La guerra mette allo scoperto le divisioni
La guerra in Iran sta mettendo a nudo tutte le contraddizioni che lacerano non solo il mondo, ma vari mondi.
Contraddizioni, che erano tenute nascoste da una propaganda melliflua, unidirezionale, esplodono senza che si possano ulteriormente nascondere.
La prima di queste contraddizioni riguarda gli Stati Uniti d’America e la Gran Bretagna, alleati, ma con il coltello sotto il tavolo e con il segreto pensiero, da parte inglese, di essere ancora l’Impero che detta la linea.
Sabato, dopo i tentennamenti di Keir Starmer nel dare la disponibilità delle basi inglesi per gli aerei Usa diretti sull’Iran, Trump, senza eufemismi, ha espresso il suo “disgusto” per il premier laburista e fabiano inglese, al quale il laburista e fabiano Tony Balir (ex primo ministro) ha detto: “Avremmo dovuto sostenere l’America fin dall’inizio”.
Donald Trump, su Truth Social ha espresso il suo disgusto per il primo ministro britannico Keir Starmer, sostenendo che quest’ultimo sta “finalmente prendendo seriamente in considerazione l’invio di due portaerei in Medio Oriente”.
Poi ironizza: “Va bene, Primo Ministro Starmer- aggiunge Trump -, non ne abbiamo più bisogno. Ma ricorderemo. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre dopo che le abbiamo già vinte!”.
Un ricordino anche per il passato, perché la seconda guerra mondiale l’hanno vinta gli Usa (con l’Unione Sovietica, mai dimenticare), mentre l’Inghilterra aveva le pezze al culo. I francesi anche.
A proposito: l’Italia stava con Hitler.
Come riferisce il Daily Mail, il laburista Tony Blair ha rimproverato il laburista Keir Starmer per la sua mancanza di sostegno alla guerra di Donald Trump contro l’Iran, dicendo al Primo Ministro: “Avremmo dovuto sostenere l’America fin dall’inizio”.
Nel mezzo delle crescenti tensioni diplomatiche tra Londra e Washington sul conflitto, Tony Blair aveva avvertito il suo successore alla guida del partito laburista: “Se sono vostri alleati e rappresentano un pilastro indispensabile per la vostra sicurezza… fareste meglio a presentarvi”.
Il drammatico intervento dell’ex primo ministro è arrivato dopo che Trump aveva descritto Keir Starmer come “non Winston Churchill” per avergli inizialmente negato il permesso di lanciare attacchi contro l’Iran dal territorio del Regno Unito, inclusa la base congiunta statunitense di Diego Garcia nelle Isole Chagos.
Dopo che Keir Starmer ha ceduto, affermando che avrebbe permesso agli Stati Uniti di effettuare missioni per “scopi difensivi specifici e limitati”, Trump ha dichiarato di essere rimasto “molto deluso” dalla sua controparte britannica.
Keir Starmer ha giustificato il suo rifiuto iniziale di sostenere Trump sostenendo di non credere in un “cambio di regime dal cielo”.
Le critiche di Tony Blair a Keir Starmer, espresse durante un evento ospitato da Jewish News venerdì, probabilmente, commenta il Daily Mail, susciteranno rabbia nel Partito Laburista.
Non solo tra i laburisti, ma anche tra i fabiani.
Una portavoce di Tony Blair ha poi affermato che i suoi commenti sono stati fatti durante un evento privato e non erano destinati a essere resi pubblici. Ovviamente noi, che siamo ingenui di natura, ci crediamo.
Questo scambio di gentilezze evidenzia tre gravi fratture all’interno del mondo anglosassone.
La prima riguarda i rapporti tra l’America e il Regno Unito, con l’evidente rifiuto Usa di qualsiasi pretesa inglese di essere imperiale e di mettere le proprie mani sull’Impero anglosassone che ormai appartiene agli USA.
Inglesi a cuccia. Vale anche per Sua Maestà, in quanto la corona, visti gli scandali a ripetizione, è ridotta molto male, in buona compagnia con le altre corone colonialiste europee.
