
di Gianvito Caldararo
Sul caso Toti è ormai in atto il solito scontro tra innocentisti e colpevolisti, tra garantisti e giustizialisti. Molte analoghe vicende impongono un minimo di prudenza e di serena attesa. Lo richiede un principio costituzionale che in queste circostanze viene ignorato e cioè quanto sancito dall’articolo 27 della Costituzione, che come noto afferma: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. E’ pur vero che di contro abbiamo anche quanto sancito dall’articolo 54 della Costituzione, che stabilisce quanto segue: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.
Ma la situazione richiede un minimo di prudenza anche di fronte ai tantissimi casi di procedimenti avviati con un enorme battage pubblicitario in grande stile sui più disparati mezzi di comunicazione e dopo anni di pesante e distruttiva gogna mediatica, abbiamo assistito ad assoluzioni con le formule più ampie. Fra l’altro la prudenza è doverosa anche sulla base di quanto emerge dagli atti giudiziari, ove si afferma che “Non è possibile escludere che tali bonifici possano sottendere finanziamenti volti al perseguimento di interessi privati”.Quindi, ci troviamo di fronte ad una ipotesi e non di un fatto accertato come reato. Inoltre, i fondi ricevuti sono tutti dichiarati come stabilisce la legge sul finanziamento dei partiti, movimenti e fondazioni. Come pure non è accertato e definito se le autorizzazioni sono atti amministrativi legittimi e dovuti o illegittimi. La prudenza discende anche dai numerosi casi conclusosi nel nulla dopo anni e anni di processi.
Come non ricordare il caso Eni-Nigeria, dopo anni di gogna mediatica e con le continue richieste di dimissioni dei vertici aziendali, conclusosi con piene assoluzioni di tutti gli imputati. Su tale caso abbiamo assistito ad una decisione del Csm, dove il plenum del Consiglio Superiore della Magistratura non ha confermato nelle funzioni di procuratore aggiunto il Pm De Pasquale per “dimostrata assenza dei prerequisiti di imparzialità e equilibrio” nell’aver “reiteratamente esercitato la giurisdizione in modo non obiettivo né equo” nel processo Eni-Nigeria. Rammentiamo peraltro il dramma del dirigente del Comune di Ancona, l’ingegnere capo Luciano Lucchetti, processato e assolto per ben 34 volte. Il caso del sindaco di Lodi, Simone Uggetti, finito in carcere nel 2016 con la pesante accusa di turbativa d’asta e assolto in via definitiva dopo oltre sette anni e quattro processi. Una vita distrutta, una carriera bruciata e una famiglia lacerata da tensioni e drammi.
Da ultimo abbiamo registrato i tredici processi al patron della Valtur e giungere alla fine con l’assoluzione e la restituzione della sua onorabilità. La gran cassa mediatica che ha riguardato il caso del Monte dei Paschi di Siena, che dopo anni si è concluso con ampie assoluzioni di tutti i protagonisti. Come il caso di Ciancio-Sanfilippo, il proprietario del quotidiano di Bari la Gazzetta del Mezzogiorno, accusato di concorso esterno di mafia e assolto definitivamente dopo anni di processi e il sequestro di beni. E che dire del dramma di Calogero Mannino, il noto esponente della Democrazia Cristiana, con la pesante accusa di minaccia a corpo politico dello Stato e assolto dopo 30 anni vissuto come mafioso, nell’ambito della nota trattativa Stato- Mafia. Altro processo che vedeva sulla sbarra degli imputati esponenti dell’Arma dei carabinieri, che dopo molti anni sono stati assolti.
Di recente abbiamo anche assistito all’arresto del Presidente della Giunta della regione Basilicata, Marcello Pittella, assolto con formula ampia in primo e secondo grado. Il caso del sindaco Bassolino, 19 processi e altrettante assoluzioni, oppure il caso del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà. I casi di innocenti che finiscono in carcere raggiungono la non trascurabile cifra di circa 1000 (mille ) all’anno. Giustamente ci sgomentiamo sempre di più dei processi televisivi, cioè quelli che Craxi chiamava “la giustizia spettacolo” con i suoi divi, i suoi eroi e i suoi dannati. La giustizia deve riappropriarsi delle sue virtù, che sono l’obiettività, la verità, l’equilibrio, la serenità e l’umanità.





