Ceti popolari, operai e pensionati si allontanano dalla sinistra: il problema non è il voto alla destra, ma la perdita di fiducia e rappresentanza
C’è una domanda che da qualche tempo attraversa il dibattito politico occidentale e che in Italia assume un significato particolare: perché una parte sempre più consistente dei ceti popolari, degli operai, dei pensionati e delle persone con redditi medio-bassi vota a destra?
La domanda contiene in realtà un’altra domanda ancora più scomoda: che cosa ha fatto la sinistra perché quelle persone smettessero di considerarla la propria casa politica?
È questo il punto che una certa sinistra italiana sembra non voler affrontare.
Perché si possono costruire elaborate spiegazioni sociologiche sul cambiamento dell’elettorato, così come è possibile sostenere che oggi le identità culturali abbiano assunto un peso maggiore rispetto alla tradizionale contrapposizione tra classi sociali.
Uno studio della Università Bocconi condotto da Nicola Gennaioli e Guido Tabellini sostiene proprio che la politica contemporanea sia sempre più attraversata da una contrapposizione tra identità culturali e visioni della società, nella quale anche un elettore economicamente fragile può riconoscersi nei valori tradizionali e conservatori.
Ma c’è una spiegazione molto più semplice e, forse proprio per questo, più difficile da accettare: una parte del popolo ha smesso di sentirsi rappresentata dalla sinistra.
Per decenni l’operaio, il pensionato, il lavoratore dipendente, il piccolo commerciante e la famiglia con un reddito modesto hanno rappresentato il cuore dell’elettorato progressista.
Appartenere a quelle classi sociali significava affidarsi quasi automaticamente al sostegno di partiti e sindacati di sinistra. Oggi quel rapporto non esiste più nella stessa forma e il fenomeno non può essere spiegato semplicemente dicendo che quelle persone sono state conquistate dalla propaganda della destra.
Quando un elettore cambia bandiera politica, evidentemente esiste una ragione.
Può essere economica, culturale, identitaria, legata alla sicurezza, all’immigrazione, al lavoro, alla percezione del futuro oppure alla semplice sensazione che un partito non parli più la sua lingua.
Ma c’è un elemento che spesso viene dimenticato: l’elettore non vota sulla base di un trattato di sociologia politica, vota sulla base della propria esperienza, sulla base di quello che sente dentro di se e di ciò che ritiene credibile.
Ed è proprio qui che la sinistra italiana dovrebbe cominciare a preoccuparsi.
Perché oggi, dopo anni nei quali una parte importante del dibattito progressista è stata occupata da battaglie sui diritti civili, dalla cultura woke, dal politicamente corretto e da una continua ricerca di nuove categorie attraverso le quali interpretare la società, improvvisamente qualcuno dalle parte della sinistra si è ricordato dei poveri.
Ma davvero?
Davvero dobbiamo credere che coloro che per anni hanno considerato prioritarie altre battaglie siano improvvisamente tornati a occuparsi delle persone che non arrivano alla fine del mese?
E soprattutto: chi dovrebbe crederci?
La politica può cambiare idea, può correggere una posizione, può riconoscere un errore, può aggiornare una proposta sulla base dei cambiamenti della società.
Ma c’è una cosa che non può essere cambiata con la stessa facilità: la coerenza e quindi la credibilità.
La coerenza è una delle poche monete realmente spendibili nella politica contemporanea.
Un leader può anche perdere un’elezione, può sbagliare una previsione, può prendere una posizione impopolare, ma se l’elettore percepisce che quella posizione nasce da una convinzione autentica può continuare a considerarlo credibile.
Il problema nasce quando il cambiamento appare come una conversione dettata dalla necessità, specialità nella quale primeggia l’avvocato del popolo tanto stimato da certi cardinali di Villa Nazareth e dal governo cinese.
Perché se per anni hai raccontato che il problema principale della società era il linguaggio, l’identità, il woke, il politicamente corretto, la necessità di modificare categorie culturali e comportamenti sociali e poi scopri improvvisamente che esistono anche gli stipendi bassi, le pensioni insufficienti, le periferie e il costo della vita, l’elettore può legittimamente chiederti dove fossi mentre questi problemi diventavano sempre più pesanti.
Non basta pronunciare la parola “poveri” per tornare ad essere dalla loro parte.
C’è un’altra questione che la sinistra dovrebbe affrontare senza nascondersi dietro la propaganda: il rapporto tra le parole e ciò che è stato fatto quando era al governo.
