Home Opinioni In vista del referendum sulla giustizia, ricordiamo il caso Contrada

In vista del referendum sulla giustizia, ricordiamo il caso Contrada

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Bruno Contrada

Un motivo in più per votare Sì

“Dobbiamo contestualizzare il mio processo, quel ’92, l’abbattimento di quel sistema di Stato, di governo… Il colpo di genio che hanno avuto quelli che mi hanno inquisito è stato tenermi 31 mesi e 7 giorni in regime di carcere preventivo…

Perché non sono state prese in considerazione le testimonianze di 142 uomini delle istituzioni? Cinque capi della Polizia, direttori del Sisde, prefetti, questori, generali della Guardia di Finanza.

E poi i tanti miei colleghi che sono venuti a testimoniare per me, quelli che lavoravano con me giorno e notte. Erano testimoni della verità dei fatti e li hanno disprezzati”.

Così parlò Contrada il 15 aprile del 2015 in un’intervista sul colpo di Stato contro la prima Repubblica.

Il 24 dicembre 1992, alle 7 del mattino Bruno Contrada venne arrestato, con un mandato di cattura richiesto dal procuratore Gian Carlo Caselli, accusato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso sulla base delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (tra i quali Gaspare Mutolo, l’onnipresente Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Salvatore Cancemi) restando in carcere fino al 31 luglio 1995 nel carcere militare di Forte Boccea a Roma.

Ma chi era stato fino a quel momento Bruno Contrada?

Si era permesso di indagare sulla scomparsa di Mauro De Mauro che, a sua volta, stava indagando sulla morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei defunto ufficialmente in un incidente aereo. De Mauro aveva militato nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese e, dopo l’8 settembre 1943, aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana.

Dal 21 luglio 1970 si occupò di nuovo del caso Mattei, per l’incarico ricevuto dal regista Franco Rosi di abbozzare una sceneggiatura sul fondatore dell’ENI in preparazione del film “Il caso Mattei”.

Nel 1984 Tommaso Buscetta negò al giudice Giovanni Falcone qualsiasi coinvolgimento di Cosa nostra nel sequestro De Mauro. Nel 1994 lo stesso Buscetta cambiò totalmente versione ammettendo il coinvolgimento della mafia nel sequestro De Mauro, ma non per conoscenza diretta, bensì per le confidenze fattegli dal mafioso Stefano Bontate che, per chi non lo sapesse, era morto nel lontano 23 aprile 1981.

Quindi, nel 1984 escludeva il coinvolgimento della mafia ad appena 3 anni dalla morte di Bontate mentre, 13 anni dopo, ricordò l’esatto contrario.

A rigor di logica e di diritto la ritrattazione mina fortemente la credibilità del collaboratore; infatti, il giudice è tenuto a valutarne l’attendibilità. Ma fu fatto in questo caso?  

Nel 1982 Contrada passò nel SISDE, il nostro servizio segreto interno, con l’incarico di coordinarne 2 centri: quello della Sicilia e della Sardegna. Nel settembre del 1982 fu nominato dal prefetto Emanuele De Francesco Capo di Gabinetto dell’Alto Commissario per la lotta contro la mafia, incarico che ricoprì fino a tutto il 1985, Nel 1986, invece, fu chiamato a Roma presso il Reparto Operativo della Direzione del SISDE.

Tra le tante azioni da lui dirette, numerosi arresti di trafficanti di droga e una vasta operazione contro un’organizzazione mafiosa che faceva capo alle famiglie dei Cursoti, dei Madonia e ai Corleonesi, che aveva come base operativa l’autoparco di Milano.

Il 3 luglio 1993, solo 7 mesi dopo il suo arresto, l’attività informativa da lui avviata portò al sequestro di beni mobili e immobili, titoli di credito e azioni che facevano capo a Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Il lungo e tormentato viatico giudiziario: Contrada, in un primo tempo assolto in appello, fu condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2011/12 venne respinta la richiesta di revisione del processo e sempre nel 2012 finì di scontare la pena.

L’11 febbraio 2014 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannò l’Italia poiché ritenne che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari a Contrada, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell’art. 3 CEDU (divieto di trattamenti inumani o degradanti).

Il 13 aprile 2015 la stessa Corte europea dei diritti umani condannò di nuovo l’Italia, stabilendo un risarcimento per danni morali da parte dello Stato italiano perché non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all’epoca dei fatti (1979 – 1988), “il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso“.

In seguito a ciò, nel giugno 2015 iniziò la revisione del processo di Contrada, poi respinta il 18 novembre. Gli avvocati di Contrada hanno presentato istanza di revoca della condanna, respinta dalla corte d’appello di Palermo, e infine accolta nel 2017 dalla corte di Cassazione, che ha dichiarato “ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna“.

La Corte di Cassazione ha chiuso quindi la vicenda perché il fatto non era previsto come reato all’epoca degli eventi contestati, in accoglimento della sentenza di Strasburgo.

Il 14 ottobre 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli ha revocato il provvedimento di destituzione di Contrada, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato. La revoca della destituzione è retroattiva e parte dal gennaio 1993, data della rimozione dal servizio.

Chi legge si rende conto di quello che ha vissuto questo servitore dello Stato che, per 30 anni ,è stato perseguitato fino a distruggerlo e, se questo fatto deve valere per il Sì al referendum, deve ancor più valere tenendo conto che Contrada fu tolto di mezzo nel periodo del golpe bianco contro i due statisti italiani: Craxi ed Andreotti, accusati di corruzione l’uno e mafia l’altro.

La qual cosa fu proprio confermata nel 2012, una settimana prima di morire, dall’ex ambasciatore USA Reginald Bartholomew, allorché dichiarò di aver tagliato i legami fra il console di Milano e la locale procura alla fine del 1993 quando, ormai, i danni fatti erano più che irreparabili.

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