Anche in Europa serve una classe politica e dirigente da “nuova frontiera”
Una volta il cittadino poteva informarsi, partecipando attivamente nelle sezioni dei partiti nel territorio, che erano fucine di dibattito, informazione e formazione.
Anche se, a volte, soprattutto negli ultimi periodi, le stesse erano diventate luoghi dove valeva un solo principio: il rispetto del pensiero della sola maggioranza.
Da quel momento sono cominciati i prodromi della disaffezione e del crollo della democrazia partecipata, fino all’affermazione del leaderismo che ha seppellito qualsiasi possibilità di discussione.
Questo ha determinato, non solo nel proprio partito, la mancanza di valutazioni alternative e, di conseguenza, anche di una reale proposta politica, frutto della mediazione dopo la discussione.
E ciò ha impoverito non solo la politica ma la stessa capacità di affermare una dinamica del confronto con il risultato della vittoria del pensiero unico.
Qualcuno potrebbe dire che oggi non è vero, perché è più facile acquisire tante più informazioni sui social che prima non era possibile. Ma anche questi strumenti sono in grado di condizionare le menti delle persone, perché raccontano una verità non sempre realistica e oggettiva.
E allora cosa resta la cittadino per capire le problematiche politiche? Poco e niente! Pertanto si defila, non partecipa e quando deve votare lo fa con la pancia più che con il cervello.
Penso, che chi come molti di noi ha uno spirito libero, odia i dogmi e le imposizioni, debba continuare, anche senza preoccuparsi delle conseguenze, a raccontare la verità, sapendo che non ne esiste una sola in assoluto, ma che, attraverso il pluralismo delle idee, si possa a ognuno dare più chiavi di lettura per permettergli di formarsi una propria idea.
Ecco cosa manca oggi alla Politica, oltre la carenza di credibilità e di militanza!
Il termine Politica deriva dalla parola greca pòlis (città – Stato) e indica l’insieme delle attività che hanno a che fare con la vita pubblica. Alla Politica è affidato l’incarico di individuare le forme migliori e gli attori più capaci a realizzare le condizioni concrete per una vita migliore, ragione necessaria per vivere insieme.
E, soprattutto, attraverso i suoi strumenti, i partiti, deve favorire la più ampia partecipazione e il più ampio e coinvolgente dibattito, in modo che ognuno possa individuare un’opinione libera e senza costrizioni.
Ma perché questo avvenga bisogna essere informati sulle questioni e in modo analitico si possa scegliere quale posizione sostenere.
Due avvenimenti di questi giorni dimostrano il contrario di questa impostazione: il referendum sulla giustizia e la guerra nel Medio Oriente.
Sul referendum si è svolta una campagna informativa, fra le peggiori mai fatte. Si sono scontrate semplicemente due posizioni molto demagogiche, che non sono entrate nel dettaglio del merito del quesito proposto al vaglio dei cittadini.
Una campagna che, alla fine, al di là del risultato, ha portato le persone alle urne a esprimere il loro consenso con un Sì se la magistratura non meritasse fiducia e con un No se non si fosse voluto appoggiare la proposta dell’attuale governo.
Si è fatto un vero capolavoro!
Invece, il dibattito avrebbe dovuto affrontare come risolvere le disfunzioni che ci sono nell’organo della giustizia, per tutelare i cittadini per bene e condannare quelli che delinquono.
Come si accorcino i tempi dei processi che più delle volte durano anni, per effetto dei continui rinvii e le farraginosità delle procedure, che sono un aggravio anche di spesa per chi deve ricorrere a un giudizio.
Come pure risolvere la carenza di personale, specialmente quello tecnico, e garantire la certezza delle pene.
Ma di questo non si è discusso e un tema di tale importanza, come quello della magistratura, avrebbe dovuto coinvolgere l’intero parlamento, tutte le forza politiche e l’intera cittadinanza.
Le riforme non si fanno contro e per qualcuno, ma per tutti con la convinzione e il coinvolgimento.
La sensazione che si è persa un’altra occasione e comunque alla fine non si risolve che poco e niente. Penso che questo risultato debba far riflettere sia la magistratura e sia il Governo su cosa debbono fare per recuperare la fiducia perduta.
