
Scrive Federico Bertasi (Domino 1/2024): “Oltre 200 milioni di telecamere (il quadruplo di quelle presenti negli Stati Uniti) e droni di ricognizione monitorano in tempo reale i movimenti della popolazione cinese, mentre sistemi di riconoscimento facciale e biometrico associano volti, iridi, voci e impronte alle immagini ottenute. In molte città la scansione del volto è indispensabile per entrare in complessi residenziali e negozi, con la polizia dotata di occhiali smart attraverso cui ricavare identità e fedina penale delle persone osservate. La realtà si tinge di orwelliano quando nelle strade vengono proiettati su pannelli elettronici nomi e volti dei pedoni che hanno commesso reati o posseggono debiti verso le banche”.
Non v’è dubbio che siamo di fronte ad un regime oppressivo, ma che dire delle imitazioni tentate in Occidente con i vari sistemi (green pass, moneta elettronica, e via discorrendo) per esercitare un progressivo controllo dei cittadini?
In Cina il sistema si avvale dell’intelligenza artificiale che è gestita dal partito comunista. In Occidente l’intelligenza artificiale è in mano di privati e multinazionali.
Essere oppressi da un sistema comunista o essere oppressi da un sistema capitalista finanziario tecnocratico, al quale si sono piegati i socialisti fabiani europei, che differenza fa?
Il tema del controllo, tuttavia, non riguarda solo i cittadini all’interno di uno Stato (la Cina) o di un mondo (l’Occidente) in mano a miliardari, multinazionali, cupole finanziarie. Riguarda anche la guerra tra mondi, con la Cina che, dal punto di vista del controllo altrui, eccelle in quantità di sensori umani.
Nel 2017, la Cina ha varato la National Intelligence Law of the People’s Republic of China, “Una norma che potenzialmente obbliga i cittadini cinesi e le imprese registrate o operanti in Cina a consegnare ogni tipologia di informazioni alle agenzie di intelligence”.
A ricordarcelo è Antonio Teti, nel suo “China Intelligence – Tecniche, strumenti e metodologie di spionaggio e controspionaggio della Repubblica Popolare Cinese (Rubettino).
Il testo, con la prefazione di Alberto Manenti, inizia con un prezioso quadro giuridico dell’intelligence cinese, completamente controllata dal Partito comunista e ne descrive i vari aspetti e le varie organizzazioni.
Il testo è un prezioso documento enciclopedico per chi voglia avere a disposizione i dati relativi all’organizzazione dello spionaggio cinese, alle modalità dello stesso e al suo quadro giuridico.
“La convinzione che le attività di controspionaggio non possano prescindere dalla cooperazione tra i funzionari della sicurezza e la popolazione civile – scrive Teti – rimane per il governo di Pechino un dogma assoluto e viene chiaramente esplicitato nella legge sull’intelligence nazionale, emanata nel 2017, i cui articoli 7 e 14 affermano esplicitamente che le aziende, le organizzazioni e i cittadini cinesi devono obbligatoriamente supportare l’intelligence statale ogni volta che viene loro richiesto”.
“Da quando ha assunto il ruolo di leader – scrive Teti – , Xi Jinping ha esercitato un potere enorme sull’intero apparato di sicurezza cinese, un aspetto che fornisce una chiave di lettura chiara sulla duplicità di visione del leader cinese sulle strutture di intelligence a livello mondiale: una potenziale minaccia e un’incredibile fonte di potere”.
In un mondo dove c’è chi paragona l’attuale situazione della guerra in Ucraina alla seconda guerra mondiale, c’è davvero da prendere lezione dal testo di Teti per capire che ora, a differenza di allora, tutti sanno tutto di tutti.
Ogni brigata, ogni battaglione, ogni nave, ogni carrarmato è visibile e geolocalizzabile. Ogni fabbrica di produzione bellica è indagata e classificata.
La tecnologia ha reso quasi impossibile sfuggire agli occhi indiscreti dell’avversario o comunque di chi vuol sapere.
