
Paolo Raffone, ieri, sul giornale ha ricordato la dottrina strategica e geopolitica elaborata nel 1997 da Zbigniew Brzezinski, il quale, nel suo The Grand Chessbord, prevedeva anche la possibile nascita di un’alleanza “anti-egemonica” (ossia anti-angloamericana) tra Russia, Cina e Iran.
“Il risultato – scriveva Raffone – potrebbe, almeno in teoria, riunire la prima potenza slava del mondo, la potenza islamica più militante del mondo e la potenza asiatica più popolosa e potente del mondo, creando così una potente coalizione”.
“Due anni dopo – continua Raffone – la guerra di resistenza dell’Ucraina sostenuta dal blocco occidentale, primariamente angloamericano, contro l’invasione della Russia aveva come obiettivo – secondo la strategia di Brzezinski – di far crollare uno dei tre pilastri del “triangolo eurasiatico”, la Russia”.
Victoria Nuland, diplomatica americana con vari incarichi governativi con presidenti Dem e Rino(repubblicans in name only), con la collaborazione di George Soros ha messo in atto una strategia di accerchiamento della Russia che ha portato all’attuale situazione di guerra in Ucraina.
La strategia è decisamente fallita, con il risultato di mettere in ginocchio l’Europa, riguardo alla quale la Nuland si espresse in modo chiaro e sintetico: “Si fotta”. La Russia è stata separata dall’Europa, così che l’Europa dall’Atlantico agli Urali, quella propugnata da De Gaulle per ancorare la Russia alla civiltà occidentale, è svanita, lasciando il posto ad un allargamento problematico dell’Unione Europea che segnerà i prossimi decenni.
La Russia si è rivolta a est, guardando all’alleanza anti egemonica ipotizzata da Zbigniew Brzezinski.
L’Europa sta facendo e farà i conti con Stati e nazioni profondamente diversi tra di loro e, soprattutto, distanti per mentalità, storia e cultura.
Se già era difficile armonizzare nazioni come Francia, Italia e Germania, l’impresa di realizzare una sintonia con gli Stati dell’Est e dei Balcani è decisamente improba.
Offuscati dal mercatismo e dal globalismo, ottusi da un laicismo materialista che sfocia nel transumanesimo, una parte degli europei ha dimenticato che ci sono intere nazioni che vivono ancora in una logica tradizionale, profondamente religiosa (cattolica e ortodossa) e che non è semplice, direi impossibile, imporre loro le porcherie woke che vanno per la maggiore nei palazzi del potere di Bruxelles.
La strategia americana della Nuland & Company ha avuto un effetto disastroso per l’Occidente europeo, mentre non ha per nulla disastrato la parte russa di quell’alleanza anti egemonica che Clinton, Obama, Bush e Biden immaginavano di poter ridurre ai minimi termini.
La questione europea o, meglio, la questione delle fratture interne all’Europa, come effetto della politica Usa, è tutta lì da vedere nella sua tragica evidenza e non sarà sicuramente migliorata con l’ingresso di altri dieci Stati, come è ormai ipotizzato.
Ora il tentativo di disarticolare l’alleanza anti egemonica si sposta nel Medio Oriente, visto che la politica Usa di questi ultimi decenni ha lasciato l’Africa nelle mani di Russia e Cina.
La tentazione di dare una spallata all’Iran traspare in alcuni atteggiamenti al di là dei proclami che sembrano indicare la via del contenimento del conflitto israelo palestinese.
Tuttavia, per poter agire sul quadrante medio orientale è necessario assicurarsi che la Cina non apra quello del Pacifico.
Ecco che Biden oggi cercherà di allentare le tensioni con Pechino.
Oggi, infatti, ci sarà l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti e Xi Jinping.
I leader delle due superpotenze si vedranno a San Francisco, in California, a margine del vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec), a un anno e un giorno di distanza dal loro primo e ultimo confronto dal vivo, quello a Bali, in Indonesia, durante i lavori del summit G20.
Cosa potrà concludere di positivo Biden è tutto da vedere, anche per il fatto che la Cina nel Medio Oriente sta giocando le sue carte e che oggi, grazie alle strategie della Nuland & Company, è in ottimi rapporti con la Russia.
Il conflitto israelo palestinese che si svolge a Gaza, mentre tramonta quello ucraino, è in movimento e non è detto che non possa allargarsi.
Non a caso il re di Giordania Abdallah, da sempre alleato dell’Occidente, ha avvertito che qualsiasi scenario che includa la rioccupazione di parti di Gaza da parte di Israele peggiorerà la crisi e che le continue “violazioni” israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme potrebbero “spingere la regione verso un’esplosione”.
Sicuramente, per ora, il conflitto a Gaza non sembra destinato a finire presto.
Il ministro del Gabinetto di Guerra Benny Gantz afferma che anche se Israele interrompesse i combattimenti come parte di un potenziale accordo sugli ostaggi, continuerà a portare avanti la sua guerra per rimuovere il controllo di Hamas sulla Striscia di Gaza.
“Anche se fosse necessario un cessate il fuoco e l’ordine di restituire gli ostaggi, non si riuscirebbe a fermare la guerra – ha detto Gantz, mentre visitava la leadership militare nel nord di Israele -. Continuiamo fino al raggiungimento dei nostri obiettivi”.
Israele ha ripetutamente affermato che intende sradicare il controllo politico e militare di Hamas sulla Striscia e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che la Gaza post-Hamas deve essere smilitarizzata e deradicalizzata.
Rivolgendosi al leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, la cui organizzazione ha intensificato gli attacchi transfrontalieri contro Israele, Gantz ha detto: “Ha perso il contatto con la realtà sul campo? Questa domanda ora deve essere posta dai cittadini libanesi e dal governo libanese”.
Sotto tiro è anche l’Onu, ormai chiaramente un’organizzazione mondiale obsoleta e incapace di affrontare qualsia situazione che non sia una montagna di chiacchiere.
Il ministro degli Esteri Eli Cohen ha chiesto le dimissioni del segretario generale dell’ONU Antonio Guterres, nel corso di una visita agli uffici delle Nazioni Unite a Ginevra e di incontri con il Comitato internazionale della Croce Rossa e l’Organizzazione mondiale della sanità.
“Guterres – ha detto Cohen – non merita di guidare le Nazioni Unite. Guterres non ha promosso alcun processo di pace nella regione… Guterres, come tutte le nazioni libere, dovrebbe dire chiaramente e ad alta voce: ‘Liberare Gaza da Hamas’”.
E’ del tutto chiaro che la politica americana Dem e Rino è approdata alla verifica del suo fallimento e che un nuovo assetto dei rapporti nel mondo tra nazioni e Stati non può più usare vecchie logiche e vecchi strumenti.
La realtà ipotizzata da Zbigniew Brzezinski si è concretizzata anche grazie alle politiche improvvide americane.
Ora si tratta di rimediare, ma non sarà l’incontro di Biden con Xi a rimettere in carreggiata un carro deragliato. Ci vuole ben altro. La questione non è solo economica e geostrategica; è anche culturale e se l’Occidente non vuole soccombere deve buttare a mare le ideologie che ne hanno devastato la coscienza negli ultimi decenni.





