
di Raffale Romano
Da storico guardo i documenti ed i fatti ed è questa l’analisi che mi accingo a fare per cercare di dare un senso reale alle ultime presidenziali in cui falangi di italici tifosi si sono azzannati convinti, poveretti, di determinare qualcosa ma dove più che altro si sono dimostrati più realisti del re cioè dei sudditi.
Procedendo con ordine ci sono stati due vincitori: le società di sondaggi che, a suon di milioni di dollari, si sono apparentemente azzuffate dichiarando i due contendenti alla pari invece ha stravinto Trump e i giornalisti ed opinionisti nostrani che si sono avvicendati per giorni nei talk italiani a suon di gettoni di presenza. Biden non stava più bene da tempo ed è voluto arrivare alla nomination per farsi incoronare contro gli altri 3 più potenti clan del partito democratico: gli Obama, i Clinton e Pelosi.
La loro avversità a Joe era dettata solo dalla speranza di poterlo sostituire con qualcuno dei propri fedeli, ma era difficile e molto complicato contrapporsi al presidente uscente perché avrebbero dovuto sfiduciarlo ufficialmente col rischio di perdere sicuramente le elezioni e, quindi, hanno evitato. Dopo la famosa conferenza stampa con Trump lo assalirono per fargli lasciare la Casa Bianca e Biden provò a resistere ma, alla fine, si dovette arrendere.
A questo punto il vecchio Joe si impose con la Harris anche perché i circa 600 milioni di dollari già raccolti per la campagna elettorale non sarebbero potuti passare ad un altro candidato. Alla fine piegarono il capo dopo discussioni e lotte intestine durate molti giorni. Il più coriaceo ad opporsi fu, senza ombra di dubbio, Barak Obama che voleva incoronare Michelle, la moglie, che in pubblico si scherniva mentre, dietro le quinte, si dava da fare.
A Michelle si opponeva anche Hillary che non avrebbe mai accettato che un’altra donna corresse il rischio di essere eletta quando lei era stata battuta da Trump nel 2016. A questo punto la Harris partì con un forte handicap temporale ma, per lo meno inizialmente, la spinta ci fu anche come raccolta fondi pari a circa 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Dall’altra parte Trump ne raccoglieva poco meno: peccato per le “procure nostrane” la qual cosa, se fosse successa in Italia con quelle cifre in ballo, avrebbero scatenato le loro armi di distruzione di massa con accuse di tutti i tipi.
Per fortuna degli americani lì da loro sono, come giusto che sia, solo avvocati dell’accusa e non giudici. Eletto Trump sempre qui da noi moltissimi opinionisti e giornalisti, cooptati a piè sospinto nei talk nostrani, hanno aperto il versante sui rischi per la democrazia negli Stati Uniti. Solo chi non conosce gli USA o non vuol dare precise notizie a chi riesce ancora ad ascoltarli non sanno che la democrazia americana è incardinata su una montagna di contrappesi per cui è impossibile per chiunque tentare di portare a compimento una simile follia. A tal riguardo si riporta di seguito una felice foto sugli USA di Giulio Andreotti su cosa fossero gli Stati Uniti:
“La CIA è una cosa, il Dipartimento di Stato un’altra, la DIA un’altra ancora e la Casa Bianca sta per proprio conto!”.
Ecco in un flash la dimostrazione dell’articolata democrazia yankee che ha, inoltre, strutture federali come i 50 Stati con le proprie banche centrali ed ognuna col proprio sistema fiscale. A sfavore dei sempre noti opinionisti e giornalisti italici agisce la “Storia” e non le “narrazioni” che ne hanno fatto.
Partiamo dal contestato muro costruito al confine col Messico dal suo ideatore George H. W. Bush, padre, che portò ad avviare il provvedimento. Il primo tratto, di 22,5 chilometri, fu costruito nel 1993 sotto la presidenza Clinton. Nel 1994, sempre con Bill Clinton, la barriera fu sviluppata ulteriormente con l’Operazione Gatekeeper in California, l’Operazione Hold-the-Line in Texas e l’Operazione Safeguard in Arizona. In più ci fu l’iniziativa di aggiungere una presenza fissa di forze di polizia al confine.
Nel 1996, sempre lui, varò una legge: la Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act (IIRIRA), che autorizzava nuove porzioni di muro al confine e rafforzava quelle esistenti. Nel maggio 2011, il presidente Barack Obama dichiarò che il muro era “sostanzialmente completo“, con la costruzione di 649 miglia (1.044 km) delle 652 miglia pianificate di barriera.
Passando alle richieste di aumento delle spese militari partirono nel settembre del 2012 con Obama che affermò: “Riconosco che in Europa ci sono opportunità per maggiore efficienza e rendimento nel settore militare, ma c’è un certo impegno irriducibile che i Paesi devono avere se vogliono essere seri nell’alleanza Nato e nella Difesa” portare almeno al 2% del proprio PIL le spese militari.
Solo nell’illusorio immaginario “de noantri” si pensa che ci sia totale e sostanziale differenza tra repubblicani e democratici statunitensi lo scorso agosto così scrivevo: chiunque conquisterà la Casa Bianca, le forti e dure incomprensioni tra Bruxelles e Washington non scompariranno per nulla e la politica estera, anziché essere il motore della corsa, raramente viene e verrà menzionata nella politica interna degli Stati Uniti.
Per chi non l’avesse ancora compreso la politica americana, al di là dei toni e dei media liberal, sarà sostanzialmente la stessa per cui “state buoni se potete” perché, con Kamala Harris vincitrice, la linea sarebbe stata più o meno quella.





