Home Opinioni COMINCIAMO A FARE L’EUROPA ANCHE CON IL LAVORO DI CITTADINANZA

COMINCIAMO A FARE L’EUROPA ANCHE CON IL LAVORO DI CITTADINANZA

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di Cristian Brutti

Per i 450 milioni di cittadini che costituiscono il popolo dell’Unione europea, per rafforzare i legami di solidarietà tra gli Stati membri, per riaffermare in modo tangibile i valori fondamentali di libertà e di fratellanza e, ancora, per il rispetto dei diritti umani, a Bruxelles va promossa e sostenuta una nuova riforma sociale ed economica: quella del lavoro di cittadinanza europeo.

La misura valorizzerà la centralità del diritto al lavoro, quale forma di libertà e autonomia dell’individuo.

Coloro che non riescono a lavorare “per il mercato”, debbono essere messi nelle condizioni di lavorare “per la comunità” dai Paesi dell’Unione europea. Non più “mancette” per restare a casa, non più mantenuti in attesa di telefonate dagli uffici del lavoro, ma subito un reddito certo in cambio di lavoro. Uno stipendio dignitoso in cambio di servizi immediatamente utili alla collettività e di cui essa ha impellente bisogno quali, ad esempio, l’assistenza agli anziani, alle persone sole e malate e a quelle disabili.

L’Unione europea ha risorse economiche più che sufficienti per varare il “lavoro di cittadinanza europeo”. Sarebbero sufficienti – fissando vincoli e obblighi precisi – dagli 800 ai 1.000 euro al mese per ogni cittadino europeo che attualmente non lavora e che – a determinate condizioni – potrebbe essere impiegato nei lavori socialmente utili: tale riforma diventerebbe una pietra miliare lungo il cammino di civiltà e progresso già intrapreso, sin dal dopoguerra, dai popoli europei.

La misura del lavoro di cittadinanza europeo avrebbe una portata etica piena e darebbe attuazione sostanziale a tutte le Carte costituzionali degli Stati membri in materia di diritto al lavoro: i cittadini europei guadagnerebbero la sicurezza di un posto di lavoro e di uno stipendio dignitoso.

Il lavoro di cittadinanza europeo avrebbe altresì dei risvolti macroeconomici positivi quali la piena occupazione e la piena fiducia nelle Istituzioni europee, nonché la piena sicurezza economica e sociale del lavoratore e della sua famiglia nel caso di crisi e/o di licenziamento. Non solo. Il lavoro di cittadinanza europeo sostituirebbe ogni attuale ammortizzatore sociale, liberando somme ingenti che gli Stati potrebbero reinvestire in altri settori. Inoltre, provocherebbe l’aumento certo del reddito delle famiglie e, quindi, più spesa e più consumi. Di conseguenza, maggiore crescita economica dei singoli Paesi europei e maggiore gettito fiscale per i governi che acquisirebbero nuove risorse per modernizzare i rispettivi Paesi.

Altro effetto positivo, l’annullamento dello sfruttamento dei lavoratori: lo stipendio base del lavoro di cittadinanza europeo diventerebbe automaticamente lo stipendio minimo per ogni lavoratore (nessuno accetterebbe più un lavoro con salari inferiori a quelli del lavoro di cittadinanza europeo, garantito per legge in qualsiasi momento). E cadrebbe, a quel punto, anche la necessità di stabilire il salario minimo su cui troppo a lungo si sta dibattendo in Italia senza arrivare ad una soluzione. Con il lavoro di cittadinanza europeo diminuirebbe drasticamente, fino a scomparire, anche il lavoro nero (con un lavoro regolare non si ha né il bisogno, né il tempo di lavorare “in nero”) e crollerebbe anche la disponibilità di manovalanza per la malavita organizzata poiché chi ha un lavoro certo e garantito dall’Unione europea e dal proprio Stato non ha certo bisogno di delinquere per sopravvivere.  L’esponenziale incremento di vantaggi per la comunità con servizi, rivolti ad essa, svolti da lavoratori di cittadinanza europea aumenterebbe benessere e coesione sociale.

Certamente il lavoro di cittadinanza europeo rappresenta un’opportunità per le Istituzioni europee, una preziosa garanzia per ogni cittadino e, sopra ogni cosa, contribuisce positivamente allo sviluppo della società e della persona e alla coesione europea nel suo complesso.

 

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  • Redazione

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