La seconda riguarda i laburisti, i quali, assieme ai socialisti europei, rappresentano il nucleo di resistenza del mondo finanziario, green e woke all’ondata conservatrice che arriva dall’America e che si va spandendo anche nel Vecchio Continente.
Inoltre, i laburisti e i socialisti europei si sono posizionati (vedi Volonterosi e ora diniego da tartufi delle basi) di traverso a tutte le iniziative Usa per chiudere la guerra in Ucraina. Le dichiarazioni di Blair entrano come un bisturi nelle divisioni interne al mondo laburista, ormai perdente.
La terza riguarda la Fabian Society, perché i laburisti sono fabiani e la Fabian Society è ora, dopo le affermazioni di Blair, divisa tra chi vorrebbe continuare sulla vecchia strada imperiale (di un impero ormai inesistente) e chi fa un esame di realtà.
Il Regno Unito è a pezzi e l’alleanza tra Trump e Bair ha messo i pezzi sul tavolo dell’anatomopatologo.
Forse una doppia dimissione di Sua Maestà e di Keir Starmer potrebbe riallineare, con nuove elezioni, il Regno Unito con gli Usa, ma la finanza tiene per il collo Starmer.
Vedremo i prossimi eventi.
La seconda di queste contraddizioni riguarda gli ebrei.
A mettere il dito nella piaga è stato Tucker Carlson attaccando la minoranza ortodossa Chabad, amica di Trump, come fosse la responsabile del trascinamento degli Usa nella guerra all’Iran.
L’operazione ha tutto il sapore di una copertura mediatica alla spaccatura che riguarda il mondo ebraico, con le famiglie finanziarie da un lato e chi comanda in Israele dall’altro.
In Israele la guida dello Stato non è più nelle mani dei laici socialisti askenaziti, ma delle altre componenti della popolazione (ormai maggioranza) che sono in stretto rapporto con gli ortodossi e che non intendono più avere alcun tipo di sudditanza con le famiglie della finanza ebraica.
Negli Usa gli ebrei sono divisi, prova ne sia che a New York i due terzi della popolazione ebraica della città ha votato il sindaco comunista islamico.
La popolazione ebraica in Israele (circa 7,7–7,8 milioni di persone nel 2025/2026, pari a circa il 73–78% della popolazione totale del Paese, a seconda delle fonti e se si includono o meno i territori) è caratterizzata da divisioni interne molto marcate.
Queste suddivisioni si basano principalmente su due assi: il livello di osservanza religiosa (il più rilevante politicamente e socialmente oggi) e l’origine etnico-culturale (Ashkenaziti vs Mizrahi/Sefarditi, ecc.).
Una classificazione approssimativa può dare l’idea di cosa bolle in pentola.
Hiloni (laici / secolari), 40–50% circa. Vivono in modo prevalentemente secolare, spesso non osservano lo Shabbat o le norme alimentari kasher in modo rigoroso. Concentrazione alta a Tel Aviv e zone costiere.
Masorti (tradizionali), 25–30% circa. Rispettano alcune tradizioni (feste, kasher in casa, Shabbat parziale), ma non sono strettamente ortodossi. Gruppo “di mezzo” culturalmente molto importante.
Dati (o Dati Leumi – religiosi sionisti/ortodossi moderni), 10–13% circa.
Osservanti rigorosi ma integrati nella società (servizio militare, università, lavoro). Spesso nazionalisti e sionisti religiosi. Molto presenti negli insediamenti in Cisgiordania.
Haredi (ultraortodossi), 13–14,5% nel 2025 (circa 1,39–1,45 milioni di persone). Gruppo in fortissima crescita (tasso 4% annuo, fecondità ~6–6,4 figli per donna). Vivono in quartieri separati (Bnei Brak, Gerusalemme, città come Beitar Illit).
La crescita demografica degli haredim è il cambiamento strutturale più importante degli ultimi 20 anni: da ~7–9% nel 2010 a ~14% nel 2025, con proiezioni al 16% nel 2030 e oltre il 30–40% degli ebrei entro il 2060 se i trend continuano.
Per quanto riguarda la suddivisione per origine etnico-culturale, non esistono statistiche ufficiali recenti precise, ma le stime più comuni sono le seguenti.
