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PSICOLOGIA DEL CONSUMISMO EMOTIVO

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di Piergiorgio Di Grazia
E’ di qualche giorno fa la notizia dei portuali di Genova che si sono rifiutati di caricare armi destinate ad Israele. Una presa di posizione che sotto alcuni profili accende un barlume di speranza circa la condizione della coscienza sociopolitica delle classi subalterne, in un’epoca di piena egemonia culturale del capitalismo.
Il comunicato degli organizzatori della protesta conteneva un termine ripetuto più volte: solidarietà. Non ci sarebbe nulla di particolarmente rilevante fin qui, sennonché per una volta questa bellissima parola non viene pronunciata in modo improprio. Il termine deriva dal latino “solidum”, moneta, ma è all’incirca dagli anni trenta e quaranta del diciannovesimo secolo che la parola iniziò ad assumere il significato arrivato a noi. Fu in particolare Durkheim, assieme a Comte padre nobile della sociologia, che nella sua opera “La Divisione sociale del lavoro” ne delinea e distingue due forme.
Durkheim chiama “solidarietà meccanica” quel tipo di vincolo caratteristico delle società più semplici, parla invece di “solidarietà organica” in riferimento all’unione entro tessuti sociali complessi. Quest’ultima accezione, quella di solidarietà organica, delinea quindi la fitta rete di rapporti di interdipendenza nei gruppi umani maggiormente articolati. Interdipendenza dunque: solidarietà come necessità di agire in quanto la nostra sorte dipende da quella di chi ora si trova in difficoltà. Eppure, sebbene basti consultare un vocabolario per conoscere il significato delle parole, il concetto stesso di solidarietà negli ultimi anni è divenuto protagonista di uno stravolgimento del suo senso: è scomparsa ogni traccia di condivisione della passione nell’accezione di sofferenza ed è avvenuta una piena equiparazione con la carità.
La causa essenziale pare, almeno da un punto di vista psicologico, il sistema finanziario che dal ‘91 regna incontrastato quasi dappertutto. Il capitalismo non è soltanto un modello economico e probabilmente non lo è mai stato. Qualsiasi sistema produttivo plasma attorno a sé la vita sociale di coloro che ne fanno utilizzo: la scienza economica ricopre necessariamente una posizione centrale nei gruppi umani entro cui agisce.
Il Capitalismo ha però svolto un passaggio ulteriore in questa operazione. Questo suo essere ontologicamente diverso da qualsiasi altro sistema nasce proprio da una evoluzione genetica mai riuscita ad altri paradigmi produttivi: e non riguarda la sfera economica. La dottrina del capitale ha infatti invaso capillarmente ogni aspetto della vita delle persone che vivono sotto regime di “libero” mercato: dall’arte all’informazione, dal vestiario alla scelta del lavoro, non c’è aspetto della vita che esuli dalle logiche di questo sistema.
L’onda d’urto di questa diffusione chirurgica del capitalismo arriva in tutta la sua potenza anche ai concetti, svuotandoli del significato originale con lo scopo di renderli innocui. Pare dunque che se in una prima fase il dominio culturale capitalistico si sia occupato di anestetizzare e portare dalla sua forze di opposizione come sindacati e stampa, ora sia giunto al lessico e al suo coefficiente virtuale di pericolosità. D’altronde la mistificazione dei concetti è alla base di ogni tirannia che aspira al dominio incontrastato.
La solidarietà appare ora come sinonimo di carità, esprimere solidarietà oggi non è poi troppo dissimile dal mandare una cartolina: dalle storie social ai comunicati stampa, la solidarietà viene abusata in una sua rivisitazione all’acqua di rose. Nel 1968 Marcuse, in “Psicanalisi e politica”, proponeva delle analogie e dei legami tra il dominio capitalistico e le fasi psicosessuali freudiane. Allargando il campo partendo dal rapporto marcusiano tra psicanalisi e politica, possiamo dire che il Capitalismo abbia definitivamente fatto breccia nel campo dell’emotivo.
Il riferimento non è, anche se meriterebbe un’analisi, al marketing che ha smesso di vendere oggetti in cambio delle emozioni fittizie legate ad essi. Il punto focale è costituito invece dal fatto che le nostre emozioni, emblemi del nostro essere persone, sono entrate nel campo del consumismo. In quanto consumatori, non più esseri umani con la dignità che ne deriva, siamo sottoposti ad una collettiva scissione del Sé, nella quale le nostre emozioni ci vengono servite, presentate e vendute come dei qualsiasi beni usa e getta.
Da una parte la porzione dell’Io che vorrebbe custodire le emozioni, dare loro l’adeguata cura e il necessario rispetto. Dall’altra quella fetta di noi già immersa nel mercimonio emotivo, quella parte intenta a decidere quale concetto svuotato di senso adoperare per adeguarci agli standard di accettazione sociale. In questo presente distopico le istanze, le battaglie e gli ideali non sono altro che mode, alla portata di chiunque. Quando esprimere solidarietà verso una causa non ci fa condividere il pathos, nel senso greco del termine, di chi soffre, ma ci fa risultare lo stesso impegnati, ci pare un ottimo affare.
Subiamo una dissociazione identitaria collettiva dal momento in cui il capitalismo svuota pneumaticamente gli ideali e le lotte per renderle alla portata di tutti, chiaramente senza che il minimo sforzo sia richiesto. Il Capitalismo è riuscito a penetrare così in fondo all’animo umano da intercettarne anche i bisogni più celati, come quello di sentirsi alternativi. Si vuole sostenere una causa oppure un’altra? Benissimo, non occorre più la documentazione e il privarsi dei propri privilegi per condividere la sorte degli oppressi, in quanto si è consapevoli che i prossimi potremmo essere noi.
Basta esprimerla questa solidarietà, come degli auguri di buon compleanno, poi si può tranquillamente tornare ad occuparsi di tutt’altro nella propria essenza, dal momento in cui l’apparenza è stata servita. Il capitalismo appaga ogni nostra fame anche nel campo emotivo, con il compromesso omesso di darci cibo avariato. Esso sta vincendo e ha compreso che commercializzare le lotte contro se stesso, banalmente vendendo la maglia di Che Guevara su Amazon, o più subdolamente appiattendo i concetti, significa rendere queste lotte inoffensive. Proprio come una oramai qualsiasi forma di solidarietà. Perugia, 12/11/2023 Piergiorgio De Grazia

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