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Cina, il debito è un rischio per le filiere mondiali

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Debito della Cina

La bomba del debito pubblico è un rischio per le filiere mondiali. L’Europa si prepari ora

La Cina non è tecnicamente in bancarotta. Ma continuare a ragionare soltanto in termini di default sovrano rischia di farci guardare il dito mentre la luna diventa enorme.

Gli indicatori mostrano l’accumularsi di squilibri che possono trasformarsi, nel corso di questo decennio, in una crisi sistemica con conseguenze globali.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2025 il debito complessivo del settore non finanziario cinese abbia raggiunto circa il 310% del PIL, contro il 272% del 2020.

Il debito delle imprese non finanziarie, escluse le società finanziarie degli enti locali, vale da solo circa il 127% del PIL, mentre le LGFV, i veicoli utilizzati per finanziare gli investimenti delle amministrazioni locali, rappresentano un ulteriore enorme strato di indebitamento.

Ancora più significativo è il debito pubblico nella definizione “augmented” del FMI, che comprende anche parte delle passività fuori bilancio: 126,6% del PIL nel 2025, 135,3% previsto nel 2026 e 153,7% nel 2030.

Non è allarmismo. Sono numeri del Fondo Monetario Internazionale.

L’analista cinese Gordon G. Chang ha sintetizzato ieri su X il problema: «Il rapido aumento di debito in Cina è preoccupante».

Secondo Chang, le rigide barriere monetarie cinesi hanno finora protetto il sistema dalle conseguenze immediate, consentendo, però, contemporaneamente di continuare ad accumulare debito. La resa dei conti, sostiene, potrebbe arrivare nel corso di questo decennio.

La Cina dispone, infatti, di strumenti che rendono una crisi diversa da quelle occidentali: controllo dei capitali, sistema bancario fortemente condizionato dallo Stato, grandi imprese pubbliche e capacità di trasferire o rifinanziare passività.

Pechino ha già avviato un programma da 10.000 miliardi di renminbi per trasformare parte del debito nascosto degli enti locali in obbligazioni ufficiali a costo inferiore.

Il FMI riconosce che questo riduce la pressione immediata, ma non cancella gli squilibri sottostanti.

Una Cina costretta a sostenere produzione e occupazione potrebbe riversare ancora più sovracapacità sui mercati internazionali. Una crisi finanziaria più grave potrebbe invece interrompere forniture strategiche. Sono due scenari differenti, ma entrambi pericolosi per l’Europa.

«Dobbiamo prepararci prima che il rischio diventi emergenza. Terre rare, elettronica, farmaceutica, batterie, chimica, acciaio, componentistica e tecnologie dual use devono essere trattate come infrastrutture strategiche. Diversificare le filiere oggi ha un costo. Scoprire durante una crisi di non possedere alternative può avere un costo incomparabilmente maggiore».

L’Europa deve passare dal just in time al just in case. Non significa disaccoppiarsi dalla Cina. Significa evitare che un eventuale terremoto finanziario cinese diventi uno tsunami industriale europeo.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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