Svegliamoci dal sonno della ragione di questi ultimi decenni
La dimenticata gestione della contrapposizione capitale/lavoro, già messa in crisi dalla trasformazione del capitalismo in finanziarismo, ha condotto all’abbandono di quel compromesso che i socialdemocratici avevano costruito con fatica; ma con risultati.
Oggi esso è sostituito da forme plebiscitarie di rancore e lamentazione che si esauriscono nello sfogo contro il bersaglio istituzionale di turno, avendo argomenti a iosa per questo sfogo.
Bruxelles e la sua incontenibile burocrazia ne è un esempio.
Silvano Danesi su Nuovo Giornale Nazionale lo fotografa impietosamente.
Da noi in Italia cosa e chi sia nel mirino neanche lo dico. È esplicito e chiaro.
Nella “non destra” ci si pone il problema di come costituire – rispetto a chi agita queste pulsioni e solletica i peggiori istinti travestendoli da libertà da difendere – un’alternativa che i fatti ci dicono impossibile da ignorare. Ma il movimento è lento, contraddittorio, inquinato da ricerca di potere. E anche criminalizzato ogni volta che potrebbe dare risultati.
Ancora inseguiamo un centro moderato e riformatore di cui non c’è traccia nel mondo. In Francia, Spagna, America latina e, soprattutto, USA. In Germania, come abbiamo visto. In Italia come stiamo vedendo.
Ma la inseguiamo senza alcuna fiducia. Forse giustificata, sicuramente sbagliando.
La formazione di un “centro” è quasi obbligata. E lo è, a mio parere, anche il suo ruolo. E il suo programma.
Infatti, è stata accesa la miccia del riconoscimento di alcune pulsioni che finora si sono condannate senza invece gestirle.
Una miccia che ha dato fuoco – riporto da un HuffPost Italy – alla “frustrazione popolare di chi si vede oggetto nelle mani di un esiguo gruppo finanziario e tecnologico che decide non solo i destini del mondo ma addirittura la direzione dell’evoluzione umana”.
E il popolo non avverte, ma qualcosa solletica il suo dubbio, di essere addirittura oggetto di sistemi di persuasione occulta ampiamente “personalizzata” sulla base di dati raccolti, ed usati per adattare persino il linguaggio al provocare eccitazione.
Un sistema che è nelle mani di pochi. Un sistema che la sinistra non ha saputo contrastare: e forse neanche lo vuole. Si è lasciato creare un sistema.
Dunque, leggo e condivido: “Siamo ad uno scontro di sistema, ad una competizione ‘fra’ società non ‘nella’ società. Mentre la destra ha capito questo linguaggio… la sinistra non pare di avere interesse a metabolizzarlo. Perché dovrebbe mutare obiettivi e dirigenti”.
Mutare: la sinistra attuale non è in grado di farlo.
Perché, per colpire un avversario che prima non c’era, ha distrutto se stessa e la sua storia, il consenso, soprattutto le regole del confronto, sino a non avere sui cosa confrontarsi.
E, così, il nemico l’ha di fatto creato: e ora è arrivato. È un nemico votato, ascoltato, popolare.
Ora è in corso un’esondazione che arriva direttamente al letto del fiume dei reazionari, scavalcando ogni versione di sinistra, riformatrice o radicale che sia.
“Abbiamo un problema di popolo e non solo di vertici”, ha detto il Cardinal Zuppi. Ha ragione.
La base di questa mutazione genetica del popolo riguarda quella pressa (o, se volete, livella) sociale che ha appiattito e disattivato ogni forma di confronto – fosse pure duro – su politica ed economia.
E i riflessi sulla società.
È ben più dell’ascensore sociale che si è fermato: è la consapevolezza del popolo sulla mancanza di un posto nella storia, fosse anche quella di tutti i giorni.
E, allora “Si deve ricominciare sul serio e dall’unica realtà ancora radicata: i lavoratori” ha scritto Sandro Roazzi.
Ha ragione, perché uno dei meriti del confronto capitale/lavoro è stato sostenere la democrazia promuovendo le forme di emancipazione sociale di ceti popolari, che entravano collettivamente nella storia e si sentivano in qualche modo protagonisti.
Questo il vero fallimento della sinistra, che ha abiurato alla logica riformista.
Questo l’obbligo di un centrosinistra riformista.
Questa la traccia del programma e il metodo da rifiutare. Rifuggendo, però, dalla tentazione di copiare passivamente le esperienze di un passato che non c’è più.
Contenuti, metodi, interlocutori di una battaglia da iniziare sono cambiati.
Per farlo, dobbiamo anzitutto svegliarci dal sonno della ragione di questi ultimi decenni.





