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Anatema in do maggiore: perché la woke culture vi ruberà pure Bach

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Anatema in do maggiore

Un’analisi spietata sulle deviazioni ideologiche dei compositori classici, prima che la sinistra le trasformi in legge

Ah, i bei tempi in cui la musica era soltanto vibrazione dell’aria, strumento per l’elevazione dello spirito ed autentica espressione artistica di chi la creava mentre la politica si limitava a litigare sulla legge elettorale!

Oggi pomeriggio mi intrattenevo piacevolmente con il mio amico Pietro. Tra una battuta e l’altra, il discorso è cascato inevitabilmente sull’ultimo cortocircuito mediatico: il video di Alice De André e la polemica su Matteo Salvini “persona sgradita” al concerto in memoria del grande Fabrizio.

Da appassionati di musica – e da cittadini che in questa sinistra italiana proprio non riescono a trovare nulla di condivisibile – abbiamo sospirato a lungo. Stanca di sospirare e piuttosto provata dall’afa, gli ho confessato che, per disintossicarmi dalla melassa ideologica e dai veti d’incognito e d’autore, mi sono rifugiata nell’unica oasi apparentemente sicura: la musica classica.

Pietro mi ha guardato con un sorriso sornione: «Sicura che sia un rifugio adatto a te, cara la mia conservatrice? Guarda che la cancel culture e il filtro woke della nostra sinistra sono pronti ad appropriarsi pure del Settecento».

Da lì è nato un gioco surreale. Abbiamo provato a redigere un “Indice della musica classica politicamente corretta”, applicando le lente deformante delle categorie ideologiche moderne ai maestri del passato. Risultato? Se sei di centro-destra, rischi di dover portare tutto il tuo armamentario hi-fi all’isola ecologica.

Ecco la top ten dei compositori che la narrazione progressista potrebbe rivendicare (o cancellare) da un momento all’altro:

1. Pyotr Ilyich Tchaikovsky: l’icona queer

Il verdetto woke: assolutamente intoccabile, eroe del movimento LGBTQ+.

Il dilemma: ha scritto capolavori immortali, ma la sua tormentata vita affettiva e la sua omosessualità lo rendono un manifesto perfetto per le battaglie sui diritti civili. Se ti piace Il lago dei cigni, stai implicitamente sostenendo il DDL Zan? Nel dubbio, a destra si suda.

2. Wolfgang Amadeus Mozart: il proletario incompreso

Il verdetto woke: Compagno Wolfgang!

Il dilemma: sepolto in una fossa comune, perennemente al verde, in lotta contro l’aristocrazia e il sistema di patronato. Nelle sue opere (tipo Le nozze di Figaro) i servi sono più intelligenti dei padroni. Chiaramente un precursore della lotta di classe. Manco Amadeus…

3. Ludwig van Beethoven: l’attivista antiautoritario

Il verdetto woke: il compositore dell’inno all’euro-progressismo: intoccabile.

Il dilemma: stracciò la dedica dell’Eroica a Napoleone appena questo si è proclamò Imperatore (no all’autocrazia!). Ha scritto l’Inno alla Gioia, diventato inno ufficiale dell’Unione Europea. Ascoltarlo equivale a dichiararsi apertamente federalista e globalista. E, poi, morì sordo…

4. Frédéric Chopin: il rifugiato politico

Il verdetto woke: il simbolo dell’accoglienza e dell’esilio.

Il dilemma: polacco, costretto a fuggire a Parigi a causa dell’oppressione russa. Chopin è l’incarnazione del rifugiato politico, del valore della patria perduta e della resilienza delle minoranze oppresse. Praticamente una figurina della narrazione ONG.

5. Giuseppe Verdi: l’immigrato clandestino del “Va, pensiero”

Il verdetto woke: simbolo di inclusione e liberazione dei popoli.

Il dilemma: il Va, pensiero parla di un popolo oppresso, deportato in una terra straniera che piange la patria perduta. Testo che, oggi, verrebbe letto in chiave pro-migranti in un secondo. Senza contare la relazione scandalosa (per l’epoca) con Giuseppina Strepponi: convivenza fuori dal matrimonio! Un sovversivo dei valori tradizionali. Viva Verdi! Con buona pace dei leghisti d’antan.

