Home Politica estera UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE PER UN’EUROPA AUTENTICAMENTE RIFORMISTA

UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE PER UN’EUROPA AUTENTICAMENTE RIFORMISTA

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di Antonio Foccillo

Due guerre stanno dimostrando che gli attuali organismi preposti si dimostrano incapaci di intervenire nei conflitti e svolgere la loro azione politica di mediazione, per imporre la fine dei combattimenti. La prima è nel MedioOriente dove l’Onu assiste impotente. L’altra è in Ucraina dove l’Europa sa solo mandare armi. Dell’Onu ne ha scritto abbondantemente il nostro direttore, Silvano Danesi. Pertanto, mi vorrei soffermare sulla necessità di un profondo cambiamento dell’Unione Europea, che dovrebbe avvenire con un’ampia riflessione per una nuova strategia istituzionale.

Purtroppo, nella politica e nell’opinione comune non vi è la consapevolezza di questa necessità e di coseguenza non si tenta neppure una sensibilizzazione e un coinvolgimento dei cittadini europei per rilanciare il tema.

Le ultime elezioni europee, nonostante che il voto ha sconfessato la precedente gestione, hanno dimostrato questo assioma, perchè nella gestione dell’Unione è stata confermata la maggioranza e la governace passata, ponendo ancora più urgente il problema di affrontare il futuro dell’Europa. Per utilizzare un motto gattopardesco  si può dire: “Tutto cambia, niente cambia”.

Già la rivoluzione neoconservatrice aveva influenzato le democrazie europee in concomitanza con il repentino declino di tutto l’Occidente, al quale si è sottratto gran parte della sua forza economica, ma anche della consapevolezza dei suoi valori ideali. Stiamo assistendo quindi ad una trasformazione delle democrazie europee e del cittadino espressione del popolo sovrano, che è stato sostituito da una nuova tecnocrazia.

Il modello neoliberista, diventato il riferimento di tutto l’Occidente, ha avviato un sistematico processo di scardinamento ideologico ed istituzionale dei valori di libertà ed uguaglianza, nonché la delocalizzazione dell’apparato produttivo nazionale (globalizzazione) e il libero operare di una speculazione finanziaria senza freni (deregulation).

È così velocemente passato il tempo in cui i Paesi Occidentali mostravano al mondo una democrazia incentrata sui valori laici dell’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alla legge e sulla tutela delle libertà individuali, valori che erano rafforzati dal principio di solidarietà, che aveva come strumento il welfare.

Nel lungo cammino della Unione Economica e Monetaria si è determinato un grande “mercato unico” nel quale, però, la grande finanza ha imposto scelte in termini egoistici, ribaltando i concetti del welfare e della solidarietà, che erano i valori fondanti del modello europeo.

Questa attuale parabola discendente dell’Europa non è imputabile solo alla recessione e al declino che stiamo vivendo, perché è cominciata prima della crisi finanziaria, si è ampliata con la pandemia e poi con la guerra in Ucraina che ha aumentato ancora di più le disuguaglianze e la povertà. Infine, le politiche green e la decisione del Parlamento Europeo che ha autorizzato l’uso delle armi occidentali nel suolo russo, stanno dimostrando l’incapacita a prendere decisioni nell’interesse dei cittadini, con grandi rischi non solo per la democrazia, ma anche per la sicurezza.

Una delle maggiori preoccupazioni è costituita proprio dalla poca visibilità della politica sociale a livello europeo e della mancanza di un ruolo autorevole e determinato nella politica.  Purtroppo non è ancora riuscita a diventare una realtà politica e non si può essere sicuri che riuscirà a diventarlo.

Bisogna accettare passivamente questa situazione? Credo di no!

Per farlo ed arrivare ad un cambiamento bisogna proporre una prima rivendicazione che deve essere proprio un’Europa politica, come era nel disegno originario dove per avviare l’unione economica e monetaria erano previste due conferenze intergovernative: una economica e una politica. La prima si è fatta, la seconda la stiamo ancora aspettando.

La seconda condizione deve essere il coinvolgimento dei cittadini, perchè solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso, può restituire loro la possibilità di decidere il proprio futuro e permettere di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale.

Jürgen Habermas, aveva sostenuto il “rafforzamento dell’integrazione europea”, ma a condizione di una tripla «ridemocratizzazione » e cioè la riabilitazione della politica contro la finanza; il controllo delle decisioni centrali attraverso una rappresentanza parlamentare rafforzata; il ritorno alla solidarietà e alle riduzioni delle disuguaglianze tra i paesi europei.

Ci vorrebbe un’Assemblea Costituente, eletta a suffragio universale da tutti gli europei e incaricata di redigere una nuova stesura dei trattati in stretta cooperazione con le forze poliche e sociali. Una nuova proposta costituzionale, quindi, da sottoporre poi all’approvazione di tutti i cittadini attraverso un referendum.

