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ADAM SMITH E’ ANCORA VIVO IN CINA – PARTE III

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di Paolo Raffone

Un dialogo di Paola Bergamo con Paolo Raffone

PAOLA BERGAMOPaolo Raffone

(Parte terza)

Se l’operosa Cina, che risponde alla “logica del formicaio”, dapprima ha colto l’opportunità del capitalismo occidentale sempre alla ricerca del maggior profitto al minimo costo, ha accettato di far da fabbrica, poi, cresciuta ha imparato a fare da se’ e ha risposto alla sollecitazione come “imprenditore in proprio” e quindi cooperante ma pure “competitor” e di qui la necessità creazione di espansione delle vie di commercio B&R…proiettarsi verso il fuori per fare crescere e prosperare l’interno.

C’è del vero in questa considerazione, ma andrebbe letta, secondo me, in un’ottica più ampia, ad esempio di politica economica. La prima grande considerazione da fare è che il capitalismo non è un monolite, cioè esistono diverse concezioni ed esperienze del capitalismo. Come abbiamo visto, la Cina era un paese capitalistico di successo già prima dell’Europa e degli Stati Uniti. Più che un percorso lineare, quasi apprendistato e successivo affrancamento, credo che la Cina presenti semplicemente un modello diverso di capitalismo, diverso da quello originariamente europeo ed oggi egemonizzato dagli Stati Uniti.

La prima divergenza tra Cina ed Europa si è manifestata tra la fine del XVIII e i primi anni del XX secolo, il periodo nel quale le potenze europee ascendevano ad egemone mondiale. Due concezioni diverse di rivoluzione industriale.  Quella europea usava alta intensità di capitali ed energia, una grande manodopera dell’oltremare colonizzato che forniva le materie prime e una limitata manodopera locale per la trasformazione in via di meccanizzazione. Mentre la manodopera era esclusa dal beneficio dell’industrializzazione, i profitti del processo produttivo e commerciale erano centralizzati ed accumulati in mani prevalentemente private. Quella asiatica, cinese e giapponese, disponeva di enorme manodopera ed usava bassa intensità di capitali e di energia. Il risultato industriale permetteva una relativa accumulazione e la diffusione dei benefici dell’industrializzazione. Poiché la misura delle economie europee era piccola rispetto a quella globale, ma anche rispetto a quella cinese o indiana, era sufficiente una minima variazione nei prezzi e quantità nell’importazione delle materie prime e nell’esportazione del prodotto finito per generare un alto tasso di crescita in Europa, particolarmente in Inghilterra. In questa situazione di mercato globale controllato dalle piccole potenze europee non era possibile per la Cina sostenere una guerra dei prezzi che avrebbe portato al drastico incremento di quelli delle importazioni e al crollo di quelli delle esportazioni, con conseguenze sociali ingestibili. La dinastia Qing ne era consapevole e seguendo la bimillenaria dottrina Guanzi (equilibrio tra importante/superfluo, essenziale/periferico, cioè la stabilità politica prevale sull’economia) evitò scelte pericolose. Due secoli più tardi, Cina e India si trovano nella stessa situazione, non più a causa della piccola Inghilterra ma degli Stati Uniti che assorbono da soli un’enorme quantità di energia e materie prime, oltre a controllare il commercio e la finanza mondiali. Una situazione che chiama la vendetta di tutti i paesi, la maggioranza della popolazione mondiale, che finora sono stati esclusi dagli standard di produzione e di consumo degli Stati Uniti.  

Nonostante la nota triade ideale dell’Illuminismo europeo (libertà, eguaglianza, fratellanza), la struttura borghese del capitalismo europeo è rimasta violentemente anti-sociale fino ai primi decenni del XX secolo e in America è stata spietata ancor più a lungo. Il modello di capitalismo cinese, invece, rassomigliava già in epoca Qing, e in modo ben più marcato nelle epoche repubblicane del XX secolo, al modello cooperativo e territoriale tipico dell’Umanesimo e del Rinascimento, reinvestendo sul territorio parte dei profitti, cioè, in qualche modo dando luogo ad una “socializzazione” dei benefici dell’attività economica. Una tradizione che la Repubblica Popolare ha modernizzato, enormemente potenziato e ampliato in modo sistematico nel quadro della tutela e dello sviluppo dell’interesse nazionale cinese. Un marxismo neo-smithiano che ha integrato le lotte di classe nel funzionamento stesso del capitalismo cinese. Un risultato eccezionale ed autoctono che né Marx ed Engels né Thomas Friedman avevano previsto o capito. L’interdipendenza non crea uniformità di sistema, un’internazionalizzazione omogenea, un “mondo piatto”. L’economia del mondo non segue le teorie dell’equilibrio smithiane e poi ricardiane, ma presenta divergenze che derivano da fattori non economici, ma culturali, sociali e finanche spirituali.

