Le rerum novarum del XXI secolo sono cose nuove che interrogano la persona, non la tecnica
Leone XIV apre la sua enciclica richiamando il 135° anniversario della Rerum novarum e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di “nuove questioni”, oggi quelle “cose nuove” hanno il volto della digitalizzazione e dell’IA.
L’intelligenza artificiale diventa così la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia e il punto su cui riflette Leone XIV non è la potenza degli strumenti, ma il loro effetto sull’uomo.
Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando “l’efficienza diventa misura del valore”, “l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione”.
Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di “dignità”: “l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre “il mistero della persona in dati e prestazioni”.
Il Papa affronta il tema del potere.
“Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi”.
Un potere “prevalentemente ‘privato’, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune”.
La verità è un “bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”, minacciata da una disinformazione che “non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente”.
Altro elemento, la guerra che, “quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione”.
Poi, ancora, il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in “un’accelerazione dell’ingiustizia” se non governata in anticipo.
Nella sua presentazione il cardinale Pietro Parolin ha richiamato “l’asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale” che “è forse la sfida più profonda che «Magnifica Humanitas» ci consegna”.
Il cardinale Segretario di Stato, ha inquadrato il documento nel solco della Dottrina sociale della Chiesa: “Centotrentacinque anni fa, con la ‘Rerum novarum’, Leone XIII seppe riconoscere nelle trasformazioni industriali del suo tempo una questione profondamente umana e sociale. Oggi, dinanzi alla potenza delle tecnologie digitali, la Chiesa è nuovamente chiamata a discernere le res novae della storia”.
Per il card. Parolin, “Magnifica Humanitas” solleva interrogativi che trascendono la sfera tecnica: “Dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione dobbiamo scegliere come persone e come comunità umana?”.
Il segretario di Stato ha sottolineato la novità del contesto rispetto all’epoca di Leone XIII: “Allora, alla Chiesa non era sempre possibile entrare direttamente in dialogo con i principali soggetti economici, politici e industriali che orientavano la trasformazione sociale. Oggi questo confronto è già avviato e coinvolge istituzioni, governi, università, imprese, centri di ricerca”.
La presenza tra i relatori di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, va letta in questa prospettiva: “testimonianza della volontà della Chiesa di incontrare coloro che operano concretamente dentro questa trasformazione”.
Il Cardinale Victor Emanuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha sottolineato come ogni essere umano abbia “una dignità infinita”. “L’umano – ha aggiunto Fernández – non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”.
Il cardinale ha incentrato il suo intervento sui paragrafi “più teologali” del documento – dal 118 al 130 – che delineano la visione cristiana della persona di fronte alle proposte del transumanesimo e del postumanesimo.
Di fronte alle correnti che promettono il superamento di ogni limite grazie alla tecnologia, il card. Fernández ha messo in guardia da una “falsa mistica”: nella cosmovisione ipertecnologica, “la fede è sostituita da una fiducia totale nelle capacità tecnologiche; la speranza si trasmuta in una speranza superficiale di un nuovo prodotto che ci tolga la noia; l’amore è dimenticato perché si preferisce un attaccamento alle cose”.
La professoressa Anna Rowlands, docente di Pensiero sociale cattolico alla Durham University, ha sostenuto, nel suo intervento, che “non saremo «salvati» dall’intelligenza artificiale o dai suoi post-umanesimi e trans-umanesimi. Tali ideologie danno origine a nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze”.
Rowlands ha richiamato il rischio di una “cultura del potere” che sta ridisegnando il lavoro, la famiglia, l’istruzione e la vita politica, e ha denunciato la concentrazione del potere di innovazione: “Le potenze dell’innovazione che tradizionalmente risiedevano negli Stati sono oggi concentrate nelle mani di pochi attori privati ricchi, le cui culture sono sottratte allo scrutinio del bene comune e rischiano di apparire come un nuovo imperium”.
La professoressa ha invitato ciascuno a esercitare il proprio discernimento: “Quale visione di eccellenza umana incontro qui? Chi ne determina il valore? Perché la nostra libertà sia aumentata e non erosa, dobbiamo essere liberi di usare queste tecnologie o non usarle”.
