Home Cultura IL GOLPE ALL’INGLESE TRA ROSSANDA E CALVINO

IL GOLPE ALL’INGLESE TRA ROSSANDA E CALVINO

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di Giovanni Fasanella
Cereghino ed io iniziammo il nostro viaggio tra gli scaffali di Kew Gardens riprendendo il filo dell’inchiesta pubblicata da “la Repubblica” il 13 gennaio 2008, ma da quel giornale poi abbandonata. Inspiegabilmente, va detto. Avevamo comunque materiali robusti su cui basare la nostra ricerca. E idee molto chiare sugli obiettivi da raggiungere. Dovevamo trovare, insomma, risposte documentate a due quesiti fondamentali:
– Il golpe contro Moro progettato dagli inglesi nella prima metà del 1976 fu davvero «accantonato», come aveva scritto Repubblica?
– E i piani britannici erano solo simulazioni di scenari ipotetici, come aveva sentenziato l’ambasciatore Sergio Romano sul “Corriere della Sera”?
Il fatto curioso fu che, mentre in Italia si tendeva a minimizzare o, peggio, a stendere una coltre di imbarazzato (e ingiustificato) silenzio su quelle clamorose notizie, i media d’Oltremanica rilanciavano alla grande l’inchiesta di Repubblica con servizi radiofonici e televisivi diffusi in tutto il globo dalla Bbc. Senza contare i titoli apparsi sulle prime pagine di tutti i quotidiani del Regno Unito sin da lunedì 14 gennaio 2008. A cominciare dal londinese “The Times”. L’interesse per l’argomento da parte dei più influenti organi d’informazione britannici ci motivò ancora di più. E trovammo le risposte che cercavamo.
Dall’esame di ulteriori documenti emerse infatti che il piano per un colpo di Stato classico fu sì accantonato, ma solo perché alla fine gli inglesi optarono per un “Piano B”, meno rischioso dal punto di vista dei possibili contraccolpi per l’immagine dell’Alleanza atlantica: l’«appoggio a una diversa azione sovversiva». Un’operazione chirurgica, insomma, che avrebbe consentito di ottenere, con la liquidazione di Moro e della sua politica, il medesimo effetto di un golpe. Scoprimmo anche che la Gran Bretagna non si era mossa da sola, ma aveva progettato tutto insieme ai Paesi più autorevoli della Nato (Usa, Francia e Germania). Ma solo dopo aver incassato un qualche avallo anche dall’Unione Sovietica di Leonid Breznev e ricorrendo a quinte colonne italiane che Londra controllava occultamente sin dal triennio 1943-1945.
Entro certi limiti, dunque, Sergio Romano aveva ragione. Non ci fu un golpe vero e proprio, nelle forme storicamente conosciute in America Latina o nella Grecia dei colonnelli. Risulta tuttavia arduo contestare il fatto che Moro sia stato assassinato e che la sua politica sia stata neutralizzata per sempre tramite un’«azione sovversiva» oggettivamente «diversa» da un colpo di Stato.
Ma che significa – ci chiedono spesso i lettori –, che le Br erano eterodirette? Gli amici che mi seguono da tempo sanno come la penso: è una domanda fuorviante, dal momento che innesca infinite discussioni e alimenta la mitologia del mistero, senza mai lasciar filtrare un raggio di luce.
Penso che Rossana Rossanda (“il manifesto”) avesse ragione quando nella primavera del 1978, con Moro ancora nelle mani dei terroristi, evocò l’«album di famiglia» (la radice comunista delle Br) in polemica con il Pci di Berlinguer. Ma questa era soltanto una mezza verità politica che, nel tempo, ha prodotto distorsioni insidiose nella narrazione del fenomeno brigatista, racchiudendola nei confini angusti di una storia tutta di sinistra e tutta italiana. Cereghino ed io, al contrario, ci siamo sempre ispirati alle parole di uno dei più celebri intellettuali italiani del Novecento, Italo Calvino, pubblicate dal Corriere della Sera pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, in via Caetani. Eccole:
«Come gran parte degli italiani ho oscillato anch’io tra due ipotesi estreme: quella di prendere per buona la loro [dei brigatisti rossi] etichetta d’organizzazione clandestina sorta spontaneamente dal basso, una congiura d’emarginati, dannati della terra, desesperados delle metropoli, che con un fanatismo e una disciplina senza precedenti hanno acquistato un’invulnerabilità e una micidialità imprevedibili; oppure quella di crederli una organizzazione montata dall’alto, annidata in un importante ganglio dello Stato, collegata ai passati tentativi golpisti e alla strategia della tensione, connessa con mene interne di potere, magari anche aiutata da qualche servizio segreto straniero comunque interessato a “destabilizzare”, sia esso dell’Est, dell’Ovest o del Terzo Mondo, o di tutti insieme. Ognuna delle due ipotesi ha forti argomenti pro e forti obiezioni contro. Elementi di verità sono probabilmente contenuti nell’una e nell’altra; resta da definire il punto in cui le due ipotesi non si escludono a vicenda ma si sovrappongono».
Ecco, quel punto è ormai chiaramente visibile. Grazie soprattutto a cinque lustri di puntigliose, ostinate indagini negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens. Non era necessario eterodirigerle, le Br. Una volta che avevano deciso di puntare al cuore dello Stato, sequestrando e poi assassinando Aldo Moro, bastava lasciarle fare. E tra il giugno 1976 (l’«appoggio a una diversa azione sovversiva» era stato definitivamente approvato a Londra nelle settimane precedenti) e il maggio 1978 (la data di via Caetani), i brigatisti rossi ebbero mano libera in tutto e per tutto. Senza che nessuno osasse minimamente ostacolarli.

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  • Redazione

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