
di Maccabeo
In difesa della Francia, ancora e sempre
E anche stavolta, come prevedibile, sarò in minoranza. Anzi quasi in perfetto isolamento, ma poco me ne cale.
Per chi come me ha fatto della libertà e della laicità il valore fondante della propria esistenza e delle proprie battaglie civili, la difesa della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi è quasi un atto dovuto.
Ma vorrei andare punto per punto, per cercare di esprimere tutto il disagio che provo davanti alle polemiche che si stanno (strumentalmente) montando.
Sarebbe fin troppo facile sbeffeggiare l’onorevole Malan, che ormai colleziona più gaffe che interventi pubblici, con la sua uscita sul Vitello d’Oro eretto, secondo lui per questa occasione, sulle vie di Parigi, mentre si tratta di un monumento raffigurante un toro, che nulla ha a che fare con richiami biblici, e risale al 1937. Ma sarebbe troppo chiedere a Malan di consultare almeno Google, se non un’enciclopedia, prima di parlare. Ma ora smetto di sparare sulla Croce Rossa e vengo alle questioni serie.
Il primo punto riguarda la presunta blasfemia delle drag queen che interpretano i personaggi dell’Ultima cena. L’ho trovato esteticamente poco gradevole, ma questo mi pare del tutto insignificante davanti alla portata delle questioni in gioco. E la principale questione in gioco non è il buon gusto (ché altrimenti dovremmo abbattere persone e cose con bombe nucleari un giorno sì e l’altro pure), ma la libertà di espressione, che la Francia ha evidentemente nel proprio DNA. E che noi, sparuta provincia del Vatistan, non ci sogniamo neppure.
Dunque, dovremmo avere la capacità di distinguere l’estetica dall’etica, proprio nello stesso modo in cui distinguiamo (ahimè, non nel Vatistan) il reato dal peccato. Io non dimentico le parole dell’intervista del direttore di Charlie Hebdo quando disse che “la blasfemia è l’ultima frontiera della libertà di pensiero e di espressione”. Parole che condivido e faccio mie. Io personalmente non bestemmio, non gradisco le persone che bestemmiano, ma mai e poi mai mi permetterei di sanzionare o censurare una persona perché lo fa.
Perché al centro di tutto c’è la capacità di discernere ciò che mi dà fastidio (che urta la mia sensibilità) dà ciò che limita la mia libertà. Se quella scena che abbiamo visto in TV ha dato fastidio a qualcuno, sono certo che quel qualcuno ha potuto spegnere il televisore e non è stato costretto a guardare quelle immagini con una pistola puntata alla tempia. Questa persona infastidita, che presumo dotata di pollice opponibile, avrebbe potuto prendere in mano il telecomando e spingere il tasto off. Mi preoccuperebbe molto di più, viceversa, se a qualcuno fosse stata negata quella libertà di espressione, che dal punto di vista estetico, lo ripeto, non ho trovato gradevole.
E adesso passo alla seconda, prevedibilissima, obiezione: “La laicità non coincide con l’anticlericalismo e ancora meno con la blasfemia”.
Distinguiamo le due questioni: secondo me, invece, non c’è laicità senza anticlericalismo. Ma mi spiego: ho molti amici preti, e persino ho fatto amicizia con alcuni vescovi e abati. L’anticlericalismo, quello vero, quello sano, quello che rivendico, è semplicemente coincidente con la laicità: “libere chiese in libero stato”.
Il plurale, introdotto da me al posto del singolare cavouriano originale, non è un errore tipografico. Ogni chiesa deve essere libera all’interno dello stato. Il clericalismo rispetto al quale sono “anti” è quello di chi va a prendere ordini (in cambio di voti, ça va sans dire) nelle curie e nelle sacrestie, quando non addirittura nella nostra vera capitale, la Città del Vaticano.
Dunque non si può essere laici se non si è anticlericali, ma nel modo che ho appena descritto. La chiesa deve essere liberissima, come tutte le altre istituzioni religiose, di esercitare il proprio ministero spirituale, ma senza che dallo Stato esca un solo centesimo e senza alcun tipo di privilegio. Dalle mie parti c’è un modo di dire che mi pare molto efficace: “Chi vuol bene al suo Dio se lo preghi”.
Quanto al rapporto tra laicità e blasfemia, si riassume in quello che ho già detto in precedenza: la blasfemia può colpire la suscettibilità di alcuni, ma questa suscettibilità va protetta attraverso una educazione alla sensibilità altrui, all’empatia, ma mai e poi mai attraverso delle leggi. Ogni volta che introduciamo una legge che limita una libertà (con la scusa di difendere la sensibilità altrui, il comune senso del pudore o altre amenità simili) costruiamo delle fondamenta su cui più avanti verranno edificati le roccaforti dell’intolleranza. Davvero la storia non ci ha insegnato nulla?





