
La realtà che drammaticamente stiamo vivendo grida a gran voce: “Patria”.
Le guerre in atto sono condotte nel nome delle identità nazionali e mettono in totale cortocircuito l’idiozia di chi continua imperterrito a contraddirsi in tempo reale, dimostrando malafede e ottusità, parlando di un mondo senza confini, di globalismo, non rendendosi conto (perché ottenebrato dalla propaganda o asservito per interessi) o rendendosi conto (in quanto aspirante al consesso dei “pastori pluto tecnocratici”) che allo stesso tempo sostiene, sui media e nelle piazze, la rivendicazione di chi vuole confini, identità nazionale, patria.
I globalisti, proni alla tribù dei pastori finanziari, che hanno elaborato ideologie di impoverimento economico e culturale delle masse, in quanto considerate gregge, allo stesso tempo sono costretti dalla realtà a sostenere le rivendicazioni degli ucraini, che combattono e muoiono per affermare la loro identità nazionale, i loro confini violati, la loro storia, in sintesi la loro patria.
Gli israeliani combattono in questi tempi di ferocia bellica per salvaguardare la loro identità, la loro nazione, i loro confini, la loro storia, in sintesi la loro patria.
La stessa cosa fanno i palestinesi, con metodi feroci, in quanto rivendicano la loro identità, la loro nazione, la loro storia, in sintesi la loro patria.
Che dire dei russi, che giustificano la loro guerra in Ucraina con la difesa dell’identità, della storia, della cultura, della lingua di popoli russofoni?
Che dire degli armeni, cacciati dal Nagorno Karabakh? Stessa storia.
Non entro minimamente nel merito delle ragioni e dei torti, perché questo dibattito ha già fatto versare fiumi d’inchiostro e distoglie l’attenzione dal tema che è sostanzialmente uno: i popoli rivendicano la loro patria.
A fronte dei popoli e della storia si erge la tribù dei pastori, quella di sempre, ma in versione terzo millennio, con l’idea utopica di creare un governo mondiale, ovviamente comandato dai pastori (finanza, multinazionali, filantropi), con i loro cani (domini canes), identificabili negli ottimati, nei competenti, negli sceriffi di Nottingham alloggiati nelle istituzioni sovranazionali alle quali, improvvidamente, si sono delegate parti di sovranità. Non mancano gli eserciti di ventura al servizio: Nsa (Non State Actors) come li definisce l’amico Marco Palombi, ottimo collaboratore di questo giornale, ricercatore e inviato di guerra.
Gli utopismi di Palo Alto, di Davos, dell’Agenda 2030 o del Nuovo Ordine Mondiale sono la maschera di un totalitarismo che qualcuno sperava di imporre senza resistenze e che, al contrario, le resistenze le ha trovate, a cominciare da quelle dovute alle contraddizioni interne.
L’utopismo, secondo Popper, conduce alla tirannia e al totalitarismo in quanto il piano di governo della società (educazione del cittadino, ecc.) conduce ad un’identificazione della società con lo Stato (a sua volta identificato oggi con strutture sovra statali) e l’esigenza di condurre a “buon fine” l’esperimento induce a tacitare dissensi e critiche, comprese le critiche ragionevoli e quindi al controllo delle menti. “Ma questo tentativo di esercitare il potere sulle menti – scrive Popper – inevitabilmente distrugge l’ultima possibilità di scoprire che cosa pensi veramente la gente, ed è evidentemente incompatibile con il pensiero critico. In ultima analisi tale tentativo deve per forza distruggere la conoscenza; e quanto più aumenterà il potere, tanto maggiore sarà pure la perdita di conoscenza”. [i]
E’ quanto sta accadendo alla tribù dei pastori del terzo millennio, i quali, a forza di raccontare idiozie hanno finito con il crederle vere a tal punto da diventare ottusi ai richiami della realtà, la quale si è presentata sulla scena della storia con tutta la sua feroce evidenza.
La costituzione un governo mondiale di pastori finanziari e di ottimati tecnologici ripropone il concetto di società chiusa, ossia tribale, così come acutamente asserisce lo studio di Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, laddove egli sostiene il concetto, del tutto condivisibile che “la democrazia fornisce una struttura istituzionale che permette non solo l’attuazione di riforme senza violenza, ma anche l’uso della ragione in campo politico”.[ii]
La follia pastorale è antica.
L’eteria pitagorica, quando è uscita dai confini della ricerca della conoscenza, per avventurarsi nel governo della polis, ha fatto da paradigma alle teorie platoniche e a quelle successive da queste derivanti, le quali si appoggiano sul concetto di “popolo eletto”, che emerge dalla forma tribale della vita sociale e dall’esempio di società antica, dalla quale Platone trasse il suo modello che Popper chiama “il Gran Mito di Sparta”.
L’incendio della casa di Milone ha fatto giustizia degli sconfinamenti.
Lo Stato di Platone è uno Stato di casta, ove la classe dirigente governa il suo gregge o armento umano.
