
In margine all’ennesimo riconoscimento internazionale sulla validità delle politiche economiche del governo Meloni, stavolta da parte del FMI, con il contrappunto del quasi certo sciopero generale anche della CGIL, che si unirà a quello proclamato da Usb e Cub, credo sia giunto il momento di domandarsi, ma seriamente, il perché questa divaricazione assoluta.
A costo di subire la probabile accusa dell’ “excusatio non petita…” anticipo che non intendo difendere nessuno, ma solo dimostrare come ogni contrapposizione che nega alcune positività impedisca un discorso serio sulla modifica – e miglioramento – di interventi di programma. Ed io affermo che la divaricazione è dovuta alla comodità, esprimendo giudizi generici e tutti “contro”, di non affrontare così il discorso delle alternative di prospettive economiche e sociali ad esse connesse. Solo così riesco a spiegare, escludendo per amor patrio le bugie talvolta colossali, la superficialità con la quale vengono pubblicizzate analisi per lo più attraverso la “media nazionale” – persino i dati sulla povertà – che andrebbero invece contestualizzate alle diverse realtà italiane; ovvero, in altri casi, riportando casi limitati o particolari al valor comune di generalità. Producono solo rabbia, non soluzioni.
Se l’obiettivo di essi è contrapporsi al Governo, bisognerebbe anche sapere che la prudenza è d’obbligo: perché questo è un modo per dare spinte completamente sbagliate alle questioni economiche e sociali. Quello che “crede il popolo” e le sue aspettative sono fattori economici di base, perché influenzano pesantemente l’economia. Non mi sembra ci sia questa consapevolezza; e se c’è, evidentemente lo spirito di parte prende il sopravvento sull’etica politica.
I giudizi internazionali premiano non solo alcuni positivi risultati innegabili – ed a loro volta ne producono altri positivi – ma soprattutto il clima di fiducia di aziende e consumatori dai quali discendono propensioni a investimento, consumi, risparmi: cioè tutta l’economia. E, solo per completezza, ricordo che gli indici di fiducia di consumatori e imprese qui da noi non solo continuano a crescere, ma superano le stesse aspettative degli analisti. Vorrei far rilevare, per uscire dal nostro giardino, che il confronto con prospettive di altre realtà industriali e sociali – quella di Francia, Germania, Inghilterra – è impietoso, ma non per noi. Però contemporaneamente lo stesso confronto sulla situazioni in atto è impietoso, e questo si per noi. Dunque da mettere in discussione non è tanto il progetto di governo, ma un retaggio di problemi – quello che ci ha portato alla situazione di oggi – che va affrontato e sanato. Mi permetto di insistere: è un altro pianeta.
Ma anche sul progetto di governo, parliamoci chiaro. Non è vero che non c’è una politica economica, non è vero che si “galleggia”, non è vero che si stanno producendo disastri. E’ vero, al contrario, che questa maggioranza segue una linea precisa e la segue con competenza e rigore: quella che assume che per prima cosa viene la stabilità di bilancio e l’equilibrio dei conti. In pieno stile conservatore. Se questo non è accettabile, bisogna dire quale strada alternativa seguire, ed illustrarla almeno nelle linee fondamentali; non proclamare che ciò che non piace (il progetto del governo) non esiste. Oppure pretendere di inserire in esso provvedimenti spot che sono l’opposto della logica e dei criteri fondanti del progetto e dunque destinati ad essere ignorati ed essere solo materia di scontro.
In questa situazione, si propone una protesta – chiamarla sciopero mi sembra irriguardoso – che parte da premesse esattamente al contrario di quelle che i numeri citati e le considerazioni fatte indicano. E’ vero che il disagio sociale è altissimo, che strutturalmente in Italia c’è debolezza di industria, di occupazione, di welfare: tutto da sanare. Se deve essere questo il riferimento della politica economica – e non l’ equilibrio dei conti – io lo trovo giusto. Ma pensare di farlo con qualche decina, o anche centinaia di migliaia di persone in piazza dice di una sconcertante visione culturale del contratto sociale e della politica.





