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IL NODO GEOPOLITICO DI NETANYAHU E HAMAS: STRATEGIE IN MEDIORIENTE E IN UCRAINA A CONFRONTO

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di Fabio Oreste*

Non è sussurro di complottisti, ma è il prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel ad aprire il dibattito gettando benzina sul fuoco del dibattito geopolitico, titolando un articolo: “Perché Netanyahu ha permesso ad Hamas di diventare una minaccia?”.

In una sequenza di eventi che sembra uscita dalle pagine di un romanzo di spionaggio, al centro della discussione, un’affermazione di Benjamin Netanyahu che scuote le fondamenta della diplomazia in Medio Oriente: “Chiunque voglia impedire la creazione di uno Stato Palestinese deve continuare a sostenere Hamas e a trasferire denaro ad Hamas.” Queste parole, pronunciate nel 2019   durante una riunione del Likud, il partito di Netanyahu, e riportate anche dai giornali Israeliani, tra cui Haaretz, rivelerebbero una strategia deliberata per mantenere lo status quo attraverso il sostegno ad Hamas, un’entità che, paradossalmente, Israele considera nemica.
Mi fa piacere che una rivista prestigiosa come Der Spiegel citi le stesse fonti giornalistiche e gli stessi argomenti, come chiave di lettura della crisi Israeliana Palestinese, che ho presentato in articoli precedenti sul Nuovo Giornale Nazionale. Esempio più unico che raro da parte dei media del main stream europeo. Vox clamantis in deserto, tanto per rimanere in tema geografico relativo al Deserto del Sinai, oltre Gaza, e al deserto del Negheb.

La dichiarazione di Netanyahu: “Chiunque voglia impedire la creazione di uno Stato Palestinese deve continuare a sostenere Hamas e a trasferire denaro ad Hamas”, può essere interpretata come un’ammissione del ricorso alla tattica di ‘divide et impera’, che vede in un Hamas rafforzato uno strumento per prevenire l’unificazione palestinese.

Ma le implicazioni di questa politica si estendono oltre le semplici manovre di potere, toccando il terreno etico e legale. Quando il flusso di finanziamenti dal Qatar a Hamas è venuto meno, Netanyahu non ha esitato a inviare il capo del Mossad a Doha, secondo quanto riferito all’ex Ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman. Questo atto ha sollevato domande spinose e provocato dimissioni eclatanti all’interno del governo, con Lieberman e Naftali Bennett che hanno abbandonato le loro cariche in segno di dissenso.
Ma vi rendete conto di cosa stiamo parlando? Mi ricorda molto il pericolosissimo Osama Bin Laden, che ricercato dalla CIA in tutto il mondo, era stato uno dei migliori amici personali del Presidente Bush senior, quando era Ambasciatore degli USA nei paesi arabi. Ovviamente, non può trattarsi che di semplici coincidenze, come quella che nel giorno dell’attacco al Pentagono dell’11 settembre, un areo di linea turistico, un jumbo pilotato dai dirottatori, supera lo sbarramento di fuoco del luogo più protetto al mondo e con il muso penetra e danneggia il muto del pentagono. La spiegazione ufficiale è che quel giorno tutti i caccia militari che normalmente erano sul quel quadrante (oltre 236) erano tutti, ma dico tutti stati mandati in un quadrante lontano, dall’altra parte dall’america a fare esercitazione, tranne 4 caccia che non si sa perché e non si sa per come non sono intervenuti per abbattere qualsiasi cosa passa sopra il pentagono che non sia un areo militare a stelle strisce autorizzato. Ovviamente sempre di conseguenze si trattano, ci mancherebbe.

Comunque, le mosse di Netanyahu hanno avuto ripercussioni non solo sulla crescita e la capacità di Hamas, ma anche sull’intera regione. L’articolo del Der Spiegel sostiene che Netanyahu abbia svolto un ruolo fondamentale nel permettere a Hamas di evolvere da un piccolo gruppo militante a un’entità organizzata e influente.

