di Marco Pugliese
Berlino non rispetta da anni regole da lei create ed imposte ad altri, nessuno fiata…
È uno spettacolo indegno a cui ormai siamo abituati, quello dell’Unione Europea a due velocità. Da un lato, gli Stati membri che devono sottostare a rigidi vincoli fiscali e procedure implacabili. Dall’altro, la Germania, che può violare impunemente le stesse regole che dovrebbe rispettare, forte della sua posizione di privilegio.
Berlino, come anticipato da più osservatori, andrà in esercizio provvisorio per il bilancio 2025. Un fatto che manda all’aria quel complesso meccanismo di controllo voluto dalla Commissione Europea, che impone la consegna del bilancio entro il 15 ottobre e il parere della Commissione entro il 30 novembre. Un sistema che, per chi risiede al di fuori del confine tedesco, si traduce spesso in tagli sociali, riforme lacrime e sangue e austerità infinita. Eppure, nel caso della Germania, l’approvazione del bilancio definitivo arriverà solo ad aprile, con buona pace delle regole comunitarie. Ma, come sempre, nessuno osa fiatare.
Gli altri Stati membri si vedono obbligati al rispetto delle norme, mentre la Germania può permettersi il lusso di ignorarle senza temere ripercussioni. Non è un fenomeno nuovo: dal 2006 al 2023, il surplus commerciale tedesco ha superato stabilmente il limite del 6% del PIL fissato dai regolamenti europei. In un’Unione che si riempie la bocca di “equità”, questi dati dovrebbero far scattare procedure di infrazione. Ma no: la Germania continua a prosperare sulle spalle dei suoi vicini, con la benedizione di Bruxelles.
Cosa comporta tutto questo? Conseguenze devastanti. Quando un’economia accumula surplus commerciale, qualcun altro è costretto a convivere con il deficit. E se il surplus tedesco ha trainato per anni l’economia di Berlino, dall’altra parte c’è chi ha pagato il prezzo con disoccupazione, recessione e la crisi dei debiti sovrani (creata ad hoc) del 2011. È un’asimmetria che ha scavato profonde crepe nell’eurozona, ma che viene ignorata dalle istituzioni europee, troppo timorose per affrontare la “locomotiva” tedesca.
Per capire l’ipocrisia del sistema, basta ricordare come la Commissione Europea si accanisce contro i Paesi mediterranei. Un deficit del 2,4% del PIL può scatenare un terremoto politico, con richiami, ammonizioni e minacce di sanzioni. Intanto, però, Berlino può tranquillamente ignorare limiti e procedure, piegando il concetto di “vincolo esterno” a suo uso e consumo.
Ci raccontano che l’Unione Europea è un progetto di sovranità condivisa, dove ogni Stato rinuncia a una parte del proprio potere per un bene comune. La sovranità non è condivisa: è accentrata. E Berlino, che rappresenta il fulcro economico dell’Europa, è la prima beneficiaria di questa struttura. Le regole valgono per gli altri; la Germania, invece, si riserva il diritto di interpretarle a proprio piacimento.




