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Achtung, è in arrivo il V Reich

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V Reich

Meglio attuare il terzo pilastro della NATO: “Tenere sotto la Germania”

La Germania, dopo il fallimento del III Reich (quello di Hitler), distrutto delle armate alleate, e dopo il fallimento del IV Reich (quello economico della Merkel), travestito da Unione Europea, ora, attivando ancora il suo travestimento europeo che ha messo in campo il riarmo, punta a costruire il V Reich, quello di Merz o, se si preferisce, di Pistorius, basato sulle armi, al fine, guarda caso, di essere l’egemone del Vecchio Continente.

Non contenti di riarmarsi, i tedeschi hanno anche fatto sapere che sono pronti a guidare la Nato senza Stati Uniti, la qual cosa è semplicemente un’affermazione da manicomio, in quanto le chiavi dell’Alleanza Atlantica le hanno gli USA e non le cederanno sicuramente ai guerrieri di Berlino.

Va ricordato che la NATO, come disse il suo primo segretario Lord Hastings Lionel Ismay, era un’alleanza creata “per tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

I tre pilastri della Nato rimangono quelli e che i tedeschi debbano rimanere sotto lo dimostra il fatto che gli Stati Uniti d’America, non quelli di Trump, ma quelli dei Democratici (Clinton, Obama, Baiden) hanno messo in atto una strategia di allargamento della Nato e di irritazione della Russia che è sfociata, dopo il colpo di Stato di Maidan, con l’annessione della Crimea e, dopo ulteriori spine irritative, nell’attuale guerra con l’Ucraina.

Il risultato vero di questa guerra è stata la chiusura del gas a basso costo per la Germania, la chiusura dei gasdotti e l’avvio di una crisi che ha fatto crollare il IV Reich economico.

Gianbattista Vico ha introdotto l’idea dei corsi e dei ricorsi storici, ossia del ripetersi ciclico di alcune fasi, non esattamente uguali, ma simili.

Siamo nel 2026, ossia un secolo esatto dal 1926, anno cruciale e di transizione per la Germania, collocato nel mezzo della Repubblica di Weimar (1919 – 1933). Dopo il disastro economico e l’iperinflazione del 1923, il Paese sperimenta una breve ma intensa “età d’oro” di ripresa, stabilità finanziaria e ritorno alla rispettabilità diplomatica, pur celando profonde fragilità sociali e politiche.

I principali aspetti che definiscono la Germania del 1926 si articolano in tre sfere: il ritorno sulla scena mondiale, l’ingresso nella Società delle Nazioni, la firma la Germania di un patto di neutralità e non aggressione con l’Unione Sovietica, mantenendo un doppio binario diplomatico tra Oriente e Occidente.

Gli ingenti prestiti statunitensi del Piano Dawes (iniziati nel 1924) e l’introduzione della nuova valuta (Rentenmark) fermano l’iperinflazione, rilanciando la produzione industriale.

L’economia si modernizza rapidamente, anche se la dipendenza dal capitale estero rende il sistema industriale vulnerabile a eventuali future crisi finanziarie. Le grandi città come Berlino e Monaco diventano fucine di modernità. È un periodo di straordinaria fioritura artistica, architettonica (con il movimento Bauhaus) e cinematografica (l’Espressionismo tedesco).

Eppure, nel profondo della società tedesca si agitano i prodromi del nazismo.

Il partito di Adolf Hitler, dopo il fallito Putsch di Monaco del 1923, riorganizza i propri ranghi e adotta una strategia di penetrazione politica e di massa. Sempre nel 1926 iniziano ad apparire le prime formazioni delle SS (Schutzstaffel).

Di lì a poco arrivò la Grande Depressione e il crollo (1929 – 1933).

Il crollo di Wall Street (ottobre 1929) fu devastante per la Germania: richiamo improvviso dei prestiti americani; produzione industriale -40% circa; disoccupazione in crescita esponenziale, da 1,3 milioni (1929) a oltre 6 milioni nel 1932 (quasi il 40% della forza lavoro); crollo del sistema di welfare.