Insomma il Re è nudo, e si parla ancora dei vestiti nuovi dell’imperatore, sperando che la prossima mossa non sia Giovedì Gnocchi. Il Giovedi è l’ultimo giorno prima della festa islamica del giorno di riposo del Venerdì, la loro domenica. Gli addetti ai lavori della esegesi Biblica e della mistica dello Zohar, sanno bene che solo un cabalista, solo un rabbi versato nei misteri più reconditi delle 50 porte di Binah, avrebbe potuto concepire la data dell’attacco di Hamas a Israele, proprio in quel giorno e non in un altro. La stessa data è legata all’ultimo giorno del ciclo sabatico di 50 anni dopo la quasi vittoria di Israele della guerra del Kippur, smorzata subito da Kissinger che ordinò il cessate il fuoco per non umiliare gli egiziani che avrebbero potuto riaprire la faida infinita invece di sedersi a un tavolo di pace.

Vivendo buona parte dell’anno in Egitto e conoscendo bene sia il talmud e la mistica ebraica della Cabalah, come storico delle Religioni, disciplina a cui mi dedico da oltre 40 anni in modo profondo per passione, testimonio che solo un Ebreo molto esperto di cabala avrebbe potuto concepire la data di una tale data per i significati reconditi che comportano per un partito come il Likud e i suoi piani di pulizia etnica totale a Gaza, Piani che finalmente hanno trovato applicazione grazie alla cronaca di molte morti annunciate (dai servizi egiziani con 2 settimane di anticipo al governo israeliano, e non da Gabriel Garcia Marquez). Realismo magico? Beh qui siamo già molto oltre… e le Iguane che cantano in cent’anni di solitudine, sono forse più normali degli strani attacchi di Hamas a Benjamin che così ritrova forza e potere che senza l’attacco fortuito sarebbero velocemente svaniti nel nulla.

Invece l’anno sabatico nuovo prevedeva dopo 50 anni piena vittoria sugli arabi palestinesi e il regalo di 2 milioni di palestinesi ormai sfollati e senza casa della striscia di Gaza all’Egitto.

Bombe umane all’Egitto, in luogo di bombe a carica esplosiva convenzionale, ma molto più pericolose delle seconde, vista la forte presenza di membri dei Fratelli Musulmani, tra i palestinesi fiancheggiatori di Hamas, che hanno assassinato il presidente Sadat, deposto un altro, Mubarak per poi essere definitivamente deposti dall’abile e capace Generale Al Sisi. Fratelli musulmani portatori di un integralismo spinto secondo solo ai Talebani, che Al Sisi vede come il fumo negli occhi e che non vuole ritrovarsi al di là del confine di Gaza, nel suo Paese, per ovvi motivi.

Alcuni dei fattori che hanno contribuito a questa trasformazione includono le condizioni di vita insostenibili nella Striscia di Gaza assediata, una politica di insediamenti in Cisgiordania che alimenta il conflitto e umilia i palestinesi, e il rifiuto categorico da parte del governo israeliano di accettare il principio di una soluzione a due Stati, perché troppo impegnato a combattere il terrorismo palestinese di Hamas che metterebbe a rischio la vita degli Israeliani, ma favorito, con prove alla mano, dallo stesso primo ministro di tanti governi Israeliani, Bibi Netanyahu.

Il discorso si fa ancora più cupo quando si considera la posizione personale di Netanyahu, che si trova a fronteggiare accuse di corruzione e condanne penali già in stato avanzato al tribunale di Gerusalemme. Il mantenimento del conflitto e la destabilizzazione indotta possano servire come scudo contro la caduta del suo governo e la perdita dell’immunità che lo proteggerebbe dall’incarcerazione. Inoltre, la pressione costante su Hamas e la Striscia di Gaza potrebbe, nel tempo, scatenare una risposta militare da parte di Hezbollah, che a sua volta potrebbe unificare la Lega Araba in un fronte comune contro Israele.