Il secondo punto è la guerra nel Medio Oriente. La sensazione che, nonostante sia una questione di estrema importanza, sta già cominciando a scemare nell’attenzione delle persone e in parte anche nell’enfatizzazione dei massmedia. Ci si sta assuefacendo e sembra che essa sia lontana da noi tutti.
La politica balbetta, per la verità non solo in Italia. Non si riesce a prendere una posizione forte che possa portare alla pace, attraverso forme di mediazione diplomatica e interventi di interposizione nel conflitto da parte dell’ONU.
Eppure, questa guerra è distruttiva, per le persone coinvolte che tutti i giorni muoiono o sono ferite gravemente; per la perdita di infrastrutture e di fornitori di materie energetiche, con una esplosione di prezzi che costerà ulteriori povertà ed emarginazioni. Ma anche quando sarà finita sarà difficile ricostruire senza pagare ulteriori prezzi.
Per la guerra, come per il Covid, prima ancora le crisi economiche e le politiche folli volute dai burocrati europei, ha dimostrato la mancanza proprio della capacità di questa Unione europea di individuare proposte alternative, anzi ci si è divisi e così si è ulteriormente indebolita la possibilità di un azione incisiva.
Da anni su questo nostro giornale si è affrontata la questione della disfunzione dell’UE, proponendo diverse soluzioni. La verità è che l’Unione europea è lontana, per le sue politiche essenzialmente legate alle imposizioni della finanza, e senza nessun carattere democratico.
Oggi c’è ancora chi continua a frenare la realizzazione di una vera Unità europea, ingabbiata in una moltitudine di vincoli, mutilata non solo geograficamente ma sotto tutti gli aspetto.
In sintesi, a tutti noi interessa una vocazione dell’Europa che non sia quella dei mercati, della finanza, delle multinazionali e delle lobby, bensì che sia l’Europa della pace, della cultura, della civiltà, dei diritti, dello sviluppo e del lavoro.
L’attuale realtà non è e non può essere l’Europa voluta dai padri fondatori e neppure quella propugnata da Delors.
Se non si vuole seppellirla del tutto bisogna cambiarla e come?
La prima opzione implicherebbe la creazione di uno spazio democratico, autonomo e sovranazionale, la seconda comporterebbe di poter implementare le politiche economiche e armonizzare quelle fiscali per favorire l’obiettivo di una ripresa di più lungo termine.
La terza opzione è il dotarsi di un sistema istituzionale realmente democratico e in grado di assumersi quelle responsabilità necessarie, autonome e sovranazionali che le spettano.
Di fronte alle sfide ricordate per prima bisognerebbe avere un governo eletto dai cittadini. Ciò permetterebbe di elaborare politiche alternative a quelle che oggi sono dominanti nel panorama mondiale.
Per questo bisognerebbe rivedere i Trattati, riguardanti soprattutto le istituzioni europee e gli obiettivi verso i quali le istituzioni stesse, a partire dal Parlamento europeo, rafforzato nei sui poteri, e dal governo dei cittadini, dovranno muoversi per far fronte alle nuove esigenze e alla nuove responsabilità di cui l’Europa dovrà farsi carico. Altrimenti l’alternativa è cancellare l’attuale modello e riscriverne uno nuovo.
Tornando all’Italia: questo Paese avrebbe bisogno di scelte politiche e di una filosofia di governo che sappia salvarlo dalla disgregazione, da una economia che ha troppe regole e che non ne rispetta quasi nessuna.
In questa fase non si ha bisogno di tecnocrati, soprattutto europei, ma di una vera classe politica e dirigente da “nuova frontiera”. Perché sulla costruzione del nuovo deve prevalere più la proposta politica che mere logiche di schieramento.
I cittadini e i lavoratori, al di là di chi li rappresenta, sapranno giudicare se queste ipotesi politiche possano concretamente rispondere ai loro bisogni.
Oggi, non è in crisi solo un’idea di equità e solidarietà, ma in crisi una concezione ideale e di pratica politica che va ripristinata, altrimenti lo scontro sociale rischia di essere più forte e deleterio per la stessa democrazia.
C’è un malessere latente, che emerge sempre più nei vari momenti elettorali. A cui bisognerà dare una risposta, pena una vera e proprio disgregazione sociale e l’innesco di conflitti più esasperati, che potrebbero minare la convivenza civile e la stessa democrazia.





