliaia, con freddezza, per settimane. Senza che il resto del mondo osi muovere un dito per fermare i carnefici e mettere fine all’abominio.
 
“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case”: il monito di Primo Levi (“considerate se questo è un uomo”) sembra scritto oggi, destinato agli attoniti spettatori dell’ultima strage in corso: spaventosa, abnorme. È qualcosa di osceno, insopportabile, che mette a dura prova la mente e in qualche modo disonora l’umanità, alimentando un atroce dubbio sulla stessa dignità di cui il sapiens si immagina portatore. Una volta cresciuti, i piccoli orfani di Gaza se ne ricorderanno: nessuno di noi fece nulla per salvarli e per impedire il martirio dei loro familiari caduti.
 
Lo smarrimento di fronte al luttuoso dilagare della ferocia è ben reso da un termine occitanico, “desmesura”: era utilizzato – come ricorda Simone Weil, ne “I Catari e la civiltà mediterranea” – per denunciare la smodata repressione contro gli eretici e i loro strenui difensori, nella Crociata Albigese del XIII secolo. Ai dominatori non bastava aver vinto: volevano infliggere agli sconfitti il massimo dolore, la maggior sofferenza possibile.
 
Dicono gli storici: qualcuno si è domandato cosa sarebbe accaduto se non fosse crollata nel 1213, nella battaglia di Muret lungo le rive della Garonna, la straordinaria alleanza fra Tolosa e Barcellona, ossia fra i due territori più prosperi e più liberi dell’Europa dell’epoca. Nella patria dei trovatori convivevano il cattolico e il cataro, l’ebreo e il musulmano.
 
Schematizza la Weil, con sguardo forse sognante: è come se per l’ultima volta nella storia fosse rifiorito lo splendore di un’intera civiltà, l’Atene democratica di Pericle, devota al culto della sapienza e della bellezza, prima di essere definitivamente travolta dall’orda buia degli eredi delle legioni romane, forti della loro religione terrificante: violenta e spietata come le divinità bellicose di cui sembra essere affollata la Bibbia.
 
Non è mai facile, rimestare tra le macerie della geopolitica: specie se, nell’ultima ecatombe, il numero dei bambini assassinati è incalcolabile. Sembra di assistere all’eterno ripetersi del medesimo gesto: la pulizia etnica di cui parla l’israeliano Ilan Pappé, nei suoi scomodi saggi sulla genesi dell’insediamento sionista. Corsi e ricorsi, a partire dall’assedio giudaico delle antichissime città dei Filistei, i palestinesi rivieraschi.
 
Lo sfratto finisce sempre nei libri di storia: il sacrificio dei curdi e quello degli armeni, il genocidio del Sudamerica sventrato dai conquistadores cristiani, lo sterminio dei nativi nel continente nordamericano.
 
“Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani”, cantava Fabrizio De André nel fatidico 1978, in un’Italia segnata dalla tragedia di Aldo Moro. A modo suo, il grande cantautore – proprio come la Chanson de la Croisade Albigeoise – rendeva omaggio agli sconfitti. “Coda di lupo”, si intitola il brano. “E fu nella notte della lunga stella con la coda che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa, crocifisso con forchette che si usano a cena: era sporco e pulito di sangue e di crema”.
 
Persino banale, nel Medio Oriente, evocare l’ombra dell’onnipresente entità imperiale britannica. È incarnata da uomini come Sir Mike Sikes, il diplomatico baronetto che – con il collega francese Picot – nel 1916 tagliò a fette il futuro della regione, alla faccia delle solenni promesse panarabe affidate al valoroso tenente colonnello Thomas Edward Lawrence.
 
L’anno seguente, un altro inglese – il ministro degli esteri Arthur James Balfour – garantì al barone Lionel Walter Rothschild che il Regno Unito si sarebbe impegnato per «la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico». Nella sua fatidica dichiarazione, Balfour si premurò di aggiungere qualcosa di politicamente corretto: «Nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina».
 
L’ennesimo britannico, il premier Anthony Eden, nel 1956 fece sbarcare i suoi paracadutisti in Egitto per rovesciare il regime di Nasser, colpevole di essersi ribellato ai diktat occidentali sbarrando il Canale di Suez. Nel frattempo, Israele aveva invaso il Sinai e, tanto per cambiare, la Striscia di Gaza.
 
Oggi, colpiscono le notizie che affiorano dietro lo schermo reticente del mainstream. Gli allarmi dell’intelligence di Tel Aviv, deliberatamente ignorati già a partire dalla scorsa estate, riguardo a possibili azioni terroristiche a cura dei macellai di Hamas. Sono gli stessi soldati israeliani – in video privati, poi circolati sul web – a meravigliarsi dell’improvvisa smilitarizzazione di quella che, fino al 7 ottobre 2023, era considerata la frontiera più invalicabile al mondo.
 