Ricorda Teti che a luglio del 2018, nel rapporto annuale Foreign Economic Espionage in Cyberspace18, redatto dal National Counterintelligence and Security Center (NCSC), veniva evidenziata, tra le diverse priorità delle strutture di spionaggio cinese condotte su base mondiale, quella di reperire il maggior numero di informazioni soprattutto sulle industrie definite “chiave” per il futuro. Ovviamente quelle belliche sono tra queste.
Tuttavia, ed è questo l’aspetto più interessante che esce dalla lettura del testo di Teti, è che la Cina fa molto conto sulla Humint, ossia sull’intelligence umana ed ha trasformato il sua miliardo e mezzo di cittadini in tanti sensori sul terreno.
Le altre forme di intelligence arrivano di conseguenza e in appoggio, ma il fattore umano sembra il principale asset dell’attività spionistica cinese.
“Per una corretta comprensione della filosofia cinese di ricerca e acquisizione di informazioni – scrive Teti – vale la l’esempio citato da un ex analista dell’FBI, Paul D. Moore, meglio noto come approccio dei “mille granelli di sabbia”: Se una spiaggia fosse un obiettivo, i russi manderebbero un sottomarino, gli uomini rana sbarcherebbero a riva nel buio della notte, raccoglierebbero diversi secchi di sabbia e li riporterebbero a Mosca. Gli Stati Uniti invierebbero satelliti e produrrebbero montagne di dati. I cinesi manderebbero un migliaio di turisti, ciascuno incaricato di raccogliere un solo granello di sabbia. Quando tornerebbero in Cina, verrebbe chiesto loro di scrollarsi di dosso gli asciugamani. E finirebbero per saperne di più sulla sabbia più di chiunque altro”.
Detta in altri termini, la logica di Pechino è quella della pesca a strascico: raccogli tutto e poi ci sarà chi vaglia e sceglie.
La Cina, spiega Teti – non impiega un numero significativo di operatori di intelligence professionisti, poiché l’obiettivo è quello di rastrellare informazioni di vario genere che possano consentire di assemblare, nel tempo, quadri cognitivi su scenari diversi e, apparentemente, anche non interconnessi. Un esempio, a tal proposito, è dato dai livelli d’investimento della Cina sulle tecnologie digitali per la raccolta dati attraverso piattaforme informatiche connesse in rete. Già nel 2016, con un investimento pari a oltre 25 milioni di dollari, Alibaba aveva creato la società PlaceIQ, azienda con sede negli Stati Uniti specializzata nella realizzazione di dispositivi mobili per la location intelligence, ovvero la geolocalizzazione degli individui sul territorio grazie all’analisi dei dati prodotti da oltre cento milioni di strumenti di tipo “mobile”. La piattaforma di location intelligence di PlaceIQ è in grado di collegare i segnali “mobili” registrati per comprendere le modalità di spostamento degli individui nel mondo reale. In altri termini, il sistema può essere utilizzato non soltanto per conoscere gli spostamenti di particolari segmenti di pubblico, ma anche per comprendere i comportamenti. Anche questo caso si traduce in un esempio concreto di applicazione della teoria dei “mille granelli di sabbia”.
Pechino certamente utilizza anche satelliti, sistemi d’intercettazione telefonica e operazioni cibernetiche per condurre una costante attività di suck information, ovvero “risucchiare informazioni” riferibili agli obiettivi prefissati dal governo”, ma utilizza anche il classico metodo della corruzione di funzionari di intelligence occidentali.
