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Pucci, ovvero il diritto di scegliere le idee politiche

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Pucci: ovvero il diritto di essere fascista. Se vuole.

In Italia, il divieto al fascismo non è obbligo giuridico. Il senso di antifascismo è presente nell’intera Costituzione: è un impegno morale e culturale. La storia stessa con la quale è stata scritta la Costituzione lo dice. Ma questa può essere una mia lettura, dunque contestabile: allora vediamo i fatti. Questi poco o per niente contestabili.
La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, l’unico articolo nel quale compare la parola “fascismo”, vieta la riorganizzazione del partito fascista, ma non vieta l’ideologia fascista in sé, né l’adesione individuale a idee di quel tipo. E neanche la presenza pubblica di chi si richiama a quella ideologia, per manifestazione nostalgica o per convinzione politica. Persino per i gerarchi fascisti la limitazione del diritto ad assumere cariche pubbliche fu limitata a soli 5 anni.
Le leggi successive – dalla legge Scelba del 1952 alla legge Mancino del 1993 – hanno dato un contenuto più concreto al divieto di apologia e ricostituzione, ma si sono ben guardate dal definire giuridicamente cosa si intenda per “fascismo”. Antifascismo è un “implicito” che fa da sfondo culturale, non un dictat giuridico. Con conseguenze chiare, se si rispetta la democrazia. La Corte Costituzionale e la Cassazione sono state sempre caute nel vietare simboli, partiti o movimenti neofascisti, a meno di prove concrete che esse vogliano portare alla ricostituzione del disciolto partito. Il vero divieto, anche se si valuta l’apologia, è nella riorganizzazione del partito fascista. E solo quello: l’articolo 18 della Costituzione esprime – quello si giuridicamente – la libertà di associarsi e, caso unico, questo concetto è precisato nell’articolo 49 “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Anche qui la parola “fascismo” e quella “antifascismo” non ci sono. L’accento è sul metodo democratico.
Il valore etico e storico della Resistenza è messo in discussione? Assolutamente no. Forse viene messo in discussione quando il concetto di fascismo diventa una logica inventata a giorni alterni, applicata a macchia di leopardo, stiracchiata come ci pare a seconda delle convenienze, persino nel “diritto alla critica”. Ormai sempre più spesso la clava di questa parodia di antifascismo si abbatte su persone e sul fare politica con una violenza che di costituzionale ha poco. E’ un aspetto di quella “moralità” che è in realtà gioco politico e dunque non più un valore. Mi ripeto: ci sta seppellendo.
Pucci, non so se è davvero fascista, rinuncia a salire sul palco di Sanremo, sommerso da ingiurie, insulti e minacce. E’ inaccettabile. Perché ormai non si riesce più ad immaginare che una persona di destra, anche fosse di pensiero fascista, sia semplicemente una persona dalla quale dissento profondamente, sul pensiero e magari sulle proposte. Ma che accetto che esista.
Attaccarlo come si è fatto con Pucci – ma è un costume esteso ormai a chiunque esprima pensieri diversi da quello “unico” – questo è vero fascismo: per metodo, per cultura dei rapporti. E si compie una sfregio alla logica costituzionale: nella quale la libertà non consiste nell’essere per forza uguale ad altri. E dove non condividere non deve per forza essere un atto di violenza.
C’è una deriva illiberale. Che la si sottovaluti, sino a farlo diventare cronaca, e farci sopra un po’ di speculazione elettoralistica, è sintomo di miopia politica. Almeno spero sia solo miopia.
Che lo dica Meloni, e non la sinistra che vorrei, mi rattrista. Ma non per questo intendo negarlo.

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  • Redazione

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