Come ha scritto Samir Amin in “China, market socialism and US hegemony”, “dopo il 1949, la rivoluzione ha corretto le iniquità delle riforme Qing trasformando il popolo cinese, per cui oggi le classi popolari hanno fiducia in se stesse e sono libere da atteggiamenti di sottomissione, come dimostrano le centinaia di proteste e manifestazioni, anche violente, che si tengono giornalmente ovunque in Cina” (ad esempio, le proteste sociali nel 1993 erano circa 10.000 e nel 2005 circa 87.000). Risultati inesistenti nel Sud del mondo. Nel Nord del mondo le lotte operaie e i sindacati hanno ottenuto qualche concessione. Tuttavia, sin dagli anni ’20 il capitalismo ha adottato l’austerità come metodo “invisibile” di divisione sociale del lavoro pur tollerando la sussistenza formale del compromesso liberaldemocratico (elezioni e pluripartitismo). Gli effetti dell’austerità si vedono molto bene, storicamente con l’ascesa del fascismo, e più tardi, a partire dagli anni ’80, con la progressiva erosione dei diritti sociali, del welfare e, come avviene nel Regno Unito, adesso, anche con la limitazione delle libertà sindacali.

La seconda divergenza si manifestò in coincidenza con il ritorno dell’ottimismo in Europa dopo la Grande Depressione (1873-1896) che fu causata dalla competizione al ribasso dei prezzi e dal limite già raggiunto dell’espansione commerciale. Un ottimismo che non era dovuto ad un recupero dei profitti della produzione industriale ma allo spostamento del surplus di capitale nei servizi finanziari della City e nell’esplosione del credito per l’industria militare. Fattori che portarono la Belle Époque a chiudersi con la deflagrazione del 1914, e dopo il 1918 all’adozione dell’ideologia dell’austerità che, tranne brevi periodi, caratterizza il capitalismo occidentale fino ad oggi. Mentre crollava il sistema capitalistico mondiale centrato sul Regno Unito, la Cina aveva costruito una sua nuova dimensione di sovranità nazionale repubblicana, un’autonomia politica ed economica che le permise di tornare nella comunità internazionale (1912) e partecipare attivamente alla definizione e allo sviluppo delle regole del nuovo ordine mondiale wilsoniano (1919). Su queste basi, la Cina ha sviluppato tra il 1919 e il 1924 una politica internazionalista marcatamente anti-imperialista, condivisa dai nazionalisti e dai comunisti, sostenendo principi incentrati sulla “reciprocità” (ad esempio, pacta sunt servanda, e rebus sic stantibus, poi codificati solo nel 1969 nella Convenzione di Vienna). Le esperienze repubblicane cinesi non hanno mai abbandonato il fondamento anti-imperialista che, grazie alla sua vasta popolazione e alle grandi possibilità di sviluppo del mercato interno, ha permesso alla Cina di non aderire alle “formule” finanziarie neoliberali e neoliberiste (ad esempio, le privatizzazioni e l’austerità). Inoltre, tranne brevi periodi di eccezionale violenza, il “gradualismo” e il “pragmatismo” hanno caratterizzato la storia cinese da almeno quattro secoli. Diversamente dall’esperienza russa, in Cina la modernizzazione non è avvenuta tramite la distruzione ma piuttosto con l’innalzamento economico e educativo delle classi sociali più marginali (i contadini nel 1949 costituivano quasi il 90% della popolazione). La Cina ha dovuto aspettare fino al 1972 per essere riammessa, per strategia americana (Kissinger/Nixon), tra le potenze mondiali (sostituendo Taiwan nel seggio permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e ricevendo concrete assicurazioni sul rispetto della sua sovranità politica e territoriale – “one China policy”). In un rapporto della Banca Mondiale del 1981 si legge che “nelle passate tre decadi la Cina ha ottenuto risultati ineguagliabili riuscendo ad elevare le classi sociali a basso reddito a livelli di soddisfazione dei bisogni primari che nessun altro paese in via di sviluppo ha potuto raggiungere. Sono tutti occupati, ricevono alimentazione sufficiente e i loro figli sono scolarizzati e comparativamente ben educati, e hanno accesso a servizi per la salute e per il controllo delle nascite”. Un risultato inequivocabile che dal 1981 continua a progredire sulle basi del marxismo-leninismo dell’Armata Rossa degli anni ’20 e che dopo l’invasione giapponese degli anni ’30 ha dato, e dà ancora, i suoi frutti. Insomma, la Cina ha un suo capitalismo sociale e nazionale che include anche gran parte dell’enorme diaspora cinese che investe in Cina perché vede i risultati positivi anche per i familiari che vi risiedono. Un capitalismo piuttosto diverso da quello europeo e americano che offre libertà formali (liberaldemocrazia) e benefici effettivi per pochi. Nonostante tutto, anche il capitalismo di Taiwan somiglia più a quello cinese di Pechino che a quello di Washington.