Di particolare interesse l’intervento di Christopher Olah, co autore di Anthropic, il quale ha detto: “Troviamo strutture che rispecchiano risultati delle neuroscienze umane. Troviamo prove di introspezione. Troviamo stati interni che rispecchiano funzionalmente gioia, soddisfazione, paura, dolore e disagio. Non so cosa significhi, ma penso che meriti un discernimento continuo”.
Olah ha esordito con una premessa inattesa: “Ogni laboratorio di IA d’avanguardia, incluso Anthropic, opera all’interno di un insieme di incentivi e vincoli che possono talvolta entrare in conflitto con il fare la cosa giusta”.
Da qui la necessità di voci esterne: “Se vogliamo che questa tecnologia vada bene, è enormemente importante che ci siano persone al di fuori di quegli incentivi, disposte a dire cose difficili, a essere critici sinceri e riflessivi”.
Olah ha spiegato che i sistemi di IA “non sono i robot freddi e calcolatori che ci erano stati promessi”, ma “sono fatti di noi, delle nostre parole”.
Tre, per lui, le questioni sulle quali la voce della Chiesa è “più necessaria”: il dovere verso i poveri, l’immaginazione morale sul fiorire umano e la natura stessa dei modelli di IA.
“Oggi è solo l’inizio, l’avvio di una lunga collaborazione tra coloro che costruiscono questa tecnologia e coloro che possono vedere ciò che noi, dall’interno, non riusciamo a vedere”, ha concluso.
È stata poi la volta della professoressa Locadie Lushombo, che ha relazionato sul colonialismo che ai nostri giorni mostra un volto inedito: “non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili”.
Lushombo – proveniente dalla Repubblica Democratica del Congo e membro del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – ha sviluppato quattro avvertimenti del testo papale: la salvaguardia della verità, la preservazione della libertà interiore, la tutela della coscienza relazionale e la protezione dei lavoratori vulnerabili.
Particolarmente incisiva la denuncia sulle condizioni del lavoro minerario nel Sud globale, richiamata dall’enciclica: “Adolescenti e bambini lavorano in condizioni pericolose nella frantumazione dei materiali da cui si ricavano le terre rare. Corpi segnati, mutilati, consumati perché il flusso del calcolo non si interrompa”.
Per Lushombo, “l’IA può molto facilmente essere coloniale” e rischia di favorire un apprendimento “isolato e transazionale piuttosto che relazionale e comunitario”, erodendo le culture indigene che intendono la conoscenza come legame e dialogo.
Infine, il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha affermato che “la transizione digitale è anche una questione ecologica”. Lo ha affermato, intervenendo alla presentazione dell’enciclica “Magnifica Humanitas” di Papa Leone XIV, nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano.
Il cardinale ha strutturato il suo intervento attorno a tre parole chiave: ingegnosità, coscienza e cura. “L’intelligenza artificiale è una delle grandi conquiste dell’ingegnosità umana”, ha affermato.
“Nell’intelligenza artificiale, l’umanità può intravedere un riflesso di sé stessa: la capacità di astrarre, di apprendere, di cercare ordine nella complessità”.
Sul tema della coscienza, il card. Czerny ha richiamato il Concilio Vaticano II: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo. Là egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (GS 16).
Il terzo nodo – la cura – è stato collegato alla continuità con “Laudato si’” e “Laudate Deum”: “Il cantiere digitale e il cantiere della nostra casa comune convergono sulla stessa domanda: quale mondo stiamo costruendo, e quale posto ha la persona umana in esso?”. Ha insistito infine sull’urgenza educativa: “È urgente insegnare alle nuove generazioni che l’evoluzione tecnologica non segue un cammino predeterminato ma può essere guidata dalla responsabilità personale e collettiva”.
Concludendo, il cardinale Pietro Parolin ha affermato che “il futuro tecnologico non è un destino già scritto, ma uno spazio affidato alla responsabilità umana. L’intelligenza artificiale potrà portare frutti autenticamente degni dell’uomo nella misura in cui sarà orientata da una sapienza capace di tenere insieme la dignità della persona, la giustizia della vita comune e il bene di tutti i popoli”.





