
In questo stesso numero del giornale, Carlo di Stanislao mostra lo sconcerto per Jorge Mario Bergoglio che medita davanti ad un Gesù bambino posto su un pagliericcio coperto da una kefiah, dimentico che Gesù era ebreo e non un arabo.
Lo stesso Di Stanislao mostra sconcerto per i Nobel chiamati a raccolta contro la nomina di Kennedy a guidare la sanità negli Usa.
In un altro articolo Savino Di Scanno, di fronte alla mattanza che si sta svolgendo in Siria, si chiede dove sia Bergoglio.
Marco Palombi si chiede che fine farà la comunità cristiana siriana.
Riguardo al premio Nobel bastano poche parole: è il premio più screditato del mondo, in quanto ideologicamente schierato e che ha premiato Barack Obama a priori, senza nemmeno pensare che il guerrafondaio Dem avrebbe innescato conflitti ovunque.
Nobel non è più nobile; è uno strumento di propaganda di una parte politica che si identifica con la tecno finanza e con quel cerchio magico che riunisce ancora gli interessi delle corone europee.
Più interessante la vicenda Bergoglio, un Papa che ha girato il mondo, ma che se ne guarda bene di andare in Argentina, dove si ricordano dei suoi rapporti con la Guardia de Hierro (imitazione sudamericana di quella del nazista Codreanu) e con la giunta di Videla.
Bergoglio ha stipulato ben due accordi con la Cina, non portando a casa nulla in relazione ai diritti dei cristiani e passando sopra la testa degli Uiguri, popolo schiavizzato a vantaggio delle multinazionali delocalizzate.
Bergoglio non è andato alla riconsacrazione dell’altare di Notre Dame, la cattedrale simbolo della cristianità, perché, questa la scusa, preferisce stare con gli umili.
Peccato che stia molto bene in compagnia del cosiddetto capitalismo etico, definizione che è una vera presa per i fondelli, perché il capitalismo è capitalismo e segue le sue regole, che di etico non hanno nulla.
Quella del capitalismo etico fa la pari di quella della banca etica, invenzione della finanza bianca lombarda e del finto perbenismo di quarta serie, ad uso e consumo degli allocchi che si fanno abbindolare.
Non andando a Parigi e recandosi a pregare davanti al Gesù deposto sulla kefiah Bergoglio ha semplicemente, in modo chiaro nel simbolismo, fatto capire ancora una volta che della cristianità occidentale a lui importa ben poco.
Volete un altro esempio? La mancata berretta di cardinale all’arcivescovo di Milano. Non è questione di antipatia nei confronti di Delpini, ma di declassificazione della cattedra di sant’Ambrogio, ossia di una delle radici del cristianesimo delle origini.
Da qualche tempo Jorge Mario Bergoglio, attraverso libri e interviste, è occupato in un’operazione trasformistica in base alla quale sarebbe stato lui a far eleggere Benedetto XVI e la sua gestione del Soglio di Pietro sarebbe in continuità con il suo predecessore.
Non solo. Il gesuita argentino è diventato una sorta di influencer che firma libri a raffica.
Dei Gesuiti è proverbiale la sibillinità, che sfocia nella più esecrabile doppiezza. Nel Compendium, ad esempio, alla domanda: “Si domanda a che cosa è obbligato un uomo che ha giurato in modo fittizio e per ingannare?”. La risposta è quantomeno inquietante: “Egli non è obbligato a nulla in virtù di religione, poiché egli non ha prestato un vero giuramento. Nullameno è obbligato dalla giustizia a mantenere ciò che ha giurato in un modo fittizio e per ingannare”.
In aggiunta potremmo citare la seguente affermazione: “In ogni promessa fatta con giuramento, anche in via assoluta, vi sono certe condizioni tacite, come per esempio: se lo potrò; salvo il diritto e l’autorità superiore; purché le cose restino moralmente nel medesimo stato”.
Insomma, fidarsi di un giuramento, stando alla logica gesuitica, è perfettamente inutile.
Un esempio eclatante di sibillinità è la Fiducia supplicans.