Mizrahi (ebrei originari di paesi arabi e islamici: Iraq, Marocco, Yemen, Iran, Egitto, ecc.), ~40–48% (spesso la componente più numerosa).
Ashkenaziti (ebrei di origine europea centro-orientale), ~30–36% (inclusi molti ex-sovietici).
Sefarditi (storicamente da Spagna/Portogallo, ma oggi spesso sovrapposti ai Mizrahi), inclusi nei Mizrahi in molte statistiche israeliane.
Altri (Etiopi, indiani, comunità miste, “russi” non-halakhici, ecc.).
Se facciamo una correlazione tra etnia e religiosità (tendenza generale, non assoluta), il panorama è il seguente.
Ashkenaziti, più presenti tra Haredi lituani e tra Hiloni (laici).
Mizrahi/Sefarditi, più presenti tra Masorti e Dati, e anche negli Haredi sefarditi (Shas).
In sintesi, la società ebraica israeliana è oggi più frammentata che mai, con una polarizzazione crescente tra un blocco laico-tradizionale e una componente religiosa ultraortodossa in rapida espansione demografica, che pone sfide enormi al modello economico, militare e sociale dello Stato.
In questo contesto, Chabad, a differenza di molti altri gruppi chassidici ultra-ortodossi (che tendono a essere molto chiusi e rivolti solo alla propria comunità), è famoso per la sua missione di avvicinamento.
I Chabad inviano coppie di giovani rabbini e mogli in tutto il mondo per aprire Chabad House (centri comunitari ebraici); si rivolgono a ebrei di ogni livello di osservanza (persino atei o molto lontani dalla religione), senza giudicare; offrono servizi gratuiti (lezioni di Torah, pasti kosher, aiuto in momenti di crisi, feste pubbliche, candele di Chanukkah in piazza, ecc.) e hanno migliaia di centri in oltre 100 paesi (più di 5.000 istituzioni nel mondo negli ultimi anni).
È del tutto chiaro che, quando Tucker Carlson attacca Chabad, entra a gamba tesa nelle divisioni interne del mondo ebraico ma, invece di mettere a nudo la finanza ebraica, rivolge i suoi strali alla parte ortodossa dialogante, comunque minoritaria, con un’operazione di distrazione mediatica.
Motivo? Il motivo è che In Israele stanno sempre di più affermandosi movimenti e partiti che non ne vogliono più sapere dei vari Soros, Rockefeller, Rothschild, Sassoon e compagnia cantante, in quanto la finanza ebraica è da sempre collegata con il colonialismo delle case regnanti europee e oggi, al globalismo.
Per approfondire:

Tucker Carlson, pertanto, fingendo di attaccare gli ebrei che indurrebbero gli americani a fare la guerra, di fatto, attaccando Chabad attacca Trump e protegge gli interessi delle famiglie finanziarie ebraiche.
Una potente operazione di disinformazia, quella di Tucker Carslon e, al contempo, un attacco a Trump, amico dei Chabad.
Operazione mediatica, quella di Carlson che gli è costata (ecco un’altra contraddizione che esplode)
l’espulsione, nei giorni scorsi, dal movimento MAGA voluta da Donald Trump stesso.
Trump ha dichiarato in un’intervista ad ABC News (a Jonathan Karl) che Carlson “ha perso la strada” (“Tucker has lost his way”), non è più MAGA, non è “America First” e non è abbastanza intelligente per capirlo.
Qualle di Carlson non è un’espulsione formale (MAGA non è un partito con tessere), ma un’accusa pubblica e pesante da Trump che lo esclude dal “club”.
Una terza contraddizione, meno palese, ma comunque percettibile, è quella della finanza.
I Rotschild sono sotto attacco a causa dei legami tra Epstein e Ariane de Rothschild (moglie di Benjamin de Rothschild, baronessa e banchiera svizzera-francese), la quale ha avuto una relazione professionale e personale prolungata con Epstein dal 2013 al 2019 (fino all’arresto di Epstein).
