di Marco Sarli
Dopo il mini taglio di giugno, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde ha comunicato al mercato la decisione di un secondo taglio di pari taglio, aggiungendo che non siamo ancora su un percorso che prelude necessariamente a ulteriori riduzioni dei tassi ufficiali, perché tutto dipenderà dai dati sull’inflazione che perverranno nei prossimi mesi.
Pur non avendo tra i suoi obiettivi espliciti quello di un’attenzione allo stato della crescita, non può non stupire la vera e propria sordità di Francoforte rispetto alla certificata anemia dei tassi di crescita dei principali paesi della area dell’euro è segnatamente della situazione al limite della recessione della Germania, mercato di sbocco di buona parte dell’export italiano e di quello di altri grandi paesi europei.
Non deve stupire che le posizioni più conservatrici in materia di politica monetaria vengano proprio dalla Germania e da altri paesi a torto definiti “frugali”, ma è evidente che si tratta di una miopia che rischia di assumere vere e proprie caratteristiche di autolesionismo, ma con conseguenze che alla fine saranno pagate dall’Europa intera.
Pur restando nell’ambito dell’ ortodossia monetarista, credo non sfugga ai più il forte dibattito in corso tra gli stessi banchieri centrali sulla intangibilità del livello del due per cento come l’optimum cui le politiche devono tendere, soprattutto in presenza di chiara sofferenza dell’economia reale.
Eppure di questo si è discusso apertamente anche nell’ultimo meeting dei banchieri centrali a Jackson Hole, ma purtroppo quando si tratta di passare dalla teoria alla pratica vincono le visioni e gli interessi nazionali e questo non vale solo per la BCE ma anche per l’unione europea con la Von Der Leyen ancora impegnata a “dare i resti” ai ventisette paesi membri e ai loro appetiti in materia di commissari e relative competenze.