Spiega Vatican News: “Di fronte alla richiesta di due persone di essere benedette, anche se la loro condizione di coppia è “irregolare”, sarà possibile per il ministro ordinato acconsentire. Ma evitando che questo gesto di prossimità pastorale contenga elementi anche lontanamente assimilabili a un rito matrimoniale. È quanto afferma la dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede e approvata dal Papa”.
La benedizione di coppie omosessuali ha suscitato un polverone enorme all’interno della Chiesa e così, di spiegazione in spiegazione, si è arrivati alla benedizione di 15 secondi.
Una presa per i fondelli a tutto tondo per chiunque abbia un briciolo di residuo spirito critico.
Il gesuitismo cerchiobottista è tutto da vedere in questo continuo tira e molla.
Poi arriva Dignitas infinita, il documento del Dicastero per la Dottrina della Fede pubblicato l’8 aprile e presentato in una conferenza stampa da Víctor Manuel Fernández, prefetto della Dottrina della Fede.
Come riporta Vatican News, “la questione omosessualità è stata toccata più volte nel corso della conferenza stampa, non tanto relativamente a Fiducia Supplicans bensì a Dignitas infinita che esorta ad evitare ogni “ingiusta discriminazione” o “aggressione e violenza” contro persone omosessuali, denunciando “come contrario alla dignità umana” il fatto che in alcuni Paesi ci sia chi viene arrestato, torturato, ucciso per il proprio orientamento sessuale. “Siamo a favore della depenalizzazione! Non c’è alcun dubbio”, ha esclamato Fernández. Un punto di vista già espresso da tanti vescovi e che ora il prefetto della Dottrina della Fede rilancia, denunciando la violenza contemplata a livello legale in alcuni Paesi oppure permessa “come se non succedesse niente”. “Siamo di fronte a un problema grosso” e ad “un attacco dei diritti umani”, ha affermato, dicendosi “esterrefatto” dall’aver letto commenti da parte di cattolici benedicenti le leggi contro i gay emanate dal governo militare di un tal Paese: “Quando ho letto volevo morire”.
Si legge ancora su Vatican News: “A chi faceva notare che forse bisognerebbe cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica che reputa gli atti omosessuali “intrinsecamente disordinati” (cosa che, a parere di molti, alimenterebbe la violenza contro i gay), il capo Dicastero ha risposto che “intrinsecamente disordinati” è effettivamente “una espressione forte… Bisogna spiegarla molto, magari trovassimo un’espressione più chiara”. Con essa, però, si vuole ribadire che “la bellezza dell’incontro tra uomo e donna che possono stare insieme e avere rapporto intimo da cui nasce nuova vita, è una cosa che non può essere comparata con un’altra. Gli atti omosessuali hanno una caratteristica che non può rispecchiare nemmeno da lontano quella bellezza”. Sulla stessa scia il cardinale ha ribadito il rifiuto della teoria del gender perché “impoverisce la visione umanistica”: “In questo contesto l’idea di matrimonio gay o eliminazione delle differenze, non sembra accettabile”.
Dignitas infinita si pronuncia poi contro il cambio di sesso, l’aborto, la maternità surrogata.
L’ondeggiamento del pendolo del Vaticano continua, nell’inutile speranza di dare, con un colpo al cerchio e un colpo alla botte, nuovo spazio ad un cattolicesimo che ha le sue chiese vuote, così come sono vuoti i seminari e i conventi.
Ma veniamo ad una delle più sibilline dimostrazioni di gesuitismo: l’esordio dell’enciclica “Fratelli tutti”, che ben risponde alle domande che si pongono Di Stanislao e Di Scanno.
Tale esordio è una proiezione psicologica dove Francesco (Bergoglio) proietta su Francesco (inteso come il Santo di Assisi) l’incontro con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyed che, egli dice, lo ha ispirato a scrivere la lettera circolare (questo il significato di enciclica) sulla fratellanza umana.
L’esordio è una forzatura storica che stravolge il senso dell’incontro del Poverello d’Assisi con il sultano Malik-al-Kamil.