Lascio a chi ci legge di fare le opportune comparazioni con quanto sta avvenendo in Germania in questi giorni. Bastino alcuni riferimenti: il crollo della produzione, la disoccupazione, il boomerang della delocalizzazione in Cina, la compressione del welfare.

Il 12 maggio scorso il Cancelliere tedesco Friedrich Merz (CDU) è stato contestato con fischi, buu e risate durante il suo intervento al congresso del DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund, la principale confederazione sindacale tedesca) a Berlino.

Merz ha difeso la necessità di riforme strutturali su pensioni, sanità e mercato del lavoro, spiegando che la Germania deve “rimboccarsi le maniche” e affrontare problemi rimandati da anni a causa della demografia, della stagnazione economica e della competizione globale. Ha parlato esplicitamente di “sacrifici” da parte di tutti per mantenere la competitività del Paese, evitando che la Germania rimanga indietro.

Merz ha definito la riforma delle pensioni una questione di “demografia e matematica”; ha difeso misure di austerità e possibili cambiamenti al sistema previdenziale e sanitario; ha invitato a un maggiore sforzo collettivo senza entrare troppo nei dettagli su chi debba sacrificare di più (critica comune: i ricchi o le imprese sembrano risparmiati).

Ci sono stati fischi prolungati, cartelli con pollice verso, qualche grido.

La Germania affronta da tempo crescita debole, perdita di posti di lavoro nell’industria, costi energetici alti e un sistema pensionistico sotto pressione demografica.

Torniamo a cento anni fa. A maggio 1928 il partito di Hitler era al 2,6%; a luglio del 1932 era salito al 37,3%.

Hitler rifiutò di entrare in coalizione se non come Cancelliere.

Il 30 gennaio 1933, il vecchio maresciallo Hindenburg nominò Hitler Cancelliere in un governo di coalizione.

Le cose cambiano rapidamente quando la crisi morde.

Il riarmo tedesco nel 1933 fu inizialmente nascosto tramite società di comodo come la MEFO (Metallurgische Forschungsgesellschaft), creata da Hjalmar Schacht per finanziare gli armamenti con cambiali segrete (Mefo-Wechsel).

Furono coinvolti grandi gruppi industriali come Krupp, Siemens, Rheinmetall. Hitler uscì dalla Società delle Nazioni (1933) per liberarsi dai vincoli internazionali.  Il

16 marzo 1935 (annuncio pubblico), Hitler dichiarò apertamente il riarmo, reintrodusse la coscrizione obbligatoria e annunciò la creazione della Luftwaffe (aviazione). L’esercito passò da 100.000 a oltre 500.000 uomini (obiettivo rapidamente superato).

Veniamo all’oggi. Il tema non riguarda l’Afd, che non è contraria al riarmo, ma non ne è la propugnatrice. Il tema riguarda chi oggi è al governo a Berlino.

Nella nuova strategia militare tedesca, pubblicata ad aprile, per la prima volta nella storia della Repubblica Federale e firmata dal ministro della Difesa Boris Pistorius, si legge: «Avremo l’esercito convenzionale più potente d’Europa; le nostre vecchie certezze sono state messe in discussione; al­lineiamo la Bundeswehr al suo compito fondamentale: la difesa del territorio nazionale e dell’Alleanza».

Il documento, articolato in tre fasi e in larga parte classificato, individua la Russia come la minaccia prioritaria e segnala che, nel lungo periodo, le Forze armate tedesche raggiungeranno una «superiorità tecnologica» nel Vecchio Continente.

La nuova “Militärstrategie ha come obiettivo di poter contare entro il 2035 su una Bundeswehr di 460.000 soldati, riservisti compresi. Siamo molto vicino, come date e come quantità di uomini alle cifre di cento anni fa.

Un riarmo, quello tedesco, che non tiene conto di un dato fondamentale, ossia che per gli Stati Uniti d’America (i quali, nonostante le velleità tedesche, rimangono il dominus della Nato), la Russia non è più il nemico, ma un interlocutore e, in molte partite, anche un alleato.

Il primo segnale di dissenso lo ha dato Trump riducendo la forza americana in Germania di 5 mila uomini.

