
(Questo articolo usa il sarcasmo come una mazza per abbattere il muro di silenzio che si sta tentando di erigere per non svelare tutti i retroscena di questa tragedia che ha posto in luce operazioni inconfessabili e manchevolezze incoscienti. Alle povere vittime e alle loro famiglie va, al contrario, tutto il nostro rispetto e affetto, oltre alle nostre preghiere)
Sono passati altri giorni, ma sulla ruota di Crans Montana il Kameriere travisato da attentatore incendiario ancora non esce.
Esce sempre il 47 (morto che parla) e neppure un consulto con i migliori esperti partenopei è riuscito ad evidenziare il necessario numero X (morto che non parla).
Stanno probabilmente controllando per la millesima volta le schede delle povere anime coinvolte nella tragedia per trovare “O’ Colpevole”
Poi si va da Jessica Rabbit per farle confermare “liberamente” la grande scoperta.
Il problema è complesso, bisogna riconoscerlo, però non è che gli imputabili siano infiniti.
Non è che ci fossero 500 camerieri maschi quella sera fatale.
E non è detto neppure che siano, tra l’altro, tutti necessariamente deceduti.
Dalle fonti giornalistiche sappiamo che il personale assommava ad una ventina di persone?
I maschi erano la metà? Una decina? Sette-otto?
Esclusi quelli che erano chiaramente non coinvolti, quanti nomi rimangono: due/tre?
Quanti sono deceduti e quanti sono vivi?
Sono stati interrogati?
Eppure, sin dal 5 gennaio si sa tutto su morti e feriti.
Lo dice l’organo ufficiale della Svizzera italiana RSI:
https://www.rsi.ch/info/svizzera/Crans-Montana-identificati-tutti-i-feriti-sono-116–3400851.html
“Intanto tutti i 40 morti nel tragico incendio della notte di Capodanno nel locale “Le Constellation” di Crans-Montana sono stati identificati, hanno comunicato domenica sera le autorità. Le persone decedute sono 22 sono cittadini svizzeri, 8 francesi, 6 italiani. Gli altri sono di nazionalità portoghese, belga, turca e romena. Mercoledì pomeriggio in cattedrale a Lugano saranno celebrati i funerali della 15enne vittima che era residente a Castel San Pietro. Identificati lunedì anche gli ultimi 6 feriti. In tutto sono 116 e non 119, è stato precisato, e di questi 33 sono già stati dimessi.”
A causa dei maledetti social bisogna stare molto attenti sennò si rischia di fomentare i “complottisti” che si ostinano a far domande.
Già molti contestano l’identificazione fatta proprio da Jessica Rabbit della ragazza che ha materialmente appiccato l’incendio.
Dalle sue foto i capelli non sarebbero compatibili con la ragazza con il casco integrale.
Ma mettere la maschera di Guy Fawkes ad un vivente è un grandissimo rischio. I vivi parlano, si fanno difendere dagli avvocati, si fanno intervistare in TV.
Così non va. Ci vuole un morto.
Ma con tutti ‘sti ragazzi tatuati come Yakuza non è facile.
Dopo i complottisti fanno il confronto con le foto del malcapitato accusato, magari scattate d’estate con le braccia e il collo bene in vista, e si capisce che il morto non corrisponde.
Ovvero che è troppo basso o che è troppo grasso.
Eppure, Jessica Rabbit ha già dichiarato di aver seguito la coppia a brevissima distanza quando ha identificato la cameriera che, a suo dire, avrebbe appiccato l’incendio.
Perché li seguiva così dappresso?
Per controllare che non appiccassero un incendio? Se fosse così perché non è intervenuta subito? E nel suo locale non era in grado di riconoscere (magari avendo un dubbio su di un paio di persone) chi fosse il “lui” del malefico “duo” omicida.
Li seguiva perché aveva il dubbio che non fossero i suoi camerieri? Se così fosse, non lo ammetterà mai. Per autodifesa.
Un soggetto tale da poter ideare ed eseguire un tale disegno criminoso Jessica Rabbit se la mangia viva anche in carcere.
Riassumendo, ogni giorno che passa senza un’identificazione credibile del travisato con maschera da attentatore incendiario pesa come un macigno sulla serietà delle indagini e crea legittimi dubbi sull’intera vicenda. Non stanno cercando tra migliaia di sconosciuti.
Devono vagliare pochissimi soggetti con tutta la potenza di fuoco dell’intelligence elvetica … e ancora non ce la fanno.
Ma a chi la raccontano.





