
Sarebbe il caso che si cominciasse a tener d’occhio – oltre ai putinisti ed all’ormai affievolito (???) pericolo dei trumpiani – anche gli islamisti.
Essendo questi ultimi, per me, i più pericolosi, ma trascurati: il mantra ha deciso di ignorare la penetrazione che l’islam sta avendo nelle coscienze di tutto il mondo ma in particolare nei Paesi nei quali la più radicale sinistra riesce a gestire le piazze ed i movimenti sociali. Il perché di questa rimozione andrebbe approfondito.
So di sollevare polemiche, ma non posso non constatare che l’avvertimento lanciato all’occidente dalla maggior parte dei Paesi musulmani e arabi – anche per bocca di autorevoli esperti come l’Imam Chalghoumi e la giornalista Souad Sbai, per questo finiti nel mirino – di non sottovalutare questa penetrazione è stato un avvertimento ignorato. In qualche caso sbeffeggiato.
Quei Paesi, che il problema lo conoscono perché lo hanno vissuto sulla pelle, ci hanno detto che «la sharia si muove come una lobby globale che mira al raggiungimento del potere attraverso una strategia ibrida e graduale, quasi mai violenta, soprattutto all’inizio. Costruisce furbescamente consensi attraverso attività sociali, culturali, religiose, benefiche e velatamente politiche. Dopodiché lanciano il sasso e spesso nascondono la mano, mentre i loro adepti si radicalizzano e soffiano sul fuoco dell’odio» (Il Riformista).
E’ l’ala “politica” di Hamas – non sanguinaria ma non meno letale – che influenza le politiche di Giordania, Kuwait, Yemen, Libia, Marocco, Iraq, Indonesia, Pakistan e Algeria; che è di fatto al potere in Sudan e Iran; che è stata messa al bando da Paesi mussulmani come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Giordania, Siria, Libia, Tajikistan, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan e, tra i non musulmani, da Russia e Austria. Gli Stati Uniti sono sulla stessa strada.
In Europa il disagio sociale altissimo e la fragilità che ne consegue – mancano progetti seri di risposta, non si alimentano speranze contro il degrado sociale e anche democratico, che così si fanno apparire ineluttabili – possono essere un terreno dove coltivare la possibilità di usare la nostra democrazia e la nostra tolleranza proprio contro di noi.
« L’alleanza tra sinistra radicale e Islam radicale è ormai un dato di fatto» dice l’articolista. Io sono meno pessimista, ma non posso non annotare che il pericolo esiste. E se, come diceva Falcone, si segue la pista del denaro, i finanziamenti ad iniziative anche genuinamente sociali – fenomeni acclarati ma non pubblicizzati, il perché sarebbe da capire – dovrebbero far suonare campanelli di allarme. E la fonte dei finanziamenti – per esempio la Turchia – essere oggetto di qualche cosa in più di distratte riflessioni in chi fonda la sicurezza sulla NATO per pericoli diversi dal diffondersi dell’islamismo.
La sinistra, per quanto zoppicante, per quanto in questo momento lontana dalla mia stima , non merita assolutamente di vedersi accomunata – in alcun modo – a movimenti di rivolta che fanno da prodomo a qualcosa di più. Di potersi anche lontanamente farsi considerare “l’utile idiota”. Mi rifiuto di accettarlo.
Ma c’è bisogno che due scelte vadano a questo punto riesaminate con attenzione: quella di avere paura di essere scavalcati da una qualsiasi istanza “più a sinistra”; quella di pensare ad uno scontro sociale portato come metodo di opposizione. Per entrambi occorre fare marcia indietro. Netta.
Il pericolo che entrambe queste scelte favoriscano atti di violenza è forte. Non va combattuto autocensurando movimenti e manifestazioni: ma impedendo in ogni modo che sacche di violenza siano presenti ed addirittura talvolta dirigiste. Dire no alla violenza prima che si manifesti: dopo è sterile.
Vi è un “pregiudizio” culturale che attribuisce alla sinistra una sorta di innocenza morale. L’idea romantica del rivoluzionario che combatte l’oppressione induce a pensare che le sue intenzioni siano «giuste» e quindi meno condannabili. Per questo motivo episodi violenti vengono talvolta liquidati come semplici «tensioni» o «manifestazioni» e non come minacce alla democrazia.
Lo considero del tutto sbagliato. Prendere sul serio la violenza di sinistra serve a difendere la sinistra democratica. Che c’è. Che va rispettata. Denunciare l’estremismo armato non equivale a criminalizzare le lotte sociali, ma a proteggerle da chi vorrebbe trasformarle in guerra ideologica. La violenza politica non è diversa se di destra o di sinistra, perché è un “difetto della democrazia”.
Se c’è il pericolo – e per me c’è; e gli esempi si vedono; e le esternazioni “fuori del vaso” sono continue; e le iniziative dubbie sono tante – che questo sia l’aspetto più visibile di una strategia che viene dal di fuori della nostra cultura, la questione non può restare nell’ambito del dibattito culturale. Deve diventare azione politica, intesa come Politica.
Prima che affezionati ai propri partiti occorre essere affezionati alla democrazia ed alla sua cultura. Giuro che questo è “di sinistra”.





