Di Cosimo Risi
Non solo “peacemaker” ma anche “ender of wars” le qualifiche che Donald Trump e le coorti digitali dei sostenitori agitavano in campagna elettorale. Slogan convincenti rispetto alla sostanziale inerzia dell’Amministrazione Biden nell’assecondare i conflitti in corso, restando schierata dalla parte giusta, ma senza una forte iniziativa negoziale. In definitiva, il capo della trattativa era in mano a Zelenskyj in Europa e Netanyahu in Medio Oriente.
La promessa della vigilia non è la realizzazione del giorno dopo l’insediamento. Della nuova Amministrazione non risulta un approccio vigoroso alla Russia, il colloquio faccia a faccia con Putin è in programma e non in agenda. Il colloquio con Netanyahu è invece in agenda il 4 febbraio, quando Bibi arriverà alla Casa Bianca con il sigillo di essere il primo capo di governo ad essere ricevuto dal capo del fronte occidentale.
Netanyahu e Trump vantano un’antica dimestichezza. Durante il suo primo mandato, l’Americano concesse all’Israeliano quanto nessun predecessore aveva osato, malgrado che nel caso di Gerusalemme esistesse un voto del Congresso che impegnava il Dipartimento di Stato a trasferirvi l’Ambasciata. Il risultato più eclatante fu il lancio degli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti fra Israele e alcuni stati arabi. Avrebbe dovuto aggiungersi l’Arabia Saudita, il Regno condizionò l’assenso all’apertura alla formula due popoli – due stati. La formula che Netanyahu, nella sua lunga stagione da Premier, ha costantemente boicottato.
Trump chiederà presumibilmente a Netanyahu di mitigare la riserva. Recedendo da una posizione storica e facendo chiarezza in seno alla coalizione fra la visione pragmatica e la visione messianica. Quest’ultima si riferisce alla Cisgiordania con i nomi biblici di Giudea e Samaria e propugna il ritorno degli insediamenti a Gaza. Quegli insediamenti che un altro Premier Likud, Ariel Sharon, aveva sgomberato con la forza per restituire la Striscia al controllo palestinese.
La prospettiva del Grande Israele cozza con l’esigenza di tirare i Sauditi nello schema di normalizzazione. Ed ottenere da loro, fra gli altri vantaggi, quello di condurre una politica petrolifera in linea con la strategia americana verso la Russia. A medio termine, di rafforzare l’asse fra gli Stati Uniti e il Regno in tema di sicurezza ed eventualmente di energia nucleare.
La tregua a Gaza regge, malgrado che Hamas moltiplichi le esibizioni di forza e di gratuita crudeltà. Mostrare gli ostaggi da liberare in mezzo al popolo minaccioso non è prova di sensibilità umanitaria, serve all’Organizzazione a ribadire il radicamento presso i Gazani.
Alcuni leader non ci sono più, il reclutamento delle nuove leve funziona. Lo spettacolo espone i miliziani alla prevedibile vendetta di Israele. Verrà quando verrà anche a distanza di anni, così rinnovando la spirale provocazione-reazione. E d’altronde vale per ambedue le parti che solo la pista politico-diplomatica ha qualche prospettiva di porre fine al conflitto.
Sul piano interno, Netanyahu fronteggia alcuni dossier spinosi. La leva militare per gli studenti delle scuole teologiche, l’approvazione del bilancio 2025, le dimissioni di alcuni Ministri dell’area cosiddetta messianica, il rapporto con la Corte Suprema mentre s’insedia il nuovo Presidente.
Il Governo regge all’urto della prima fase dell’intesa su Gaza, grazie all’apporto della minoranza. È una soluzione provvisoria, potrebbe durare finché i sondaggi non spingano a staccare la spina ed invocare le elezioni anticipate. Il Capo dello Stato vigila sulla precarietà della situazione. Non è detto che Trump osteggi un passo in questa direzione. Per finire una guerra val bene scontentare un amico.




