La sinistra, con le sue contraddizioni, grida al fascismo per non fare autocritica
La Sassonia manda un messaggio. Ridiventa di attualità. E, dunque, riprendo uno dei leitmotiv della contestazione a Meloni: “in quattro anni non ha fatto nessuna riforma”.
Sono d’accordo con quest’accusa.
Ma io posso dirlo, mantenendomi coerente con me stesso. Molti di quelli che sollevano questo problema, non possono farlo. Lo dico senza polemica, ma per parlarci chiaro.
Perché credo sia questo uno dei nodi fondamentali che i riformisti dovranno sciogliere, se mai vorranno essere un’area politica e non un cespuglio di qualcuno.
Ho sempre considerato Meloni e la sua guida del Governo – che ha risentito enormemente della sua leadership sino a identificarsene – come espressione di un neo-moderatismo, un po’ “meno destra” di un semplice conservatorismo. Meno di quello, per intendersi, alla Thatcher.
Ovviamente questa è una mia opinione. La discussione sulle prove che si possono portare a sostegno o contro questa mia tesi la lascerei, però, in quest’occasione, fuori di questo contesto.
Confermo che, essendo tra quelli che considerano sbagliato confondere i conservatori con la destra estrema, resto coerente nel sostenere, per il mio giudizio di “destra sociale” attribuito a Meloni, che alcune riforme potevano essere fatte e non lo sono state. E lo contesto.
Chi, invece, l’ha bollata e la bolla di destra neo-fascista dovrebbe spiegarmi perché mai la destra avrebbe dovuto – e ideologicamente potuto – fare riforme.
E anche considerando Meloni esponente dei conservatori e non neo-fascista, come sarebbe stato possibile aspettarsi riforme, non quelle alla Thatcher che pure ne ha fatto, ma quelle di contenuto sociale e riformista.
È la dimostrazione che questa etichettatura è solo un alibi. Quelli sono fascisti “però” non fanno le riforme.
Però? Ma come però?
E se le avessero fatte, le avrebbero fatte da vera destra o no? Coerenza vorrebbe che si dicesse che sono destra e “perciò” non fanno le riforme dei riformisti. E “dunque” che non bisogna aspettare che le facciano loro: bisogna proporle noi.
L’entrata in campo di Vannacci da noi, la situazione venutasi a creare in Sassonia, i segnali – in tutto il mondo – di una crescita dei conservatori che si spostano a destra dovrebbero far riflettere.
Non vedo l’incoerenza che ho segnalato come un semplice vezzo. È una forma mentis. Si è ripetuta altre volte.
È servita a giustificare l’inseguire una sinistra senza futuro su campi drammaticamente estranei alla nostra cultura e non dando alternative a una destra – quella vera – strisciante, occupando, invece, lo spazio che è proprio di queste frange la cui consistenza è alimentata dalla mancanza di una lotta senza quartiere al populismo.
Una lotta che da sinistra doveva partire, dalla tradizione e cultura socialdemocratica. Non è stato così. Anzi, ci si propone di allearsi ai suoi mentori.
Il luogo dell’incontro è la piazza e non il confronto di progetti; il senso della contestazione è lo scontro sui “rimedi”, non sulle proposte di “riforma”. Se si accusa la maggioranza di non aver fatto nulla, a maggior ragione ci si autoaccusa di inerzia.
In me aleggia il sospetto che – per tanti – l’accusa per non aver fatto riforme nasconda la rabbia per non averle potute poi bocciare, con il rimpianto per l’impossibilità di “giustificati” ricorsi alla piazza. Sventolando bandiere e motto di Cambronne. E alimentando disastri politici.
La riforma sui giudici, bocciata dal referendum – da molti – per una rispettabile (anche se da me non condivisa) posizione di contrasto politico e non per il merito e i contenuti, quel referendum per l’intera opposizione – non dimentichiamolo – si trasformò in un test contro Meloni.
Vinto – drammaticamente per gli effetti provocati – quello sul merito; abbondantemente perso quello “antimeloni”. Lei, “la fascista”, sta ancora là.
E lo sberleffo è che se oggi Meloni, molto più europeista di tanti oppositori, molto più anti Putin di tanti oppositori, molto più meridionalista di tanti oppositori, che qualche riforma di destra, infine, l’ha fatta e non del tutto sbagliata, se Meloni ha qualche difficoltà è perché, paradossalmente, è lei che sta arginando – e non so fino a quando lo farà – il sorgere di una destra, questa sì estrema: che, se non ha alcuna possibilità di copiare la Sassonia, può diffondere, però, un sentimento di appartenenza che diventa una mina, perché alimentato da populismi, opposti a quelli però oggi già in campo; e propensa ad azioni di piazza, quelle però già viste anche se di altra provenienza.
E questo si pensa che non sia avvertito da tantissimi?
Qual è l’alternativa alle destre?
È finalmente il caso di fare una riflessione seria?
Scusatemi lunghezza e franchezza. Ma il gioco ora è diventato pesante.