La terza divergenza si è manifestata con la crisi finanziaria 1997-98 (prima che la Cina entrasse nel OMC, 2001) che ha segnato la biforcazione tra i modelli capitalistici che oggi emerge in tutta la sua evidenza con il Sud globale che rifiuta America ed Europa per aggregarsi con La Cina e i BRICS+. La biforcazione era dovuta all’impossibilità per gli americani e gli europei di continuare a produrre beni e servizi a prezzi inferiori rispetto al resto del mondo. Il surplus del resto del mondo ancora era versato nelle casse americane, finanziando il loro deficit, per essere poi reinvestito, secondo le regole americane, nuovamente nei paesi del Sud del mondo. Quel meccanismo si ruppe. Dal 1998 in poi quote crescenti di surplus bypassavano gli Stati Uniti per essere conservate come riserve o trovare investimenti direttamente in destinazioni del Sud. L’effetto fu di “rilassare o relativizzare l’influenza politico-economica del FMI nel mondo”, scriveva il Wall Street Journal nel 2006. La Cina, che per demografia e output economico e commerciale ha un peso specifico significativo, ha continuato a ridurre gli acquisti di obbligazioni statunitensi (T-Bonds) ridirigendo il suo e il surplus del Sud del mondo verso destinazioni nel Sud del Mondo. E’ utile ricordare che questi processi sono avvenuti con l’assistenza di paesi e istituzioni finanziarie del Nord del mondo. Come sappiamo, anche paesi come l’Arabia Saudita – una volta il bancomat degli Stati Uniti – hanno seguito la Cina in questo processo. Nel 2006, all’inizio della grave crisi del credito e delle banche americane, anche l’India, per bocca del primo ministro Mammohan Singh, alla riunione annuale della Banca di Sviluppo Asiatica chiedeva ai paesi asiatici di ridirigere i propri surplus verso i paesi dell’Asia. E’ a questo punto che l’egemonia americana, ma non il dominio, è finita. Da questo momento è iniziata l’emancipazione concreta del “resto del mondo” dalle grinfie dei paesi del Nord, Stati Uniti ed Europa. Adam Smith non avrebbe nulla da obiettare. La Belt & Road Initiative (BRI) le varie istituzioni finanziarie e di sicurezza, e quelle commerciali, che sono state attuate dal resto del mondo con la Cina non sono la replica dell’espansionismo del mercato capitalistico occidentale, come noi vogliamo credere. Si tratta di una vera e propria alternativa sistemica in atto!

E’ chiaro, quindi, che la globalizzazione anni ’90 (americana) era sbagliata concettualmente perché presupponeva di rimettere la Cina nella catena di valore del capitalismo americano basata sull’austerità. Dopo l’implosione finanziaria del 2006-8 americana (risultato prevedibile delle politiche di austerità combinate con l’eccesso deregolamentato della finanza) la Cina ha cambiato rotta con Xi dal 2013. La Cina ha sviluppato una strategia di globalizzazione autoctona. La risposta americana è stata finanziaria e hanno puntato sull’innovazione tecnologica, ma non è bastato e i loro conti pubblici sono progressivamente peggiorati (lasciando ai privati l’iniziativa). Trump non lo aveva capito. Ma Biden ha cercato di invertire la rotta (enormi masse di trilioni nell’economia – “helicopter money”), ma era troppo tardi. La Cina ha accusato gli americani di “produrre money dal nulla” e quindi falsare la loro stessa regola della concorrenza secondo il rispetto delle regole. Gli americani se ne sono fregati e la Cina ha fatto un “balzo” tecnologico autoctono che gli americani cercano di fermare per via geopolitica (Taiwan) e commerciale (sanzioni) sperando di bloccare l’innovazione cinese (combinazione efficiente di soluzioni digitali e IA). Ecco dove siamo oggi, mentre gli europei sono costretti, ancora, a seguire gli americani in una folle guerra alla Russia e, chissà, domani alla Cina.

L’Europa farebbe bene a svegliarsi dalla mimica americana e riconoscere al più presto la realtà che la circonda. Continuare nella posizione servile e servente degli Stati Uniti si sta già trasformando nel più grande rischio per gli interessi chiave degli europei. Sul Financial Times l’editorialista Wolfgang Münchau ha scritto che “l’economia dell’UE non è costruita per relazioni in stile Guerra Fredda perché è diventata troppo dipendente dalle catene di approvvigionamento globali … La realtà di fondo dell’Europa moderna è che non può facilmente districarsi dal suo rapporto con la Cina”.

Continuazione dellìarticolo pubblicato ieri e sabato scorso

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