Tuttavia, Netanyahu non sarebbe isolato nella sua strategia, potendo contare sul sostegno degli Stati Uniti, che vedono in Israele un baluardo strategico nel Medio Oriente. Infatti, nonostante gli appelli alla moderazione l’amministrazione Biden non si è mai pronunciata a favore del cessate il fuoco contro i civili a Gaza e contro la catastrofe umanitaria in corso. Ma continua a mandare a Netanyahu, armi e proiettili e finanziamenti per proseguire il suo sporco lavoro.

Questa alleanza diventa ancora più cruciale in un contesto dove la guerra per procura tra Ucraina e Russia, sostenuta dagli Stati Uniti, sembra sfumare. I proiettili che un tempo venivano inviati in Ucraina sembrano ora essere dirottati verso Israele, che si trova ad avere una necessità più impellente di supporto militare.

In parallelo, figure come i neocons Cagan e Victoria Nuland, sottosegretario di stato agli affari esteri, sembrano riorientare le loro ambizioni geopolitiche dal teatro ucraino a quello mediorientale. La Nuland, è nota per il suo ruolo nel reindirizzare l’Ucraina verso l’UE e per i suoi forti legami con ISIS, di cui riceveva per prima i comunicati stampa e video e le rivendicazioni di attentati (manco fosse la loro press agent). E’ la moglie del superfalco neocon Cagan che tante guerre in Iraq e in Afghanistan ha fomentato arrivando a sostenere insieme al suo collega Wolfowitz che bisognava sferrare quanto prima un attacco militare mortale alla Cina e conquistarla prima che il gap tecnologico militare si livellasse e la Cina si sarebbe trovata nelle condizioni di distruggere la supremazia militare USA, unico paese al mondo con un bilancio col più grosso deficit al mondo che si permette condizioni di vita altamente al di sopra dei suoi mezzi solo grazie al potere militare col quale impone il dollaro come moneta di scambio delle materie prime.
Per fortuna nessun presidente USA ha ancora dato pienamente ascolto alla proposta di iniziare deliberatamente la terza guerra mondiale contro la Cina, anche se hanno obbedito a tutti i suggerimenti di mettere a ferro e fuoco l’Iraq e impadronirsi del loro petrolio, uccidendo 500.000 bambini con bombardamenti a tappeto sui civili, ammessi candidamente dal segretario di stato dell’epoca la sig.ra Albright, specificando che era un prezzo che sarebbe stata pronta a pagare di nuovo.

Ma tornando all’Ucraina, gli americani pensavano che 43 miliardi mandati in 2 anni a questo disgraziato paese afflitto da uno dei tassi più elevati tassi di corruzione al mondo sarebbero bastati a determinare la vittoria della marionetta (ex attore professionista) Zelensky.
Oggi Zelensky è odiato dal suo popolo altrettanto quanto sia odiato Netanyahu in Israele. Basta vedere le sfilate a Tel Aviv con cartelli che riportano il simpatico apprezzamento Assassino vai a casa, che i media occidentali si guardano bene dal riportare.

Se esaminiamo le recenti dichiarazioni rilasciate da Aleksej Danilov, segretario del Consiglio di sicurezza ucraino, al Halifax International Security Forum rileviamo i primi segnali di paura che circolano in Ucraina, legati alla crisi Israele-Gaza.

Con tono preoccupato, Danilov ha espresso l’inquietudine di Kiev di fronte a un Occidente, e con gli USA dietro le quinte, che sembra propendere sempre più per un dialogo con la Russia, allontanandosi dall’acceso sostegno precedentemente fornito all’Ucraina per sostenerla in ogni modo possibile per la prosecuzione della guerra contro la Russia.

Questo cambiamento di rotta si allinea all’incremento dell’attenzione verso i conflitti in Medio Oriente e alle tensioni geopolitiche interne agli Stati Uniti e ad altri paesi occidentali.