6. Franz Liszt: il fluido e l’influencer dell’Ottocento

Il verdetto woke: precursore della rivoluzione sessuale e del gender-fluid.

Il dilemma: scatenava la “Lisztomania”, si vestiva in modo stravagante, infrangeva ogni dogma sociale ed era conteso da donne e uomini. Troppo pop, troppo anticonformista, troppo distante dal decoro borghese.

7. Igor Stravinsky: l’eco-guerriero pagan-folk

Il verdetto woke: il pioniere dell’ecologismo radicale.

Il dilemma: con La Sagra della Primavera ha messo in musica i riti pagani della terra, la natura primordiale che si ribella e il sacrificio per il pianeta. Greta Thunberg approverebbe la partitura, non prima di sgridare ferocemente il pubblico che nel 1913 scatenò una rissa al debutto.

8. Clara Schumann: la femminista intersezionale

Il verdetto woke: la schiacciante vittoria contro il patriarcato musicale.

Il dilemma: ha composto capolavori, fatto tournée mondiali, cresciuto sette figli e mantenuto il marito Robert preda della malattia mentale. Clara è l’icona perfetta del female empowerment che demolisce il mito del genio unicamente maschile.

9. Claude Debussy: il decostruzionista fluido

Il verdetto woke: il rottamatore delle regole sassoni.

Il dilemma: ha distrutto le regole della tonalità classica, rifiutato la struttura rigida austro-tedesca e creato suoni sfuggenti, liquidi, impressionisti. Troppo poco “ordine e disciplina”, decisamente troppo fluid.

10. Antonio Vivaldi: il prete rosso non binario

Il verdetto woke: un caso di studio sulle identità di genere nel barocco.

Il dilemma: era un sacerdote che non diceva messa, viveva circondato da giovani cantanti donne (l’Ospedale della Pietà) e scriveva ruoli d’opera in cui gli uomini cantavano da donne e le donne da uomini (i castrati! Il travestitismo barocco!). Un incubo per i tradizionalisti dei ruoli di genere.

In preda allo sconforto, mi guardo intorno come fossi braccata. Quando, all’improvviso, un’illuminazione: «Ce l’ho! Posso ascoltare Šostakovič!» esclamo.

Dmitrij Šostakovič: il dissidente à la carte

Il verdetto woke: il martire antifascista e paladino della Resistenza culturale.

Il dilemma: per anni è stato il simbolo del genio perseguitato dalla censura di Stalin. Poi però, morto Baffone, è diventato Segretario dell’Unione dei compositori sovietici e ambasciatore dell’URSS nel mondo, collezionando medaglie del regime e firmando lettere di condanna contro veri dissidenti. Un cortocircuito perfetto per la sinistra nostrana: un po’ vittima oppressa da proteggere, un po’ “intellettuale d’apparato” con il pugno chiuso e la valigia diplomatica. Se lo ascolti, stai celebrando il dissenso o stai facendo propaganda per il politburo? Nel dubbio, prepariamoci a un dibattito in perfetto stile “assemblea d’istituto”.

Alla fine, ho guardato Pietro, sgomenta: «Quindi, mi rimane solo Wagner?».
«Pessima idea», mi ha risposto. «Quello te lo contestano per motivi opposti in tempo zero».

Siamo rimasti lì, in silenzio, a svuotare due tazzine di caffè ormai freddo.

Forse l’unica soluzione per salvare la musica da questa folle caccia alle streghe ideologica è realizzare una cosa semplice: un’opera d’arte appartiene a chi la apprezza e la sa comprendere, non al partito che cerca di metterci il cappello. O, forse, non appartiene a nessuno perché la sua natura è libera.

Nel dubbio, stasera ascolto Bach. Spero solo che la sinistra non scopra che abusava del contrappunto (e il suo temperamento non era equabile).

Autore

  • Mariarosaria Murmura

    Maria Rosaria MurmuraMariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.

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