A inizio maggio Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania, dopo uno scontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il Pentagono ha confermato che il processo durerà 6-12 mesi.  Il 22 maggio Trump ha annunciato su Truth Social l’invio di 5.000 soldati aggiuntivi in Polonia, citando i buoni rapporti con il presidente polacco Karol Nawrocki.

Si riduce la presenza storica in Germania (dove ci sono ancora ~35.000 soldati USA) e si rafforza il fianco orientale della NATO in Polonia, paese che paga di più per ospitare truppe americane e ha infrastrutture pronte.

La Germania rimane il centro di gravità per proiezione di forza americana in Europa, ma gli avvertimenti sono chiari. Vale la logica della Nato enunciata dal suo primo segretario: tenere fuori la Russia, dentro gli Usa e sotto la Germania.

Non a caso in questi anni è cresciuto il

peso relativo del fronte orientale (Romania, Polonia, Paesi Baltici).

La Romania è diventata cruciale sul Mar Nero (flanco sud-orientale NATO). Ospita l’Aegis Ashore (difesa missilistica), la base aerea di Mihail Kogălniceanu (in espansione, destinata a diventare una delle più grandi in Europa), battlegroup NATO guidato dalla Francia e forze USA rotazionali. Confina con l’Ucraina e controlla accessi strategici al Mar Nero. Gli USA la considerano un alleato affidabile e in crescita.

In

  • Kosovo Camp Bondsteel è la principale base USA nei Balcani (fino a 7.000 soldati in passato, oggi più ridotta), quartier generale del KFOR (missione NATO di peacekeeping). Ha valore regionale per stabilità balcanica.

 

La Polonia è diventata un “hub” sul fronte nord-orientale.

Sul fronte sud c’è l’Italia, alleato affidabile senza se e senza ma e senza alcuna idea di essere il dominus d’Europa.

L’Italia gioca un ruolo centrale e strategico nel fianco sud della NATO, grazie alla sua posizione geografica nel Mediterraneo, alle basi ospitate sul territorio nazionale e al suo impegno operativo e diplomatico.

L’Italia è un pilastro del fianco sud dell’Alleanza grazie al suo affaccio sul Mediterraneo, che la rende un hub naturale per operazioni nel Nord Africa, Medio Oriente, Sahel e Balcani. Ospita il Allied Joint Force Command (JFC) Naples a Lago Patria (NA), uno dei tre comandi operativi principali della NATO (insieme a quelli in Olanda e Norvegia). Questo comando è responsabile della pianificazione e conduzione di operazioni nel vasto AOR (Area of Responsibility) che include il Mediterraneo, i Balcani e aree adiacenti.

L’Italia promuove un approccio “a 360 gradi” alle minacce, collegando instabilità meridionali (terrorismo, migrazioni, influenze russe/cinesi/iraniane) alla sicurezza euro-atlantica complessiva. Questo si integra con iniziative nazionali come il Piano Mattei per l’Africa.

L’Italia funge da ponte tra Alleanza atlantica e attori regionali e non è solo un “consumatore” di sicurezza NATO, ma un produttore chiave sul fianco sud: fornisce comando, truppe, intelligence e spinta politica. Il suo ruolo è destinato a crescere con l’evoluzione delle minacce nel Mediterraneo Allargato.

Non abbiamo bisogno del riarmo della Germania, né per coprire le sue crisi, dovute a sé stessa, né per dare spazio, meglio prevenire che curare, a mire egemoniche in chiave militare. Ne abbiamo avuto abbastanza nel secolo scorso.

La Germania è in crisi per colpa delle sue classi dirigenti che hanno sposato la delocalizzazione, il green, il climate change e hanno voluto fare dell’Unione Europea lo strumento di dominio economico di Berlino dopo l’unificazione.

Siamo nel 2026 e, con qualche sfasatura temporale, siamo nel periodo che vide il passaggio dalla Repubblica di Weimar al nazismo. Prima che qualcuno si metta dei grilli intesta è meglio attuare il terzo pilastro della NATO: “tenere sotto la Germania”.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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