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URANIO IMPOVERITO, COSA DICE LA COMMISSIONE SCANU/2

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Sulla vicenda tornata nel fuoco della cronaca dell’uranio impoverito, usato dai nostri militari in vari teatri operativi, dato il bailamme che si sta montando, come al solito, senza che ci si documenti, ma per sentito dire, cerchiamo di andare alla fonte, ossia alla Commissione parlamentare che se ne è occupata per ultima, dopo che se ne erano già occupate altre tre.

La Commissione d’inchiesta presieduta dall’on. Scanu è stata istituita nel 2015 per indagare sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impiegato in missioni militari all’estero, nei poligoni di tiro e nei siti di deposito di munizioni, in relazione all’esposizione a particolari fattori chimici, tossici e radiologici dal possibile effetto patogeno e da somministrazione di vaccini, con particolare attenzione agli effetti dell’utilizzo di proiettili all’uranio impoverito e della dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dalle esplosioni di materiale bellico e a eventuali interazioni.

Nella relazione finale si legge: “La Commissione ha accertato che due documenti fondamentali come il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) e il Documento Unico di Valutazione dei Rischi Interferenziali (DUVRI) non hanno riscosso la dovuta attenzione da parte dei datori di lavoro militari, e ciò: senza che RSPP e Medici Competenti adempissero al loro obbligo di dissuadere i datori di lavoro da scelte magari economicamente seducenti, ma contrastanti con le esigenze di tutela della salute nei luoghi di lavoro; senza che gli ispettori “domestici” si preoccupassero d’impedire mediante le dovute notizie di reato al pubblico ministero e il rilascio di apposite prescrizioni ai contravventori l’indisturbata consumazione di violazioni penalmente sanzionate come DVR e DUVRI mancanti o inadeguati; e senza che in alcun modo i vertici dell’Amministrazione della Difesa si adoperassero per arginare scelte e violazioni tanto esiziali per la sicurezza”.

“Il fatto è – prosegue la Commissione – che l’assenza, così come l’inadeguatezza del DVR e del DUVRI, rappresentano il metodo più efficace per stendere un velo tutt’altro che pietoso sull’esposizione del personale ai rischi incombenti nei siti militari in Italia e all’estero, e nel contempo per mantenere un lugubre silenzio sulla mancata adozione delle misure di prevenzione e di protezione. Si comprende a questo punto che la diffusa inosservanza degli obblighi inerenti alla valutazione dei rischi -lungi dal costituire un inadempimento meramente formale e lungi dal rappresentare un fenomeno casuale- risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”.

E qui si arriva ad uno dei punti più gravi che riguardano l’attualità del focoso confronto in corso tra detrattori e estimatori del libro del generale Vannacci, ossia di cului che denunciò alla Procura civile e alla Procura militare la questione dell’uranio impoverito.

A proposito della “strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”, la relazione della Commissione prosegue: “Un’ulteriore conferma si trae dall’esame dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Comandante del COI (Comitato Operativo Interforze), irremovibile in data 23 febbraio 2017 nel dichiarare che nei teatri operativi all’estero non sarebbe doverosa una stretta osservanza dell’obbligo di valutazione dei rischi. Una dichiarazione palesemente contrastante, non solo con le norme generali degli articoli 17, comma 1, lettera a), e 28 D.Lgs. n. 81/2008, bensì anche con la stessa norma specifica dettata dall’articolo 255 D.P.R. n. 90/2010, intitolato “Valutazione dei rischi”, ed esplicito nel mantenere fermi “gli obblighi del datore di lavoro ai sensi dell’articolo 17, comma 1, lettera a), del decreto legislativo n. 81 del 2008, ai fini della valutazione dei rischi nelle attività e nei luoghi di lavoro dell’Amministrazione della difesa”, senza dunque operare alcun distinguo tra attività svolte in territorio italiano ovvero all’estero. Ma una dichiarazione resa dal comandante di un basilare organismo facente capo allo Stato Maggiore della Difesa, e una dichiarazione che vale a spiegare le carenze rilevate dalla Commissione nelle valutazioni dei rischi presso i siti operativi all’estero”.

“Al riguardo – prosegue la Commissione – paradigmatico è il caso della missione italiana nell’ambito dell’operazione NATO Joint Enterprise, in Kosovo. Nei documenti forniti, il comandante della missione esplicitamente afferma che non sono previste “le specifiche figure per costituire il servizio di prevenzione e protezione dai rischi statuito dal D.Lgs. 81/08” e che le Superiori Autorità “non hanno mai disposto, in base al comma 4 dell’Articolo 253 del D.P.R. 90/2010, le modalità con cui dare attuazione al D.Lgs 81/80 nel corso di operazioni e attività condotte dalle Forze Armate al di fuori del territorio nazionale”. Consideriamo la missione italiana nell’ambito dell’Operazione NATO Joint Enterprise, in Kosovo. Nei documenti forniti, il comandante della missione esplicitamente afferma che non sono previste “le specifiche figure per costituire il servizio di prevenzione e protezione dai rischi statuito dal D.Lgs. 81/08”, e che le Superiori Autorità “non hanno mai disposto, in base al comma 4 dell’articolo 253 del D.P.R. 90/2010, le modalità con cui dare attuazione al D.Lgs 81/08 nel corso di operazioni e attività condotte dalle Forze Armate al di fuori del territorio nazionale”.

“Del pari – continua ancora la Commissione – significativa è la testimonianza resa il 5 luglio 2017 dal Ten.Col. Medico Ennio Lettieri, per più anni in missione in Kosovo, l’ultima volta in qualità di direttore dell’infermeria del Comando KFOR, una base situata nella capitale, a Pristina: “Per quanto riguarda la sorveglianza, se parliamo di sorveglianza sanitaria noi ci rifacciamo al Testo 81, quindi dovremmo avere all’interno delle nostre basi un DVR, un Documento di valutazione dei rischi, da quanto so io non esiste nessun documento di valutazione dei rischi e quindi, se non c’è una valutazione del rischio, non si può stabilire quali sono i soggetti che devono entrare in sorveglianza sanitaria. Io delle sei missioni che ho fatto in tre Stati (Afghanistan, Libano e Kosovo) non ho mai visto un DVR, essendo medico competente anche della caserma è una delle prime cose che vado a controllare, però non c’è niente. Sono però a conoscenza del fatto che nella base di Mosul quando ero in Kosovo, nel periodo gennaio 2016-gennaio 2017, è stata iniziata la stesura di un DUVRI da parte di un nostro generale, che aveva chiesto ausilio a un collega che mi chiese da dove partire per la stesura di un DUVRI”.

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