
Alla fine della breve conferenza stampa che ha concluso l’incontro tra Joe Biden e Xi Jinping il presidente americano si è fermato per rispondere a un’altra domanda, ovvero se considerasse ancora Xi come un “dittatore”, un termine che aveva usato in una campagna di raccolta fondi all’inizio di quest’anno.
“Beh..lo è”, ha detto il presidente Usa, aggiungendo che “si tratta di un leader che guida un paese comunista”.
Con i dittatori, dunque, si tratta? Si, quando fa comodo. Anche quando la famiglia riceve dollari, come è ormai sotto gli occhi degli elettori americani, dopo le rivelazione di Comer al Congresso.
La presidenza di Joe Biden, dopo gli anni di “massima pressione” dell’amministrazione Trump, ha segnato il ritorno di Washington all’accordo sul nucleare e alla possibilità di ritrovare un clima di dialogo con l’Iran. Una teocrazia totalitaria che si macchia ogni giorno di delitti contro la popolazione non crea problemi di coscienza.
Siamo nel marzo del 2022. Joe Biden, durante l’incontro con i rifugiati ucraini a Varsavia, in Polonia, definì Vladimir Putin un “macellaio”. Nei giorni precedenti Biden definì il leader russo “criminale di guerra” e “dittatore assassino”.
Ora che la guerra in Ucraina costringe il commander in chief degli Usa a trattare con Mosca, cosa che è in atto anche se sotto traccia, cosa farà? Definirà Putin nello stesso modo mentre farà siglare a Zelensky una sorta di tregua coreana?
E che cosa dirà a Putin dei 3,5 milioni di dollari ricevuti dal figlio Hunter da Elena Botulina, moglie dell’ex sindaco di Mosca o dei 142 milioni di dollari ricevuto nel 2014 dal kazako Kenes Rahiscev, in stretti rapporti con il leader ceceno Kadyrov, ferreo sostenitore di Putin e, ancora, cosa dirà, sempre Biden, dei 4,8 milioni di dollari ricevuto da Hunter Biden da Cfec, colosso cinese?
La coscienza è come il famoso cartone Tiramolla.
Se veniamo ai politici europei, che in questi giorni si esibiscono in lamenti per il popolo palestinese, li troviamo dimentichi di quello ucraino passato di moda edovremmo chiedere loro cosa ne pensano del popolo del Sudan.
Come riporta Carlo Simonetti, Centro studi AMIStaDeS su Africa Rivista (https://www.africarivista.it/alle-radici-del-conflitto-in-sudan/217667/), “a seguito delle crescenti tensioni tra le due principali fazioni al potere, dal 15 aprile 2023 a Kharthoum, capitale del Sudan, è scoppiata una violenta lotta che vede protagoniste le Forze armate sudanesi (SAF), l’esercito sudanese ufficiale, e una forza paramilitare rivale, la Forze di supporto rapido (RSF). Il conflitto, che ormai imperversa da quasi due mesi, ha tutti i tratti di una guerra civile. I combattimenti si svolgono principalmente nei centri urbani, motivo per cui le Nazioni Unite stimano che almeno 730 persone siano morte e che 5.500 siano rimaste ferite dall’inizio degli scontri. Inoltre, sono più di 1,4 milioni i sudanesi sfollati a causa del conflitto”.
I dati sono di giugno.
Ad oggi [giungo 2023, ndr], secondo le Nazoni Unite, il numero dei civili costretti a lasciare le loro case, molte delle quali saccheggiate e bruciate, è salito a 1,4 milioni, di cui 1 milione sono sfollati interni e 400.000 hanno cercato rifugio fuori dai confini nazionali, riversandosi nei paesi limitrofi, in particolare in Egitto, Sud Sudan e Chad.
La violenza ha portato alla chiusura di quasi tutti ospedali, spesso oggetto di attacchi missilistici diretti da entrambe le parti, e a restrizioni di movimento ordinate dall’esercito in tutto il paese. Le strutture sanitarie rimaste aperte stanno esaurendo le scorte mediche, per cui i pazienti potrebbero non essere in grado di accedere alle cure di cui hanno bisogno.
Di tutto questo la coscienza Tiramolla non si occupa, perché non serve a gestire gli scontri interni tra destra e sinistra, tra Dem e repubblicani, tra filo questo e filo quello in funzione degli interessi di bottega nazionali.
A ottobre Stepanakert, la capitale dell’autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh, è stata abbandonata dalla popolazione.
Sono oltre 100 mila gli sfollati arrivati in Armenia provenienti dal Nagorno-Karabakh. Gli esuli armeni hanno lasciato la regione dopo le operazioni militari condotte dall’Azerbaigian.
Il tutto nel silenzio più totale di politici e moralisti con la coscienza Tiramolla.
Se i conflitti non servono agli interessi interni e ad alimentare le divisioni di schieramento non interessano. La coscienza è davvero Tiramolla e così i dittatori diventano assassini o interlocutori a seconda delle convenienze, con buona pace del popolo al quale la propaganda assegna il compito di commuoversi o di tifare per questo o quel contendente.
Dei bimbi palestinesi e israeliani ci importa oggi molto, di quelli del Sudan niente.
Coscienza Tiramolla.





