
L’intervista di Zelenski con la quale il comico ucraino divenuto presidente accetta una soluzione diplomatica per la Crimea, ossia, in buona sostanza, accetta di cedere territorio ucraino alla Russia in cambio del sostegno dell’Occidente al realizzarsi del suo secondo mandato, la si giri o la si rigiri come si vuole, è la nuova Kabul di Joe Biden; è il fallimento vergognoso della logica guerrafondaia dei clan Clinton e Bush che ha contraddistinto, negli ultimi trent’anni, la pretesa degli States, del suo complesso industrial militare e, soprattutto, della sua cupola finanziaria, di essere l’unico padrone del mondo.
Dopo Kabul si prepara la fuga da Kiev, assegnando al comico presidente l’incarico di spostare la finestra di Overton dall’idea della vittoria totale a quella della trattativa.
Si passa dalla riconquista della Crimea, sacro suolo della Patria, alla riconquista dell’urna per un secondo mandato, ossia per un periodo nel quale gestire i miliardi della ricostruzione che saranno forniti da USA e Unione Europea al fine di garantire l’esigibilità del debito pubblico ucraino in pancia a pochi soggetti finanziari americani ( i soliti).
Con buona pace di tutti coloro che sono andati in questi anni alla caccia dei putiniani (ultima vittima dell’idiozia dilagante il generale Vannacci) ora la narrazione, o meglio la propaganda nello stile di Goebbels (i nazisti hanno fatto scuola), intenderà convincerci che dietro alle pressioni del saggio Biden è del suo staff di saggi si arrivano a evitare altro sangue e altri morti.
La verità è che, per distruggere il tentativo egemonico della Germania in Europa e la sua economia basata sul gas russo a prezzi bassi e sull’export e la delocalizzazione in Cina, si è messa in moto una macchinazione che ha portato inevitabilmente alla guerra.
Invece di seguire la dottrina Kennan, che consigliava di contenere la Russia senza umiliarla, si è seguita la strada esattamente opposta, allargando la Nato ai Paesi dell’ex Unione Sovietica e, con l’Ucraina, eliminando qualsiasi cuscinetto tra i Paesi Nato e la Russia.
Con la teoria e la pratica delle rivoluzioni arancione, con Victoria Nuland a fare da regista, si è destabilizzata l’Ucraina iniziando un braccio di ferro con la Russia che è diventato, inevitabilmente, guerra.
Degli interessi in Ucraina dei Biden e dei soldi dai Biden ricevuti (non solo dagli ucraini, ma anche da russi e cinesi) si sta occupando il Congresso USA, con la possibilità, non remota, di una richiesta di impeachment.
Nel frattempo sul terreno sono rimasti cinquecentomila morti, si è distrutto un Paese, si è messa in ginocchio l’intera Europa e si è dato spazio a Cina e Russia per agire in Medio Oriente e in Africa, isolando l’Occidente che pretendeva di isolare la Russia. L’ultima prova del fallimento di Biden e della sua troupe è l’ingresso nei Brics di sei Paesi che, in un colpo solo, controllano i colli di bottiglia del Mar Rosso e del Golfo persico.
Che la troupe Biden sia squinternata lo dimostra il fatto che il complesso industrial militare Usa, abituato a guerre asimmetriche e illuso di essere l’unico attore egemone nel mondo, si è trovato ad esaurire gli armamenti e le munizioni essendosi impantanato in una guerra simmetrica come è quella in Ucraina.
L’intervista di Zelenky, che apre al negoziato in cambio di un secondo mandato nel quale gestire il business della ricostruzione, pone una questione non da poco.
Per negoziare è necessario farlo con Vladimir Putin, il “criminale di guerra” ricercato dalla Corte penale internazionale, peraltro non riconosciuta da Usa e Russia.
Come se la caveranno ora i diplomatici, i giuristi, quando si tratterà di sedersi a un tavolo con il “criminale di guerra” Vladimir Putin il quale, dopo la rivolta del capo della Wagner, è diventato, improvvisamente, l’agente assicurativo dell’Occidente per evitare una guerra atomica?
Che farà la Corte penale internazionale? Farà un processo senza l’imputato per poi assolverlo?
In tutta questa miserevole vicenda escono a pezzi le leadership europee e Usa.
Dilettanti allo sbaraglio ci hanno trascinato in un’avventura che fa la pari con il sostegno alle primavere arabe e alle guerre afghane e irachene, con il risultato di disastrare l’Occidente e di renderlo debole economicamente e geopoliticamente.
Se essere atlantisti significa essere in linea con la compagnia teatrale di Joe Biden, che negli Usa sta usando magistrati eletti con i soldi di George Soros per incastrare Donald Trump, secondo un uso della magistratura che ha fatto scuola anche in altri Paesi occidentali, allora non ci siamo.
L’America che ci piace è quella che vuole essere esempio di libertà e di democrazia e attore di pace e di progresso. È l’America di Kissinger, che invita alla realizzazione di un nuovo ordine mondiale multilaterale e non quella che ispira l’autentica porcheria totalitarista in odore di nazismo che è elaborata nelle arie rarefatte di Davos. Quella del: sarete nullatenenti e felici! Goebbels insegna.
L’America che ci piace è quella di Donald Trump, quando realizza l’Accordo di Abramo che stabilizza il Medio Oriente, subito messa in crisi dalla troupe di Biden.
La svolta di Zelenski, se di svolta si tratta, mette a nudo la protervia di un mondo neocon e liberal, ossia il mondo delle porte girevoli, che ha fatto scuola anche in Italia e che non esita a mettere in atto guerre disastrose per poi fuggire alla mal parata.
Qualche campanello d’allarme dovrà suonare anche in Italia, dove gli abbraccianti Zelensky ora dovranno abbracciarne la sua campagna elettorale, passando dalle urne dei morti alle urne delle schede elettorali.
Putin verrà assolto dai suoi crimini, l’accusa di putiniano verrà derubricata a simpatizzante della pace, Zelenski da eroico comandante della resistenza fino all’ultimo ucraino, sarà l’attore eroico di una nuova puntata: la ricostruzione a spese dell’Occidente per salvare gli interessi dei fondi Usa che hanno in pancia il debito pubblico ucraino.
Si tornerà ad andare a Mosca. Kirill non sarà più un agente dell’Fsb, ma il Patriarca degli Ortodossi. Potremo ancora leggere Tolstoj e Dostoevskij.
Ci sono le elezioni del 2024. Ci sono negli Usa, in Ucraina, nell’Unione Europea.
Il 2024 è un anno bisestile nel quale dalle urne confortate di pianto si passerà alle urne elettorali in attesa di passare ai portafogli del business.
Goebbels è tornato, travestito da Overton.
Siamo filo atlantici? Si, ma non siamo scemi.