La narrazione di Bergoglio, nella sua Enciclica “Fratelli tutti” è la seguente:
“C’è un episodio della sua vita che ci mostra il suo cuore senza confini, capace di andare al di là delle distanze dovute all’origine, alla nazionalità, al colore o alla religione. È la sua visita al Sultano Malik-al-Kamil in Egitto, visita che comportò per lui un grande sforzo a motivo della sua povertà, delle poche risorse che possedeva, della lontananza e della differenza di lingua, cultura e religione. Tale viaggio, in quel momento storico segnato dalle crociate, dimostrava ancora di più la grandezza dell’amore che voleva vivere, desideroso di abbracciare tutti. La fedeltà al suo Signore era proporzionale al suo amore per i fratelli e le sorelle. Senza ignorare le difficoltà e i pericoli, San Francesco andò a incontrare il Sultano col medesimo atteggiamento che esigeva dai suoi discepoli: che, senza negare la propria identità, trovandosi «tra i saraceni o altri infedeli […], non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio». In quel contesto era una richiesta straordinaria. Ci colpisce come, ottocento anni fa, Francesco raccomandasse di evitare ogni forma di aggressione o contesa e anche di vivere un’umile e fraterna “sottomissione”, pure nei confronti di coloro che non condividevano la loro fede. Egli non faceva la guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”.
San Bonaventura da Bagnoregio, nel suo “Vita di San Francesco”, narra che il Poverello di Assisi si recò, con il suo confratello Illuminato, nella terra degli infedeli e furono presi dalle guardie saracene e malmenati.
“Dopo mille tormenti – scrive San Bonaventura – sfiniti, per disposizione di Dio, vengono tratti alla presenza del sultano, come Francesco desiderava. Quel principe l’interrogò da chi fossero stati inviati, a che fine, sotto quale titolo e con che mezzo fossero pervenuti in quei luoghi. E il servo di Cristo, con intrepido coraggio, così rispose: «Non da uomo, ma da Dio siamo stati mandati, per mostrare a te e al tuo popolo la via della salute e annunziarvi il Vangelo». Con tanta franchezza e coraggio, con tale fervore di spirito parlò di Dio uno e trino e di Cristo salvatore del mondo, che chiaramente si vide attuata la promessa del Signore: Io darò a voi parole e sapienza, a cui non potranno resistere, né contraddire tutti i nostri avversari (Lc 21,15). Il sultano, ammirando quel fervore e quella virtù d’eroe, volentieri l’ascoltava. Anzi lo invitò pure e con insistenza a rimanere con lui. «Si – rispose Francesco ispirato da Dio – volentieri rimarrò con te, se tu e il tuo popolo vi convertirete a Cristo. Che se dubiti di lasciare la legge di Maometto per la fede di Cristo, ascolta: ordina che sia acceso un fuoco quanto mai grande. Tra le fiamme entrerò io con i tuoi sacerdoti; almeno così ti convincerai quela legge e quale fede sia più certa, più santa e più degna di essere seguita». Il sultano gli rispose: «Penso che neppure uno dei miei sacerdoti voglia esporsi alla prova del fuoco o subire alcun genere di pene, per difendere la propria fede». L’aveva già visto. Uno di essi, uomo eminente e vecchio, a quella proposta si era infatti eclissato. «Ebbene – riprese Francesco – se prometti che, uscendo io incolume dal fuoco, ti convertirai tu e il tuo popolo a Cristo, mi lancerò in esso da solo. Se andrò in fiamma, si ascriva ai miei peccati; ma se, per divina virtù, ne uscirò salvo, vogliate riconoscere Cristo, virtù e sapienza di Dio, vero Dio e Signore e Salvatore del mondo».
San Bonaventura riporta che il sultano non accettò la proposta di Francesco e questi tornò da dove era venuto.
Francesco era andato per convertire, non per sottomettersi.
L’enciclica “Fratelli tutti”, dunque, comincia gesuiticamente male, con una forzatura storica su San Francesco, poi sale nell’empireo dei principi generali, molti dei quali condivisibili, per poi precipitare a volo radente, dal paragrafo 119, sulle ricette politiche, facendo dell’enciclica il manifesto del Partito comunista utopistico del globalismo, del quale Francesco diventa il teorico e l’ispiratore, dimentico di essere stato un estimatore della Guardia de Hierro.
Cosa ci si può attendere da Jorge Mario Bergoglio se non la distruzione progressiva di quel che resta del cristianesimo in versione cattolica apostolica romana?
Che importanza può avere se in Siria si distruggono le radici del cristianesimo?