La narrazione si fa ancor più stringente quando si considera l’ipotesi che le potenze occidentali possano addirittura ambire a disfarsi del presidente Zelensky. Secondo Danilov, la guerra non solo mantiene il governo ucraino al potere, ma serve anche a conservare un certo status quo geopolitico che beneficia alcuni attori internazionali (che non cita).

Nel descrivere la situazione interna dell’Ucraina, il segretario Danilov si sofferma sul crescente malcontento popolare nei confronti di Zelensky. Accuse di corruzione, crollo economico e il peso insostenibile della guerra dove manda al fronte a morire senza speranza di vittoria milioni di giovani e di uomini adulti, hanno eroso la fiducia della popolazione ucraina nel suo governo.

Con l’aggravante di una legge che dovrebbe mandare a breve al fronte anche i più giovani, minorenni e vulnerabili, le comparazioni con momenti storici bui diventano inevitabili. E Zelensky ricorda Hitler che arruolò ragazzi minorenni per difendere la Berlino assediata, senza più speranza di vittoria alcuna.
La pace in Ucraina potrebbe significare la fine del dominio di Zelensky, perché nuove elezioni significherebbero quasi certamente una sua sconfitta, decretata da un popolo stanco di aver subito ogni tipo di angheria, corruzione e morti in casa da parte di questo burattino della Nato, ventriloquo che a un ceto punto credeva di essere diventato uno statista carismatico, neanche fosse diventato un Luter King dell’Europa dell’est.

Un’eventualità che sembra spingere la leadership ucraina a perpetuare un conflitto sanguinoso a oltranza.

I dettagli emergono ancor più drammatici quando si considerano le dinamiche di un recentissimo incontro tra il capo di stato maggiore delle forze armate ucraine e il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, durante il quale il capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, Andriy Yermak, è stato escluso e allontanato nonostante le sue richieste di partecipare per conto di Zelensky.

La riluttanza a includerlo potrebbe nascondere la volontà di discutere scenari futuri che prescindono dalla sua presenza al potere. L’attore professionista di cabaret Zelensky ha recitato bene il suo ruolo di comandante in capo per quasi 2 anni. Ma ora che sta perdendo la guerra, che doveva vincere con facilità in 2-3 mesi, deve essere tolto di mezzo.

Subito dopo o forse anche prima che calerà il sipario anche su quest’ultima operazione riuscita male, epigona di tanti alti Flop a partire dall’assalto alla Bai dei Porci in poi, fino alla vergognosa ritirata disordinata dall’ Afghanistan, abbandonato dopo decenni di occupazione per portare la democrazia, in cui oggi il governo femminicida del terrore regna sovrano. Paese tornato in pieno medio evo islamico, che ora dipende totalmente dalla Cina.

Tensione crescente, con la leadership ucraina che tenta di bilanciare le pressioni interne e le manovre strategiche internazionali con atti disperati che mettono il paese distrutto ancora più in ginocchio. Dopo aver ceduto alle sirene della Nato che prima di Febbraio 2022, volevano schierare i loro missili contro Mosca oltre la LINEA ROSSA, invalicabile per qualsiasi superpotenza perché provoca una reazione immediata obbligata, come quella che si è creata a febbraio 2022, adesso Zelensky è nei guai.

La situazione in Ucraina è un teatro in rapido movimento, con potenziali ribaltamenti di potere e alleanze che si fanno e si disfanno in un contesto globale sempre più fluido e imprevedibile, dove la democrazia, la chiamano così in un paese che vieta qualsiasi organizzazione delle opposizioni al governo attuale e ne uccide i capi e i giornalisti se diventano troppo scomodi; dove la democrazia, dicevamo, trionfa sempre sovrana.

*Fondatore della Quantum Trading School. Gestore, esperto di Finanza Internazionale, alternative investments e di Intelligenza artificiale. Autore di libri sul financial Trading pubblicati da il Sole 24 ore editore in Italia, e in Inglese negli USA da J. Wiley & Sons, primario editore internazionale. Cultore di Storia delle Religioni e la loro moderna applicazione, la Geopolitica.

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