“Per quanto riguarda l’origine della classe dirigente – scrive Popper -, si può ricordare che Platone parla nel Politico di un’epoca anteriore anche a quella del suo stato ottimo, quando « la divinità stessa guidava [gli uomini] al pascolo e presiedeva loro, come fanno ora gli uomini, i quali ….guidano al pascolo altri generi di viventi di loro meno nobili…»”. E aggiunge: “Non si tratta affatto di una similitudine del buon pastore; alla luce di ciò che Platone dice nelle Leggi, questo passo deve essere interpretato assolutamente alla lettera. Infatti si afferma che questa società primitiva, che è anteriore anche alla prima e ottima città, è quella dei pastori nomadi sotto un patriarca”. [iii]
“Queste tribù nomadi, egli dice – continua Popper a proposito di Platone – si insediarono nelle città del Peloponneso, specialmente a Sparta, sotto il nome di «Dori»”, artefici, come ben fa notare Popper “del soggiogamento di una popolazione sedentaria ad opera di un’orda guerriera conquistatrice”, che ha come paradigma del governante il pastore patriarcale e la cui “arte di governare è una specie di arte del mandriano”.[iv]
Il confronto tra “Globalismo” e “Patria” è, ancora una volta, quello tra popolazioni sedentarie e un’orda di guerrieri (oggi tecnologicamente accresciuti) senza fissa dimora e incurante delle dimore altrui.
Questa idea patriarcal-pastorale è tipica delle popolazioni nomadi indoeuropee che conquistarono i territori dell’Europa del Neolitico, dedite all’agricoltura, ossia la vecchia Europa della Grande Madre: una civiltà megalitica vasta, complessa, sulla quale con ondate di migrazioni successive si sono sovrapposte popolazioni indoeuropee provenienti dall’Est.
L’antropologa Marija Gimbutas la chiama la “Vecchia Europa”. I suoi abitanti, principalmente agricoltori e cacciatori, costruivano case rettangolari a più stanze e formavano centri urbani anche dell’estensione di 200 mila metri quadrati.
In questa “Vecchia Europa” non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i due sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili e su tutto vegliava il mito di una Grande Madre, raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità.
Siamo, dunque, in presenza di una società matriarcale, sulla quale gli indoeuropei, pastori-guerrieri si sovrapposero e al posto della Dea Madre, legata alla terra, alla rigenerazione e alla rinascita, misero divinità maschili: dei della guerra e della forza, impositivi, punitivi.
La stessa caratteristica nomade pastorale riguarda le tribù mediorientali semitiche, così ché possiamo a ragion veduta affermare che è stato Abele ad uccidere Caino e non il contrario, come la storia, scritta dai conquistatori, ci ha voluto far credere.
Caino, infatti, è simbolicamente il rappresentante degli agricoltori, mentre Abele lo è dei pastori e non ci deve pertanto stupire che il Dio-Patriarca del popolo nomade dei pastori preferisca il secondo.
L’archetipo della divinità patriarcale che guida il gregge degli uomini è declinato e degenerato anche nelle concezioni delle società teocratiche, dove il consesso dei saggi è rappresentato e incarnato da profeti e dalla casta di sacerdoti che ad essi si ispirano, i quali si sentono in diritto di applicare le leggi divine derivanti da testi sacri che sono compilazioni mitologiche e normative.
Teocrazia (vedi Iran) e tecnocrazia (vedi Palo Alto) hanno un solo scopo: governare la pecunia (da pecus, pecora) assieme ai “Pastori” che governano la pecunia (traslato semantico da pecora a denaro).
Chi governa la pecora governa il denaro e chi governa il denaro governa la pecora.
Rimane il fatto, ineludibile, che gli umani non sono pecore, che gli dèi sono personificazioni delle umane virtù e degli umani vizi o, come nell’antico Egitto, denominazioni di principi.
Nessun dio, nonostante Platone, ha mai governato il “gregge” umano e gli dèi a cui si riferiscono antiche storie sono i patriarchi-pastori. Non è un caso che le teocrazie invochino, ciascuna, il proprio dio come unico signore del mondo e che ora, le tecnocrazie invochino la tecnica (che ha surrogato e sottomesso la scienza) come nuova divinità universale. I tecnocrati hanno nella τέχνη (téchne) la loro odierna divinità, proiezione della loro volontà di potenza. Filantropi e finanzieri hanno da tempo Mammona e non devono inventarsi un altro dio.
Rimane la realtà, a fare giustizia (Nemesi) di tutte le ideologie basate sul potere di pochi a danno dei molti. I molti subiscono, poi esplodono in rovinose rese dei conti. Luigi XVI e Maria Antonietta ne sanno qualcosa.
Oggi la tribù dei pastori del terzo millennio sta facendo i conti con la realtà che smonta la loro ideologia e sta smontando anche il loro potere a causa della loro ottusità.
Riportare le élite ottuse nell’ambito delle dinamiche della storia significa, in primo luogo, evidenziarne le debolezze, i punti di criticità, per agire sulle contraddizioni e rimettere in funzione i confini del campo, per impedire alle orde guerriere dei predatori di distruggere nazioni, patrie, culture, identità.
Identità che si basano anche su uno spazio spirituale (Hugo von Hofmannsthal) che reclama attenzione all’anima dei singoli e dei popoli, realtà animica che il transumanesimo propugnato dalla tribù dei pastori pluto-tecnocratici vuole cancellare, per fare degli umani non solo pecore da tosare, ma carne da macello da eliminare a piacere.
Non è un caso che la tribù dei pastori pluto-tecnocratici odori di malthusianesimo e, a ben sentire, di nazismo.
[i] Karl Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli
[ii] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando
[iii] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando
[iv] Karl R. Popper, “La società aperta e i suoi nemici”, Armando





