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Pugni senza vergogna

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Pugni senza vergogna

L’antifascismo come industria identitaria

Si vedono ancora pugni chiusi alzati al cielo. È il saluto del comunismo.

Maurizio Landini lo esibisce dal palco di ogni sciopero generale. Elio Germano lo alza sul motoscafo arrivando a Venezia. Giuseppe Conte sfila in testa a un corteo romano col pugno chiuso. Elly Schlein si fa fotografare sorridente tra attivisti che alzano il braccio.

Se uno qualunque di loro avesse alzato il braccio destro con la mano tesa sarebbe finito in procura entro sera. Il pugno chiuso no. Il pugno chiuso è folklore.

Il saluto romano è vietato dalla legge Scelba. Il pugno chiuso no.

Il primo evoca un regime che ha prodotto in Italia tra trecentomila e cinquecentomila vittime. Il secondo evoca il comunismo che ha prodotto novantaquattro milioni di morti nel mondo. Eppure uno è reato, l’altro è fotografia.

Novantaquattro milioni. Solo in Italia ne ha prodotti quarantamila: tra il 1943 e il 1947 le milizie comuniste di Tito gettarono nelle foibe del Carso giuliano uomini, donne e bambini. Legati col fil di ferro. Gettati vivi.

Trecentocinquantamila esuli cacciati dall’Istria e dalla Dalmazia. La Giornata del Ricordo è arrivata nel 2004. Cinquantanove anni dopo. La sinistra la contesta ancora.

Nel mondo la cifra è di Stéphane Courtois, “Il Libro Nero del Comunismo”. Lo storico americano R. J. Rummel, nel suo Death by Government, arriva a centodieci milioni.

Il fascismo italiano ha prodotto tra trecentomila e cinquecentomila vittime (Del Boca, De Felice). Il rapporto è di uno a duecento. Il fascismo è stato giustamente condannato dalla storia. Il comunismo ne è inspiegabilmente uscito indenne.

Immaginate.

Un professore universitario apre il corso parlando di Giovanni Gentile, il maggiore filosofo idealista del Novecento italiano. Espone la filosofia dello Stato etico. Spiega come Gentile fosse arrivato al fascismo per coerenza intellettuale. Il tono rasenta l’ammirazione. Dura quarantotto ore. Esposto, radiato, convocato dal rettore. Carriera finita.

Lo stesso professore apre il corso con una diapositiva di Lenin, esalta i meriti dei bolscevichi nello sterminio dei Romanoff comprese le bambine piccole. Descrive la Rivoluzione d’ottobre come il più grande esperimento di emancipazione del Novecento. Ottiene la cattedra, i finanziamenti e magari un premio letterario.

Gentile fu ucciso dai GAP comunisti a Firenze il 15 aprile 1944. Tre colpi di pistola. Sessantotto anni. Non ha una via in nessuna città italiana. Lenin ne ha decine.

Le scuse degli apologeti sono sempre le stesse.

Prima: non era vero comunismo. Stalin ha tradito Lenin, Mao ha esagerato, il comunismo autentico non è mai stato applicato. Si provi a usare lo stesso argomento per il fascismo. Si verrebbe sommersi dalle risate.

Seconda: le intenzioni erano giuste, i mezzi sbagliati. Nessuno concederebbe mai la stessa attenuante a Mussolini.

Terza: il contesto storico. Bisogna capire le condizioni.

Curiosamente questa analisi si applica sempre ai regimi comunisti e mai al fascismo.

Mussolini non ha contesto. Lenin e Marx sì.

Il problema non è solo l’assenza di condanna. È l’assenza di vergogna. Chi si è definito comunista per trent’anni non può condannare il comunismo senza annientare se stesso. Il militante che ammette i gulag ammette che la propria vita ha avuto un senso sbagliato. Preferisce riscrivere la storia.

I figli e i nipoti hanno ereditato l’identità senza i crimini. La vergogna richiederebbe una rottura con i propri padri. Pochissimi sono disposti a compierla.

Il PCI è co-fondatore della Repubblica. Condannare il comunismo significherebbe incrinarne le fondamenta. Nessuno ha mai avuto interesse a farlo.

E poi c’è l’egemonia. Gramsci la teorizzò dal carcere: conquistare scuola, università, editoria. I nipoti culturali del PCI dirigono oggi quotidiani, fondazioni, RAI, premi letterari.

Chi controlla la narrazione non ha bisogno di vergognarsi. Il processo al comunismo non si celebra perché chi dovrebbe celebrarlo occupa il banco del giudice.

Eppure qualcuno quel processo lo ha celebrato. Il 19 settembre 2019 il Parlamento europeo ha votato con 535 sì e 66 no una risoluzione che equipara comunismo e nazismo: omicidi di massa, genocidi e deportazioni su una scala mai vista nella storia umana.

L’Europa ha già fatto quello che l’Italia rifiuta di fare. L’ironia suprema è che la stessa Europa ha come testo fondativo il Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi, 1941. Lo si cita nei discorsi ufficiali. Quasi nessuno lo legge per intero.

Chi lo legge trova scritto: “nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti”. Abolizione della proprietà privata. Ricchezze redistribuite “durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario”. E, soprattutto: “attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato”.

Dittatura del partito rivoluzionario nel documento fondativo dell’Europa unita. Spinelli critica l’URSS come “dispotismo burocratico” ma propone lo stesso meccanismo su quattrocento milioni di europei. Non è un’interpretazione. È la lettura del testo.

Intanto la toponomastica racconta. Decine di vie intitolate a Lenin. Dodici all’Unione Sovietica. Centinaia dedicate a Togliatti con otto chilometri di viale nel cuore di Roma: lo stesso Togliatti che firmò il telegramma per condannare i prigionieri italiani alla Siberia.

A Cavriago un busto di Lenin donato dall’URSS nel 1970 è ancorato alla piazza con un plinto di cemento profondo cinque metri. In provincia di Agrigento ci sono ancora due vie intitolate a Stalin. Nei Paesi dell’ex blocco sovietico quei nomi sono stati rimossi dopo il 1989. In Italia restano.

Il fascismo è morto nel 1945. La sinistra lo resuscita ogni mattina perché senza quel cadavere non saprebbe più a cosa servire. Non ha un progetto. Non ha una visione. Non ha una proposta per il Paese.

Ha un nemico che non esiste più ma che le è indispensabile per giustificare la propria esistenza. L’antifascismo non è una battaglia. È un’industria identitaria.

Intanto i pugni chiusi continuano ad alzarsi al cielo. E novantaquattro milioni di morti continuano ad aspettare.

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