Successivamente, bisognerà cominciare a studiare e applicare modelli economici e sociali alternativi che avviino uno sviluppo economico diverso, considerando le modalità del lavoro a valenza sociale complessiva. Uscendo, così, da una logica difensiva, riproponendo come centrale il problema sociale e ripartendo all’attacco anche con obiettivi intermedi di fase ma ben definiti e caratterizzanti. Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite verso un progetto di reale democrazia economica del sociale e del lavoro, può ancora realizzarsi.

Nell’Unione esistono, ancora oggi, differenze sensibili per quanto riguarda la sicurezza e la protezione sociale, la legislazione sociale, le relazioni industriali e le politiche contrattuali. Fino ad ora, non vi sono stati significativi passi in avanti da parte di tutti i principali attori comunitari.

Si dovrebbe riproporrre la politica riformista di cui Delors, le forze socialiste e socialdemocratiche si sono fatte promotrici e che tanto bene hanno prodotto in Europa.  Pensiamo anche però al grande disegno che avevano individuato come possibile i grandi padri della costruzione europea, che ben era individuato nel Manifesto di Ventotene. Il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro di 320 milioni di cittadini era uno degli obiettivi che voleva perseguire il Trattato di Roma del 1957. La circolazione di merci, persone, servizi e capitali, doveva dare nuovo stimolo alla crescita economica con auspicabili effetti positivi anche sul versante dell’occupazione.

Questo non è avvenuto! Purtroppo, la grande crisi economica per effetto della finanziarizzazione dell’economia, la politica di austerity, le guerre hanno inciso negativamente sia sulle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini dell’Unione sia su tutta l’economia. E tutto questo in un quadro di nuovi squilibri, dovuti in gran parte alle nuove politiche conservatrici che hanno accentuato le divisioni sociali, inficiando i livelli dello stato sociale e i tradizionali principi di solidarietà, senza ridurre peraltro la disoccupazione.

L’Europa può avere voce in capitolo sul grande scenario della politica e dell’economia mondiale solo producendo sviluppo, benessere e occupazione, non emarginazione e povertà come avvenuto in tutti questi anni con le deleterie scelte di politica economica. L’obiettivo è esaltare contemporaneamente quei valori di libertà che sono propri dell’Europa e quei principi di solidarietà che possono contrastare e correggere le spinte egoistiche che pure esistono.

L’Unione se vuole uscire da questa sfiducia che ha prodotto la fine di un sogno, deve dotarsi di un sistema istituzionale realmente democratico ed in grado di assumersi quelle responsabilità necessarie, autonome e sovrannazionali, che le spettano con un governo eletto. Ciò permetterà di elaborare politiche economiche alternative a quelle dominanti e superare gli ostacoli posti dagli egoismi nazionali che spesso hanno frenato l’iniziativa del progetto europeo.

Non si può pensare che l’Europa, come si diceva, resti solo economica e monetaria senza quella politica. Per far questo, bisognerà rivedere alcuni aspetti dei Trattati, riguardanti soprattutto le istituzioni europee e gli obiettivi verso i quali le istituzioni, a partire dal Parlamento, rafforzato nei suoi poteri, ma anche sul piano istituzionale è necessario apportare modifiche ai Trattati per dotare la politica di quegli strumenti giuridici in grado di permettere una svolta nelle scelte di programmazione economica e soprattutto far sì che i cittadini possano eleggere un Governo dell’Unione Europea. Queste nuove istituzioni devono poi muoversi per far fronte alle nuove esigenze e alle nuove responsabilità di cui l’Europa dovrà farsi carico.

Un altro problema è la nascita e la proliferazione di rigurgiti del peggiore estremismo di destra, con movimenti, addirittura, di ideologia neo nazista, che sta germinando pericolose pianticelle che diffondono le spore del razzismo. Ma la questione non ha solo un risvolto umano è essenzialmente un problema politico.

Un uomo di grande statura politica e morale, come Riccardo Lombardi, non si stancava mai di sottolineare l’improponibilità etica ma anche economica di un mondo a due stadi, con un’isola di ricchezza galleggiante in un mare di miseria e di degrado. È un monito da tener presente!

C’è un vasto campo d’azione e di lotta per la sinistra europea. Quello che mi chiedo: ma la sinistra esiste ancora? E se esiste ha la volontà di cambiare le sue politiche di accettazione delle logiche economiche imposte dalla finanza e sposare di nuovo le strategie a favore del progresso, della democrazia partecipata e del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini e dei lavoratori? Credo che molta parte di quello che è successo è dovuto proprio alla incapacità della sinistra di proporre modelli alternativi alla logiche della finanziarizzazione dell’economia. È ora di cambiare!

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  • Redazione

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