Negli anni dei governi di centrosinistra e delle grandi stagioni della spending review, la riduzione della spesa pubblica e il contenimento dei costi dello Stato furono parte integrante delle politiche di finanza pubblica.
Tra il 2014 e il 2017, secondo la Corte dei Conti, i tagli collegati alle diverse operazioni di spending review ammontarono a circa 30 miliardi di euro, anche se una parte significativa dei risparmi venne poi assorbita da nuove uscite.
Non significa naturalmente che ogni taglio sia stato sbagliato, né che la spesa pubblica possa essere aumentata senza limiti. Significa però che oggi chi pretende di presentarsi come improvviso paladino dei ceti più deboli dovrebbe avere il coraggio di spiegare anche quella stagione politica.
E l’elettore che oggi sente parlare di difesa dei più deboli può domandarsi che cosa sia successo negli anni in cui quelle stesse forze politiche avevano responsabilità di governo.
Il problema, quindi, non è soltanto ciò che la sinistra dice oggi ma ciò che ha detto e fatto ieri.
C’è, poi, un errore ancora più profondo, che riguarda il modo in cui una certa sinistra guarda al proprio ex elettorato.
Quando un operaio vota a sinistra è considerato consapevole della propria condizione sociale.
Quando vota a destra diventa, invece, un caso sociologico, una persona che avrebbe bisogno di essere spiegata, educata, informata e, in qualche caso, rieducata.
La polemica esplosa nei giorni scorsi tra Giorgia Meloni e Stefano Bonaccini è significativa proprio per questo. Bonaccini ha osservato che il voto alla destra è maggioritario tra chi ha studiato meno, vive nelle aree interne e nelle periferie e sta peggio economicamente.
Meloni ha replicato accusando la sinistra di considerare ignoranti o da rieducare gli italiani che votano centrodestra.
Al di là dello scontro politico, il tema esiste.
Se milioni di persone che vivono nelle periferie, nelle aree interne o in condizioni economiche difficili votano a destra, la risposta non può essere che quelle persone non hanno capito.
Probabilmente hanno capito benissimo e hanno semplicemente deciso di non votare più chi pretendeva di parlare in loro nome facendo gli interessi del partito ma non degli elettori.
Questo è probabilmente il grande errore strategico commesso da una parte della sinistra contemporanea: avere confuso il proprio ambiente sociale e culturale con l’intera società italiana.
La sinistra dei grandi centri urbani, delle università, dei salotti televisivi, dei circuiti culturali progressisti e delle discussioni infinite sul linguaggio ha finito per considerare universali sensibilità che universali non sono.
Nel frattempo, fuori da quei salotti, c’erano persone alle prese con il lavoro, la sicurezza, le pensioni, le bollette, l’affitto, il prezzo della spesa, il futuro dei figli e la paura di perdere quel poco che avevano costruito.
La differenza è tutta qui.
Una parte della sinistra ha continuato a chiedersi quale parola fosse più corretta. Una parte della destra ha cominciato a chiedersi quale problema fosse più sentito.
C’è, ancora, un altro elemento che riguarda direttamente la comunicazione politica e che spesso viene sottovalutato dagli apparati dei partiti.
Un programma di governo può essere lungo 200 pagine, può contenere centinaia di proposte, può essere tecnicamente impeccabile e può persino essere economicamente sostenibile.
Ma se nessuno lo legge, nessuno lo comprende e soprattutto nessuno si emoziona ascoltandolo, quel programma rischia di rimanere un documento per addetti ai lavori.
La politica non è soltanto una gara tra programmi ma anche una gara tra narrazioni.
E la narrazione politica funziona quando riesce a dare alle persone una ragione per riconoscersi in qualcosa.
Da questo punto di vista Giorgia Meloni ha dimostrato di essere una comunicatrice politica particolarmente efficace.
Il suo punto di forza non consiste soltanto nella capacità di utilizzare i social che pur non ama o di trasformare una dichiarazione in un contenuto facilmente comprensibile.
La sua forza è soprattutto quella di parlare direttamente all’elettore, utilizzando un linguaggio diretto e costruendo intorno alla propria figura un sistema di valori nel quale una parte del Paese riesce a riconoscersi.
Analisi svolte sulla sua comunicazione hanno sottolineato proprio il peso della dimensione emotiva nel suo rapporto con l’elettorato.
Non ha bisogno di insultare continuamente gli avversari per comunicare la propria identità, parla di Italia, famiglia, lavoro, orgoglio nazionale, libertà, sicurezza, identità e appartenenza.