“Nel 2018 – riporta Teti – il quotidiano francese «Le Figaro» annunciò che l’intelligence nazionale aveva scoperto che l’MSS era entrata in contatto con quattromila profili su LinkedIn, di cui ben 1.700 appartenenti a personale impiegato in strutture istituzionali. Già l’anno precedente, il Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), l’agenzia tedesca di intelligence interna, aveva indentificato un’operazione di virtual human intelligence condotta da agenti cinesi mediante l’utilizzo di fake profile su LinkedIn. L’operazione aveva consentito l’attivazione di contatti virtuali con oltre diecimila dipendenti del governo tedesco per ottenere una serie di informazioni sulle molteplici attività governative. Va evidenziato che l’utilizzo di LinkedIn quale strumento di attività di ricerca, contatto e reclutamento, non è solo appannaggio del governo di Pechino, dato che attraverso i più comuni social è possibile: identificare gli individui che possiedono delle security clearances attive, le rispettive situazioni finanziarie, le tendenze, i like, gli orientamenti politici, le affiliazioni, i dati di contatto e altre informazioni in ambito commerciale, della difesa, scientifico e culturale; la struttura lavorativa e organizzativa di appartenenza, ivi compresi ruoli e responsabilità; l’utilizzo delle diverse piattaforme social per veicolare malware (contenenti, ad esempio, applicazioni spyware) mediante l’invio di documenti come ad esempio moduli di domanda, contratti di lavoro ecc.”.
Tra le priorità del PCC, ci dice Teti, quella più ambiziosa risiede nella penetrazione dei servizi di intelligence stranieri, o più esattamente di quelli occidentali. Ne è la dimostrazione l’infiltrazione condotta per oltre dieci anni all’interno del Directoire Générale de la Sécurité Extérieure (DGSE), ovvero il servizio segreto estero francese. Nel 2020 due ex ufficiali del DGSE (Pierre-Marie H. ed Henri M.) sono stati condannati rispettivamente a dodici e otto anni di reclusione per aver fornito informazioni riservate a Pechino a partire dal 1998.
Conoscere come funziona la complessa macchina dell’intelligence è oggi più che mai indispensabile a chiunque intenda comprendere, al di là della superficie, come si sviluppano i rapporti di forza e come possano svilupparsi anche dialoghi tra potenze, al riparo dei riflettori.
L’Humint, ossia l’intelligenza umana, che la Cina privilegia, come s’è visto, non è così attivata in Occidente, che si è troppo ultimamente fidato della Sigint, ossia dell’attività di raccolta di informazioni mediante l’intercettazione e analisi dei segnali, sia emessi tra persone, sia tra macchine, oppure una combinazione delle due.
Ci sono altri strumenti, come la Socmint (Social media intelligence), la Osint (Open source intelligence), la Masint (Measurement and signature intelligence), l’Imint (Imagery intelligence).
Gli strumenti sono molti, ma a coordinarli c’è sempre l’essere umano e non vi è nulla come l’essere umano capace di cogliere non solo il dato nudo e crudo, ma tutte le sfumature di quel dato.
Il testo di Teti ci dà un quadro interessante delle attività di intelligence cinesi che è anche un modo per far capire, a chi vuol capire, che riportare ad oggi storie del passato serve a poco.
Oggi, se vogliamo far sì che la civiltà occidentale mantenga le sue caratteristiche e le sviluppi, è necessario anzitutto non buttarla alle ortiche con ideologie demenziali a autolesioniste e poi è necessario conoscere a fondo gli altri e per conoscerli non è sufficiente spiarli con i satelliti; è necessario conoscerne la cultura, la storia, la civiltà, i sentimenti, l’idea che gli altri hanno di se stessi.
Il pianeta non è vero che aspetta di diventare civiltà occidentale. Questa è un’idea tutta americana che non ha fondamento. Ci sono popoli e nazioni che del nostro modello di vita non sanno cosa farsene, in quanto hanno il loro.
Se vogliamo conservare il nostro, al quale siamo affezionati, perché è fatto di democrazia e di libertà, dobbiamo capire che dobbiamo difendere le nostre qualità, la nostra storia e la nostra cultura e, al contempo, dobbiamo comprendere gli altri nelle loro peculiarità.
La teoria dei granelli di sabbia ci insegna che l’antica saggezza cinese si affida alla Humint, all’intelligence umana. Non a caso.





