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Sahel, AES e i nuovi equilibri regionali

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Nei miei ultimi scritti dedicati al Sahel, ed in particolar modo ai paesi dell’AES (Alleanza degli Stati del Sahel;in francese Alliance des États du Sahele) ai loro rapporti coi vicini, ho descritto la graduale evoluzione degli equilibri regionali, ormai sempre più confortati da un vero e proprio cambio di paradigma: Algeria e Mali, dopo anni di contrasti, sono tornati alla vecchia e più costruttiva politica di cooperazione regionale precedente; mentre tra Algeria e Niger il già solido rapporto preesistente non ha fatto che ulteriormente migliorare.
Nel caso dei rapporti tra Algeria e Mali, a molto aveva contribuito la mediazione di un alleato comune come la Russia, mentre nel caso del Niger (che nel momento di più grave tensione tra Algeri e Bamako aveva fatto fronte comune insieme al Burkina Faso sospendendo i rapporti col vicino settentrionale, nell’ottica della comune azione all’interno del quadro AES) a sbloccare tutto era stata poi la visita del Generale Abdourahamane Tiani, capo di Stato nigerino, ad Algeri, il 15 e 16 febbraio scorsi.
Il 22 e 24 marzo era stato poi il premier algerino Siri Ghrieb a recarsi a Niamey per la 2a sessione dell’Alta Commissione Congiunta, consolidando ancor più i nuovi rapporti di buon vicinato; e infine, lo scorso 26 e 27 agosto, ad atterrare ad Algeri era stato il premier nigerino, Ali Lamine Zeine.
Le vicende degli ultimi giorni, relative all’assalto a fini golpisti a Niamey (sostenuto sì dalla Francia ma col forte supporto anche dei suoi partner regionali, Libia e Ciad in particolare), ci forniscono ancor più elementi.
Oltre al sostegno della guarnigione di Africa Corps, peraltro di stanza proprio nell’assaltata Base 101, a fornire un importante aiuto al Niger è stata anche l’Algeria. Non è stata soltanto la prima nazione, insieme ai due partner AES,  Burkina Faso e Mali, ad esprimere piena condanna al tentativo insurrezionale nella forma di un pieno sostegno politico, ma ha anche fornendo assistenza e mezzi militari e contribuendo a rafforzare il già potente arsenale che il Niger e l’AES hanno in formazione.
Già lo scorso 9 agosto, l’Algeria aveva consegnato al Niger quattro elicotteri (due MI-24V da attacco e due MI-171 da trasporto) con relativo equipaggiamento, in segno di riconciliazione non soltanto con il Niger ma con l’intera AES dopo che nel 2025 l’abbattimento di un drone maliano al confine di Tinzaouaten aveva innescato una crisi i cui strascichi s’erano visti sino alla scorsa primavera.
Un significativo messaggio politico, rivolto proprio ieri dall’ Algeria a Francia, Libia e Ciad, s’è avuto poi ieri, col sorvolo e l’atterraggio a Niamey di sei aerei algerini (quattro Sukhoi SU-30MKA, un Ilyushin IL-76MD da trasporto e un Ilyushin IL-78 da rifornimento), ad indicare che l’Algeria non è disposta a tollerare destabilizzazioni del Sahel da parte di chicchessia, tanto meno nei confronti del Niger, col quale condivide quasi mille chilometri di frontiera ed ha in essere lo sviluppo di un’importante infrastruttura come il TSGP (Gasdotto Trans-Sahariano), per non parlare poi dell’esplorazione in siti energetici congiunti come Kufra, aperto proprio pochi giorni fa.
Oltre ai problemi in termini di sicurezza energetica ed economica, una destabilizzazione del Niger e dell’AES creerebbe oggi ad Algeri un ritorno, nelle sue regioni meridionali (che già ospitano delle bombe ad orologeria, in termini di movimenti legati a Polisario e FLA, contaminati da anni ed anni d’infiltrazione e snaturamento jihadista), ai non certo rimpianti giorni del “Decennio Nero”.
I sei aerei sono stati ricevuti in pista dal primo ministro nigerino Zeine, dal ministro Mody e dal capo di Stato Maggiore Barmou.
Del resto, che l’Algeria da tempo guardi con crescente attenzione ai tentativi non solo francesi d’infiltrare e destabilizzare il Sahel, ma anche israeliani ed emiratini, sempre supportati da interessati partner locali (se non è la Libia degli Haftar, oggi nuova patrona del FLA, sono il Ciad, o ancora la Costa d’Avorio, il Benin, l’Etiopia, il Sud Sudan…), lo si può vedere ad esempio dal trasferimento al Sudan, ancora nel 2024, di trentuno caccia MiG-29 Fulcrum, vecchi per l’aviazione algerina ma ottimi per il Governo sudanese che, in quel momento, avendo davanti a sé avversari ben supportati dai loro partner come le RSF, non guardava troppo per il sottile.
Tra l’altro, proprio in quel momento, al fine di facilitare il lavoro delle RSF (sostenute da Israele, EAU, Etiopia, Libia, Ciad, e con maggior discrezione anche da USA, UE e UK), Washington aveva presentato all’ONU una risoluzione per estendere l’embargo internazionale di armi a tutto il Sudan, laddove la risoluzione originaria si limitava al solo Darfur; fortunatamente poi non passata grazie al veto russo e cinese. A tacer del fatto che Algeri, con gli EAU, ha anch’essa un lungo conto in sospeso… Ma ne parleremo in un altro momento, visto che ho già messo tanta carne al fuoco.

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