Che si condividano o meno quelle posizioni, il meccanismo comunicativo è evidente: offre all’elettore non soltanto una proposta politica, ma anche un luogo simbolico nel quale riconoscersi.
Ed è proprio qui che la politica delle emozioni incontra la politica dell’identità.
Lo studio dei ricercatori della Bocconi osserva che oggi la contrapposizione politica passa sempre più attraverso identità culturali e visioni della società e che anche persone economicamente svantaggiate possono dare maggiore importanza alla difesa dei propri valori rispetto alla tradizionale domanda di redistribuzione della ricchezza.
Quindi valori, ideali anche prima di fattori materiali, una dinamica che la sinistra ha sottovalutato.
Ed è qui che si trova forse la risposta più interessante alla domanda iniziale.
Il popolo non vota soltanto per il proprio portafoglio ma vota anche per ciò che sente di essere.
Vota per ciò che vuole difendere, per ciò che teme di perdere, per ciò che spera di lasciare ai propri figli. Vota per un’idea di società, per un’identità, per una visione del futuro.
Un operaio può avere uno stipendio basso e contemporaneamente essere orgoglioso di essere italiano. Un pensionato può vivere con una pensione modesta e ritenere che i confini debbano essere controllati.
Una famiglia che fa fatica a pagare le bollette può considerare importante la difesa della propria identità culturale e delle proprie tradizioni.
Non c’è alcuna contraddizione, la contraddizione nasce quando qualcuno pretende che una persona debba votare secondo una presunta appartenenza economica e non secondo l’insieme dei valori nei quali si riconosce.
La destra ha compreso questa trasformazione prima della sinistra e Giorgia Meloni, più di altri, ha saputo trasformarla in comunicazione politica.
La sinistra può naturalmente cambiare strada.
Può tornare a parlare di salari, pensioni, lavoro, casa, periferie e mobilità sociale. Può anche decidere di abbandonare alcune delle battaglie identitarie che l’hanno caratterizzata negli ultimi anni e iniziare a sventolare la bandiera italiana invece che quella palestinese.
Ma non può pretendere che l’elettore dimentichi tutto con un semplice cambio di comunicazione.
Se per anni hai parlato un linguaggio distante dai problemi quotidiani di milioni di italiani, se hai guardato con sufficienza a chi non condivideva determinate battaglie culturali e se hai lasciato che il tuo rapporto con il popolo si trasformasse in quello tra un professore e un alunno da educare, non puoi pensare che basti una conferenza stampa sui salari per recuperare automaticamente quella fiducia.
La fiducia politica non si annuncia e quindi cara sinistra e cara opposizione prima di tornare a parlare ai poveri bisogna tornare ad essere credibili
La fiducia si costruisce e soprattutto si dimostra nel tempo, questa è la vera lezione che arriva dal fenomeno dei poveri che votano a destra.
Non è il povero ad essere diventato improvvisamente di destra ma è cambiata la percezione di chi rappresenta davvero i suoi interessi, le sue paure, le sue aspirazioni e la sua idea di società.
E se oggi la sinistra vuole tornare a parlare ai ceti popolari dovrà prima rispondere a una domanda molto semplice: perché dovrebbero credervi oggi, dopo che per anni avete parlato ad altri?
La risposta non potrà essere contenuta in un programma di 200 o 2000 pagine ma dovrà essere trovata nella coerenza, nei comportamenti e nella capacità di tornare a parlare alle persone senza considerarle elettori da educare.
E non credo francamente che sia sufficiente nascondere i fautori del fallimento della sinistra dietro a un volto ben curato, magari attraente e non compromesso come quello ad esempio della sindaca di Genova, proponendola come leader dell’opposizione e addirittura candidata Premier. Governare una Nazione non è come pubblicizzare una make up per signora!
Perché alla fine della politica resta una cosa molto semplice: il consenso nasce quando una persona ascolta un leader e pensa che quella persona stia parlando anche di lei.
Ed è esattamente ciò che Giorgia Meloni, piaccia o non piaccia, ha saputo fare e come lei sanno fare alcuni altri esponenti del suo partito, non a caso quelli che possono vantare una militanza politica iniziata dai tempi delle scuole superiori. Quello della Meloni è il governo più longevo della Repubblica e non è un caso.
La sinistra può continuare a chiedersi perché i meno abbienti votino a destra oppure può cominciare a chiedersi perché non si fidino più di lei.
La seconda domanda è molto più dolorosa ma è anche quella dalla quale dovrebbe cominciare una vera riflessione politica.
Ma chi dovrebbe fare questa riflessione politica, la segretaria miliardaria del PD? Poveri noi!





