Ceuta è la regola italiana compressa in un fotogramma
In 60.000 hanno invaso l’enclave spagnola in ventiquattro ore.
Per capire quanti sono, bisogna sapere che rappresentano il 70% della popolazione locale. Come se in Italia arrivassero quaranta milioni di persone in un giorno.
Come se a Frascati, più estesa di Ceuta per 4 km², fosse arrivato d’improvviso il 20% dell’esercito di Attila. Un’invasione in scala, ma con gli stessi metodi.
Violenze, bus e auto in fiamme, accoltellamenti (le spade non vanno più di moda), saccheggi, razzie e occupazioni di case.
Non paghi, questa torma di incivili ha profanato un cimitero, strappando pezzi di tombe per usarli come proiettili contro i residenti. È il confine oltre il quale la civiltà non esiste più. Dissacrano per umiliare.
Ma Ceuta non è un’eccezione. Ceuta è la regola italiana compressa in un fotogramma.
Nella cittadina spagnola i migranti hanno saccheggiato i supermercati, costringendo Carrefour e Día ad abbassare le saracinesche.
In Italia i commercianti delle periferie di Milano, Roma e Torino abbassano le saracinesche prima del tramonto da anni. Nessun telegiornale ha mai dedicato loro un’apertura.
A Ceuta gli irregolari si sono introdotti con la forza nelle case private per diventare okupas, sfruttando una legislazione che rende l’occupante più protetto del proprietario.
In Italia gli alloggi pubblici occupati abusivamente superano i trentamila.
Il quaranta per cento è occupato da stranieri. Stesso meccanismo, stessa impunità, stesso silenzio.
A Ceuta le donne non possono camminare per strada senza essere importunate, toccate, accerchiate. In Italia le cronache sono piene di molestie e violenze sessuali commesse dalle stesse mani.
Piazza Duomo a Capodanno 2025 è solo l’episodio che ha fatto il giro del mondo. Sotto, c’è un bollettino quotidiano di aggressioni che non arriva mai in prima pagina.
La differenza è che a Ceuta il fenomeno dura da due giorni. In Italia dura da anni.
A Ceuta i giovani marocchini lanciano pietre e cartelli stradali contro i residenti e le forze dell’ordine. In Italia sei rapine su dieci sono commesse da stranieri.
Il cinquanta per cento dei detenuti nelle carceri minorili è straniero, a fronte del dodici per cento della popolazione residente in quella fascia d’età.
Il procuratore capo di Trieste l’ha chiamata la cultura del coltello. Un fenomeno senza fine, con le sue parole. A Ceuta è esploso in quarantotto ore.
In Italia è il bollettino quotidiano della cronaca locale, relegato a pagina venti quando va bene.
A Ceuta bruciano le auto nei quartieri residenziali e quel ragazzo col telefono che si riprende davanti alle fiamme non è un rifugiato che scappa dalla guerra.
È un giovane uomo che incendia un pezzo di Europa e lo manda in diretta agli amici come un trofeo.
A Corvetto, dopo la morte di Ramy Elgaml, le stesse sagome hanno fatto le stesse cose: cassonetti rovesciati, vetrine spaccate, auto date alle fiamme.
Lo stesso gesto, la stessa sfida, lo stesso disprezzo per la città che li ospita.
A Ceuta sessantamila invasori senza un servizio igienico hanno trasformato strade, portoni e fontane in latrine a cielo aperto, in quello che i residenti chiamano un’apocalisse.
Nei parchi delle periferie italiane succede da anni, ma i telegiornali inquadrano altrove.
Ma il parallelo più feroce è un altro.
Pedro Sánchez ha fatto esattamente ciò che la sinistra italiana fa da trent’anni. Ha creato le condizioni perché i deterrenti venissero smontati uno dopo l’altro.
Una ridicola sentenza del Tribunale Supremo ha vietato i respingimenti immediati a chi sbarca perché il mare non sarebbe un elemento di contenimento frontaliero.
Poi ha aggiunto la benzina: la regolarizzazione di cinquecentomila clandestini. Permesso di soggiorno, diritto al lavoro e libero accesso allo spazio europeo.
Infine, quando il confine è crollato sotto il peso prevedibile delle sue stesse scelte, si è precipitato a Ceuta a dare la colpa alle mafie.
La sinistra italiana conosce il copione a memoria. Lo conosce talmente bene da averne fatto un manifesto.
Tre mesi fa Elly Schlein volava a Barcellona al vertice progressista organizzato da Sánchez per annunciare che un altro mondo è possibile. L’altro mondo possibile è arrivato: si chiama Ceuta.
Per anni ha combattuto il modello Albania, impugnato ogni trattenimento nei CPR, contestato la lista dei Paesi sicuri, gridato al razzismo di fronte a ogni tentativo di espulsione.
Poi, quando un accoltellamento o una rapina finiva in cronaca, il ritornello era sempre lo stesso: disagio sociale, casi isolati, mancata inclusione.
A Ceuta il governo spagnolo ha rifiutato di dichiarare l’emergenza nazionale perché la normativa non lo prevedrebbe per i flussi migratori.
In Italia la sinistra ripete da anni che l’immigrazione non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale.
La differenza tra le due formule è puramente linguistica. Il risultato è identico: nessuno interviene.
C’è poi un dettaglio che merita attenzione. Le immagini mostrano camion carichi di giovani uomini scaricati a ridosso del confine sotto gli occhi della gendarmeria marocchina.
Non disperati in fuga: un servizio navetta di Stato.
Il Marocco ha già usato la pressione migratoria come arma di ricatto nel 2021. Lo sta facendo di nuovo.
Ma Sánchez preferisce parlare di mafie, perché accusare Rabat significherebbe ammettere che un governo alleato sta usando esseri umani come proiettili.
Ieri sera, Madrid ha sbandierato 48.000 rientri come una vittoria, ma è una “vittoria di Pirro”. Perché il Marocco ha semplicemente richiamato chi aveva mandato.
Nel mentre, l’Italia ha risposto sospendendo Schengen con la Spagna. Una misura giusta, ma tardiva nei tempi e insufficiente nella portata.
Perché il problema non è Ceuta. Il problema è che Ceuta è già qui.
E chi guarda l’invasione di Ceuta e non riconosce l’Italia ha deciso di non vedere.
Mentre la sinistra, che ancora racconta che sulle nostre coste sbarcano donne e bambini in fuga dalla guerra, mente per interesse sapendo di mentire.
Nove su dieci sono giovani uomini soli. Gli stessi giovani uomini che a Ceuta hanno saccheggiato i negozi, sfondato le porte delle case, profanato le tombe dei morti e incendiato i quartieri filmandosi col telefono.
L’unica differenza è che a Ceuta sono arrivati tutti insieme. Da noi arrivano ogni giorno, pochi alla volta, per non farsi notare.
Il risultato non cambia. Solo che qui nessuno manda l’esercito e in troppi stoltamente li difendono.





