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La bolletta elettrica in Italia è il preventivo della politica del No

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bolletta elettrica

E finalmente il disegno di legge delega sul nucleare arriva in Aula

La bolletta elettrica spaventa le famiglie italiane.

E hanno ragione: ogni scusa è buona per un aumento, tra impicci e imbrogli, pagano la corrente il 12 per cento in più delle famiglie francesi.

La Francia produce il 70 per cento della sua elettricità con il nucleare.
Gli italiani quel nucleare lo usano tutti i giorni nelle proprie case e lo comprano dalla Francia a prezzo di mercato, dopo esserselo vietato da soli con due referendum costruiti sulla paura.

E non averlo in casa non garantisce nulla.

Per due motivi che nessuno ricorda mai.

Il primo: non avere centrali sul proprio territorio significa non avere alcun controllo diretto sulla sicurezza di quelle altrui.

Il secondo: le polveri radioattive non hanno bisogno di un passaporto per varcare i confini. Lo dimostrò proprio Chernobyl, quando la nube raggiunse l’Italia in pochi giorni e gli italiani smisero di mangiare insalata e di dare il latte ai bambini.

L’Italia è letteralmente circondata da centrali nucleari straniere: quelle francesi oltre le Alpi occidentali, le svizzere a nord, la slovena di Krško a centoventi chilometri da Trieste.

Abbiamo rinunciato all’energia ma non al rischio. Paghiamo il conto senza sederci a tavola.
Dentro quella bolletta non c’è solo l’energia. C’è il costo dello smantellamento di quattro centrali nucleari che non producono un watt da decenni: undici miliardi di euro, fine lavori prevista nel 2052, avanzamento al 32 per cento dopo vent’anni di cantiere.

C’è il canone della televisione di Stato, infilato nel 2016 dal governo Renzi con la scusa della lotta all’evasione e presentato come uno sconto, perché scendeva da 113 a 100 euro: non un taglio, un sequestro reso invisibile.

C’è il peso degli oneri di sistema che finanziano rinnovabili declamate come il futuro e ostacolate dagli stessi pseudo ambientalisti appena qualcuno prova a costruirle.

E anche dove si riesce a piantare un pannello o alzare una pala, resta un problema che nessun corteo può risolvere: quando il cielo si copre e il vento non tira, i pannelli e le pale eoliche producono solo buone intenzioni.

C’è il prezzo del gas naturale importato, perché trivellare il nostro mare è considerato un crimine ecologico mentre la Croazia perfora lo stesso Adriatico a pochi chilometri dalle nostre piattaforme ferme.

La bolletta italiana non è una fattura. È il preventivo della politica del No.
Due volte in ventiquattro anni la sinistra ha trasformato un incidente nucleare straniero in un’arma referendaria.

Nel 1987 fu Chernobyl. Un reattore sovietico RBMK di vecchissima generazione, senza contenimento e soprattutto senza alcuna parentela con la tecnologia occidentale, fu gestito durante una prova in violazione di ogni protocollo. Bastò per chiudere tutto.

Nel 2011 fu Fukushima. Una centrale giapponese colpita da un’onda marina di quattordici metri contro una barriera progettata per reggerne meno di sei.

Non un guasto tecnico. Uno tsunami. A pochi chilometri, la centrale di Onagawa, più vicina all’epicentro dello stesso terremoto, con il muro di contenimento adeguato, resistette senza rilasciare un grammo di radioattività.

Nessuno lo raccontò. Il referendum si tenne tre mesi dopo. Tre mesi: il tempo necessario per convertire il panico in quorum e il quorum in legge.

Nessuno chiese una perizia. Nessuno attese una commissione tecnica. Nessuno spiegò che il problema non era la tecnologia nucleare ma l’altezza di un muro in una zona sismica dall’altra parte del pianeta.

La paura serviva calda e fu servita calda.

Ma il nucleare è solo il capostipite di un metodo.

Sui territori la sinistra aizza le popolazioni a seconda del progetto previsto: contro le dighe, perché rovinano i fiumi e provocano la moria dei pesci.

Contro le pale eoliche, perché deturpano il paesaggio.
Contro il fotovoltaico a terra, perché sottrae spazio all’agricoltura.
Contro i termovalorizzatori, perché chi brucia è un diavolo.

Contro il sequestro di anidride carbonica nel sottosuolo, perché potremmo sprofondare.
Contro la TAP, perché sradicava gli ulivi in Puglia.
Contro la TAV, perché devasta le montagne.
Contro le trivellazioni in Adriatico, perché avvelenerebbero il mare che i nostri vicini invece sfruttano alla faccia nostra.

Con cosa, esattamente, dovrebbe funzionare un Paese industriale? Con i cortei? Con le petizioni?

Il nucleare non è solo energia meno cara. È sovranità. Un Paese che produce elettricità con l’atomo non trema quando uno stretto si chiude dall’altra parte del mondo.

La crisi di Hormuz lo dimostra in queste settimane: il gas è salito del 70 per cento, il petrolio del 50, le metaniere del Qatar sono bloccate e l’Italia scopre che quasi metà del suo gas liquefatto passava di lì.

La Francia, con le sue centrali nucleari, guarda la crisi dalla finestra. L’Italia la subisce dalla bolletta.

Chi dipende dal gas dipende da chi lo vende, da chi lo trasporta e da chi può decidere di chiudere un rubinetto o minare un fondale.

Chi ha il nucleare dipende dalla fisica. La differenza si misura in miliardi di euro e in ricatti evitati.

La Germania lo ha capito troppo tardi. Stessa illusione, stessa sentenza. Berlino ha chiuso le sue centrali nell’aprile 2023 e oggi paga la bolletta più cara d’Europa: quasi il 30 per cento in più dell’Italia.

Il cancelliere Merz l’ha definito un grave errore strategico. Ci sono voluti due anni e un capovolgimento politico per dire ad alta voce ciò che i numeri gridavano dal primo giorno.
Considerato lo scenario geopolitico e le proteste dell’industria, il tabù del nucleare tedesco è già caduto. La discussione non è più se, ma come.

In Italia il governo Meloni ha scelto di rompere quarant’anni di paralisi. Il disegno di legge delega sul nucleare arriva in Aula questa settimana, con l’obiettivo di chiudere l’iter entro luglio e i decreti attuativi entro fine anno.

Quindici – venti mini reattori modulari nelle aree più industrializzate del Paese, primi moduli operativi tra il 2033 e il 2034, copertura del 20 per cento del fabbisogno nazionale. Nuclitalia, la società che riunisce Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, è già operativa.

ENEA ha avviato il programma di ricerca triennale con il CNR. Non un annuncio: un calendario.

E la sinistra? Già in posizione. Con gli stessi argomenti di quarant’anni fa: il territorio è sismico, le scorie sono pericolose, i costi sono incerti, i tempi troppo lunghi, meglio investire solo sulle rinnovabili.

Lo stesso copione, le stesse paure, lo stesso elettorato. Come se Hormuz non esistesse, come se la bolletta la pagasse qualcun altro, come se trent’anni di No non avessero già presentato il conto.

L’italiano apre la bolletta della luce e non sa cosa paga.
Non sa che ogni riga è un No pronunciato da qualcun altro a suo nome.
Non sa che quei referendum non hanno eliminato il nucleare dalla sua vita: hanno eliminato solo il vantaggio di produrlo.

Sa solo che il totale cresce, che le rate non bastano e che qualcuno, prima o poi, gli spiegherà che è colpa del mercato.

La bolletta non mente. È l’unico documento ufficiale che misura, in euro e centesimi, il prezzo della paura.

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