Hic Rhodus, hic salta
Il procuratore di Palermo, a cui si è prontamente associato il procuratore di Napoli, denuncia che, sostanzialmente, il circuito carcerario italiano è sfuggito di mano dal legittimo e legale controllo dello Stato.
È ormai dominato da appartenenti delle organizzazioni criminali mafiose: al punto che sono in condizione non solo di comunicare con gli adepti esterni e liberi, ma che – a seconda della loro convenienza e dei loro interessi – sono in grado di imporre e stabilire la “pace” o lo stato di tensione e disordini all’interno delle celle e del carcere.
Affermazioni che per il loro tenore e per la qualità istituzionale di chi le fa e le ha fatte, si ha il dovere di credere siano supportate e suffragate da precisi, documentati, documentabili elementi di fatto.
Non può trattarsi di semplici “opinioni”.
Non solo: i fatti, oltre che essere precisi, documentati, documentabili, presuppongono precise responsabilità e conseguenti reati, puniti dal codice, che è obbligo perseguire.
È così?
Come di dovere, questi fatti sono stati portati alla conoscenza di organi istituzionali preposti, quali il ministero della Giustizia e il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria?
Sono stati avviati e sono in corso procedimenti e indagini?
In via incidentale: si sostiene che la filiera che ha il controllo sostanziale ed effettivo del circuito carcerario, fa capo a elementi della cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra o altre similari organizzazioni.
Se non tutti, la maggior parte di questi elementi è sottoposta al regime speciale previsto dal 41bis.
Gli allarmi dei procuratori di Palermo e Napoli sono, dunque, di fatto l’ammissione del fallimento, anche dal punto di vista meramente repressivo, di detto “regime”.
È tempo di uscire dalle generiche e denunce a effetto.
È tempo di mettere la parola fine a polemiche e contro-polemiche buone per guadagnare qualche titolo di giornale, qualche intervista, briciole di visibilità mediatica.
Hic Rhodus, hic salta.





