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DOBBIAMO DIVENTARE IL CAMBIAMENTO CHE VOGLIAMO

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di Giuseppe Augieri

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere (Gandhi)
La “provocazione” del mio maestro Pino, quella di accettare di non fare solo analisi ma proposte (con annesso rilancio: “cominciamo a farlo, parti tu”) non mi lascia indifferente. Senza alcuna presunzione di avere verità in tasca, ripropongo un mio pensiero più volte proposto.
L’incipit con la frase di Gandhi mi serve per confermare la mia idea che il problema della mancanza di una classe dirigente – quella politica in primo luogo – è l’effetto e non la causa del modo di intendere la politica e dell’allontanamento da essa. Quello che va urgentemente cambiato è il nostro modo di pensare, modificatosi profondamente sotto lo choc di Mani Pulite. Quella operazione – che io ho definito (e confermo) essere stato uno strisciante colpo di Stato – non ha solo distrutto (quasi) tutti i Partiti: ha soprattutto portato una ventata – alimentata ad arte – di estremismo puritanesimo nei nostri pensieri.
Il problema che “la moglie di Cesare non deve solo essere onesta, deve anche apparirlo” è diventato “IL” problema: quello che non solo precede ma addirittura cancella ogni altra questione. La sua strumentalizzazione – non la sostanza che può essere giusta – è entrata come un mantra nelle nostre coscienze. L’accettiamo come qualcosa di dovuto, un nostro “diritto”. Anche nei suoi eccessi. Competenza, dedizione, voglia di innovare, rischio per la realizzazione di un’utopia e viceversa prudenza da tenere perché si governa un popolo e cioè un insieme di valori non sempre convergenti specie in questo periodo, tutto questo che significa responsabilità e necessita di fiducia, tutto questo per il nostro attuale mondo non c’è SE non si verifica che “l’imputato” (perché questo, nella vulgata, è chi si affaccia in politica), in tutta la sua vita, anche da ragazzino, non abbia fatto nulla che dia adito al “dubbio”.
Cosa che viene estesa anche ai suoi familiari anche non prossimi, nonché ai suoi amici e persino alle sue frequentazioni. E giù ricerche spasmodiche del nemico politico di turno (perché la questione non viaggia a senso unico) corroborata da stampa “amica” (libera??? I sit-in sulla libertà si fanno se non si è “equamente ripartito” il potere dell’informazione e non per altro) che ti distrugge; te e ogni sventurato che ti è passato vicino, mettendoti alla gogna magari per anni, prima di confermare la tua innocenza. E senza una riga di scuse dopo, se mai avesse una qualche validità scusarsi con chi si è appena ammazzato. Perchè? Perchè per i politici vanno esaminati non solo i fatti costituenti reati ma anche quelli che sarebbe stato “opportuno” non compiere. L’etica, in questo caso, è quella definita dal “comune sentire”. Ovviamente mobilitata dagli stessi che emettono le “sentenze preventive”. Siamo tornati al medioevo ed al sistema dei valvassori e valvassini.
Il risultato? Non abbiamo nessuno con un minimo delle qualità che ho appena descritto che si candidi: perché sciupare i propri talenti in qualcosa che non ti ripaga in niente? Né in senso economico (demagogia a parte, la remunerazione è scarsa) e né sul piano della consapevolezza del tuo lavoro; ti toglie ogni briciolo di privacy e ti fa correre il rischio di essere distrutto prima di avere conferma che non hai fatto niente di male, che chi ti accusava aveva sbagliato. Ma di questo errore si parla solo tra pochi intimi e chi ha sbagliato continua a pontificare dal suo seggio di immenso potere: quello che ha distrutto la politica.
Chi, in queste condizioni, si propone a fare politica, se non chi ha un qualche interesse personale che attraverso la politica può risolvere? Ed il dubbio diventa certezza. Il cane che si morde la coda è cosa fatta: c’è sfiducia nella politica al punto che chi si presenta “sfidando questa sfiducia” è spesso da sfiduciare; e dunque compie atti che alimentano la sfiducia popolare. Che non consente, a chi si potrebbe dare fiducia, di candidarsi. Sembra un gioco di parole: è quello che accade da anni.
Io direi di cominciare da qui: chiedendo che la ricerca dell’ ”onestà” sia riportata nei suo binari naturali; che si consideri la “bufala”, ma anche solo spacciare per fondato dubbio (a maggior ragione per certezza) semplici accertamenti in atto, come un reato gravissimo: perché non tocca solo le persone ma l’intero sistema di relazioni, che in politica sono l’essenza; che il rapporto con la magistratura riproponga l’equilibrio costituzionale di equilibrato rapporto tra poteri; che noi tutti aprissimo il nostro cervello – non la pancia – a un tentativo di fiducia nel sistema istituzionale che abbiamo messo in piedi. Verificando, non con i tribunali della Santa Inquisizione.
E che la smettessimo di credere agli asini che volano. Nell’immaginario collettivo la Prima Repubblica, quella dell’Italia tra le prime cinque potenze economiche, quella del debito con la tripla A, quella della rinascita industriale, quella della stagione delle riforme economiche ma soprattutto sociali, quella del Sindacato interlocutore perché rappresentante credibile del mondo lavoro , quella del dibattito fatto tra avversari e non nemici, quella….. quella che io ho vissuto con immensa passione e che nessuno più ricorda ai propri posteri nei suoi valori affermati, quella Repubblica resta quasi come il male assoluto. Sappiamo da che data e perché.
Cui prodest? Sicuramente a quegli asini che «si riuniscono, parlano, comprano, postano, e poi ci convincono, ci illudono, Decidono anche per noi».
Senza alcuna concessione alle tesi dei complottisti, ma senza chiudere gli occhi.

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  • Redazione

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