
di Gianvito Caldararo
Craxi era gravemente ammalato e viene ricoverato di urgenza all’ospedale di Tunisi. La diagnosi, come ci ricorda Fabio Martini nel suo libro “Controvento”- La vera storia di Craxi – ” fu molto cruda”, oltre al diabete che ha attaccato la gamba (si era arrivati ad ipotizzare l’amputazione) e oltre ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene”. Di fronte ad un quadro clinico così grave e allarmante, un superficiale personaggio politico come Antonio Di Pietro, parlò di “un foruncolone”. Di fronte ad una diagnosi così complessa e grave, la famiglia è angosciata sia per la malattia e per il possibile rientro in Italia, dove poter fronteggiare adeguatamente l’ultimo scorcio della vita di Craxi.
Fabio Martini, scrive che la problematica è “discussa sia ad Hammamet, a Roma e a Milano, attorno a tre strumenti, che sono: la grazia, l’amnistia e il salvacondotto umanitario”. Essendo il clima di Tangentopoli ancora vivo, appare impossibile concedere l’amnistia, per il timore di sollevazioni popolarI. Restano in piedi la grazia e il salvacondotto.
Stefania Craxi, come scrive Martini, chiede a Giuliano Ferrara di sondare Massimo D’Alema, all’epoca presidente del Consiglio. Palazzo Chigi diffonde un comunicato per far presente “che per un eventuale atto umanitario non si ha niente in contrario”. Ma a decidere per una eventuale sospensione della pena spetta alla magistratura. In tale direzione si registra il parere favorevole del giudice di “Mani pulite” Gerardo D’Ambrosio. Contestualmente, come illustra Fabio Martini, il presidente D’Alema, lontano da i riflettori, tratta con il procuratore capo di Milano, il dr. Borrelli, il quale conferma quanto aveva già riferito rispondendo ad una lettera di Don Verzè, dominus del San Raffaele, e cioè: “il rientro volontario di Bettino Craxi comporterebbe il suo assoggettamento ai titoli di restrizione della libertà formatisi contro di lui”.
Don Verzè si muove anche per la grazia e scrive al Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, quanto segue: “Craxi è condannato a morte vicina e privarlo della possibilità di tornare in Italia, equivale a spingerlo nella fossa”. Si registra anche un irruento e inopportuno intervento di Berlusconi, al quale il presidente Ciampi, chiamato direttamente in causa, replica con la seguente nota: “Ferma restando l’attenzione agli aspetti umanitari della vicenda, la posizione del Capo dello Stato, impone il rispetto pieno, formale e sostanziale, delle leggi della Repubblica e delle procedure che le applicano”.
Mentre vi sono in corso queste iniziative, bisogna provvedere ad allungare la vita a Craxi. I medici del San Raffaele di Milano, come ci ricorda Fabio Martini nel suo libro, “inizialmente avevano resistito all’ipotesi di intervenire in condizioni approssimative, alla fine accettano ed il 30 di novembre l’intervento viene realizzato in condizioni di fortuna – una lampada è tenuta a mano da un medico . ma il paziente ne esce vivo. E anche molto provato, in particolare nell’apparato cardiaco, che secondo alcuni avrebbe dovuto essere risanato prima”.
Craxi è provatissimo e per alleviare le ultime sofferenze, non resta che farlo rientrare in Italia. Viene escogitato un piano che sarebbe rimasto sconosciuto anche in seguito, con il quale Craxi sarebbe dovuto rientrare a Fiumicino, di li sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario agli arresti in infermeria, uno o due giorni, per accettare una domanda per i domiciliari. A quel punto sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano. Ma quel corridoio non si aprì perchè fu proprio Craxi, in una telefonata con voce flebile a Donato Robilotta, un impoertante socialista che lavorava a Palazzo Chigi, che negli ultimi giorni del 1999, gli disse: ” Sono Bettino, dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero…Piuttosto muoio qui, in Tunisia”.
E come scrive Fabio Martini, “in quel no finale c’è tutto Craxi. Piaccia o no, un uomo tutto d’un pezzo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati di cui non riconosceva l’autorità”. Protagonisti, a suo avviso, di “un complotto giudiziario”. Quando Cossiga il 18 dicembre del 1999, si reca in visita da Craxi, nel momento del commiato, si sentirà dire da Bettino: “Francesco, Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo”.
Era vero. Il 19 gennaio del 2000, verso le 5 della sera, la figlia Stefania, inquietata dal prolungarsi del pisolino pomeridiano, entra in stanza e lo trova senza vita, con un grosso ematoma all’altezza del cuore e una smorfia di dolore sul viso. Giuliano Ferrara, scriverà: “una morte amarissima, senza riscatto, profondamente disperata”. Il presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, offrì i funerali di Stato, la famiglia li rifiutò e da quel giorno del funerale nella Cattedrale di Tunisi, Bettino Craxi riposa nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, in una tomba scavata nella sabbia e dominata da un eloquente epitaffio: ” La mia libertà equivale alla mia vita”. Il prossimo 19 gennaio 2023 ricorre il 23esimo anniversario della sua morte e sarà, ancora una volta, ricordato come uno dei pochi autentici e autorevoli Statisti che ha avuto l’Italia.
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