Emergono analisi, retroscena, illazioni. Spuntano rivelazioni, spesso veicolate dal quotidiano israeliano “Haaretz”: parlano di connivenze inconfessabili, tra opposti estremismi. E affiorano persino tacite intese, nel passato recente, tra il Mossad e gli 007 dell’Iran, potenza teoricamente arci-nemica.
 
Fausto Carotenuto, già analista dell’intelligence Nato, segnala la remota origine interamente anglosassone dei Fratelli Musulmani: marchio perfetto, per alimentare il comodo focolaio dello “scontro di civiltà”. Domandatevi – aggiunge – perché il primo finanziatore di Hamas sia il Qatar, paese che nella sua capitale (Doha) ospita l’unica succursale araba della Georgetown University, di ispirazione gesuitica, vera e propria culla dell’establishment “dem” degli Stati Uniti.
 
Annota un osservatore indipendente come il russo Dmitrij Koreshkov: il truce Yurij Andropov, di origine ebraica, è ricordato come la più gelida maschera del terribile Kgb. Ma l’apparenza inganna: sotto di lui venne tessuta una rete invisibile che, dietro il paravento teatrale della guerra fredda, coltivava insospettabili filiere sovietico-atlantiche, facendo intanto salire alle stelle il business dei rispettivi armamenti.
 
Tutto, aggiunge Koreshkov, era cominciato con l’avvento di Nikita Khrushev al Cremlino: sarebbe stata l’Urss a puntellare il declinante impero britannico, appena mortificato dalla crisi di Suez, fornendo un supporto inimmaginabile per la nascita del nuovo impero, quello finanziario.
 
Il patto sarebbe stato siglato a Londra, con i Rothschild. E il lavoro sarebbe stato affidato a personaggi perfetti, i cui nomi – tuttora – non dicono niente a nessuno. Per esempio il finanziere statale Andreij Dubonosov, fondamentale per sviluppare il mondo dell’offshore attraverso un link tra la finanza moscovita e la City of London. Oppure Evgenij Pitovranov, scarcerato negli anni ’40 dopo aver garantito a Stalin che avrebbe creato una rete-ombra per bloccare il network degli ebrei russi anti-stalinisti. Altro personaggio chiave di quegli anni, sempre di origine ebraica, Nikolaj Lunkov: ambasciatore in Gran Bretagna e poi in Italia, fino all’era Gorbaciov.
 
Indicazioni retrospettive, suggerimenti, ipotesi: poteri-ombra, che manovrano i destini delle nazioni. Nulla che basti, però, a risolvere l’enigma di fondo: perché tanta ferocia? Perché scatenare, periodicamente, grandi ondate di violenza e di terrore? Sembra che abbia un oscuro scopo, quella “desmesura”: alimentare vortici di paura e di odio, che a loro volta generano faide infinite.
 
La sensazione – molto sgradevole – è che interi governi, con i loro eserciti, vengano utilizzati come semplici strumenti: indossano i panni del cattivo, non si sa bene perché. Di fronte all’esorbitare dell’atrocità, le categorie dell’analisi geopolitica vacillano. Potere, denaro, ambizioni. O che altro? Sembra riecheggiare la cupezza della visione gnosticheggiante: la furia incontrollata della potenza ahrimanica, matrice e matrigna dell’universo materiale.
 
Meglio tornare con i piedi per terra, suggerirebbe il buon senso comune. Certo, non la terra di Gaza: un inferno fumante. Su cui aleggia anche la puzza dell’imbroglio, l’infamia del doppio tradimento: l’agire d’intesa col nemico, già sapendo in partenza quanto sarà estesa, poi, l’empia macelleria che seguirà.
 
Di tradimento parlarono gli arabi, finita la missione di Thomas Edward Lawrence. Ma si sentiva tradito anche lui, Lawrence d’Arabia: il suo governo non era stato di parola, con gli amici beduini. “E al Dio degli inglesi non credere mai”, l’avrebbe ammonito De André.
 
L’eroe britannico protestò nel modo più plateale: si dimise dall’esercito e dalla carica di consigliere politico degli Affari Arabi. Rifiutò clamorosamente la nomina di viceré delle Indie. Arrivò persino a snobbare il sovrano, Giorgio V, che stava per consegnargli la prestigiosa Victoria Cross. Ritiratosi a vita privata nella campagna del Dorset, il 13 maggio 1935 morì in uno strano incidente, mentre era alla guida della sua moto.
 
Non che sia davvero inglese, quel Dio: la sua nazionalità è incerta. Di sicuro è sempre molto indaffarato. E non perdona nessuno: non risparmia nemmeno i bambini.
 

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  • Redazione

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