Centinaia di email, appuntamenti (più di una dozzina di incontri documentati a New York e Parigi) e scambi mostrano che Epstein fungeva da consulente informale per lei e per aspetti del gruppo bancario. Nel 2015 è stato firmato un contratto da 25 milioni di dollari tra la società di Epstein (Southern Trust Company) e il gruppo Edmond de Rothschild per servizi di analisi del rischio e algoritmi (secondo documenti resi pubblici).
La relazione è iniziata in ambito professionale (gestione patrimoniale, consigli strategici), ma è diventata più personale nel tempo, con Epstein che offriva consigli su questioni bancarie e personali. Dopo la pubblicazione dei file nel 2026, la banca Edmond de Rothschild ha dichiarato di aver preso “misure” per proteggere clienti e dipendenti.
George Soros e la sua fondazione sono da tempo sotto gli attacchi diretti di Donald Trump.
Se passiamo ai Rockefeller (in particolare David Rockefeller), la loro connessione con Epstein riguarda principalmente legami istituzionali e di élite e nessun coinvolgimento di altro genere.
Epstein è stato membro del consiglio di amministrazione (board member) della Rockefeller University, un’istituzione di ricerca biomedica d’élite fondata dalla famiglia Rockefeller. Si unì alla fine degli anni ’80/inizio ’90, presumibilmente grazie alla sua “esperienza finanziaria” nella gestione di portafogli e investimenti.
In un’intervista registrata e rilasciata dal Dipartimento di Giustizia USA il 30 gennaio 2026 (intervista con Steve Bannon), Epstein affermò che le istituzioni stavano passando da una leadership basata sulla reputazione a una più orientata ai numeri, calcoli e competenze finanziarie. Disse inoltre che David Rockefeller e lui “andavano molto d’accordo” e che fu invitato per aiutare con le questioni finanziarie dell’università.
Epstein era membro della Trilateral Commission, organizzazione non governativa fondata da David Rockefeller nel 1973 per promuovere la cooperazione tra Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Epstein entrò intorno al 1998, grazie a donazioni e networking. Era descritto come un “membro entusiasta” in articoli vecchi (come quelli della New York Magazine del 2002).
Il fallimento del globalismo, con annesse le sue politiche green, ha comportato anche il fallimento delle logiche della finanza internazionale, in gran parte guidata da famiglie ebraiche.
Un altro fattore che potrebbe far esplodere il sistema è il rafforzamento del rapporto tra Trump e le monarchie medio orientali. La fine dell’Iran degli ayatollah e del suo potenziale di ricatto terroristico, con la stabilizzazione dell’area, consente alle monarchie sunnite del golfo di essere parte attiva anche nel mono della finanza in una logica multipolare che è l’esatto contrario di quella globalista.
Emerge infine, tra le altre che rimandiamo ad altro articolo, quella dell’Unione Europea, ormai ridotta a brandelli, con un a maggioranza degli Stati ormai orientata a chiudere le partite globaliste e tornare alla realtà e la Commissione e il Parlamento arroccati su logiche globaliste al servizio di quella parte della finanza che non intende mollare e combatte, con tutte le armi possibili, la logica di Trump.
La vicenda energetica sta mettendo allo scoperto la follia green.
È necessario chiudere prima possibile la guerra in Ucraina, smettendo di giocare contro chi la vuole chiudere, ed è necessario riaprire la fornitura di gas e di petrolio dalla Russia, via tubo, chiudendo la fase delle menzogne delle sanzioni, da nessuno rispettate.
L’Unione Europea è una grande menzogna che va smantellata al fine di far recuperare all’Europa il ruolo che le spetta nel consesso internazionale.
Gli europei hanno dimostrato di non essere capaci di dare vita ad uno Stato unitario. Chiudiamo la fase delle illusioni e diamo spazio ad una politica di accordo tra gli Stati in funzione di una presenza articolata degli stessi nel nuovo ordine mondiale che si sta annunciando.
Europa unita o Commonwealth USA?
Bella domanda.
In Europa vanno cacciati come la peste i servi del globalismo, vanno rimessi in funzione i tupi russi del petrolio e del gas, vanno rilanciate le costruzioni delle centrali nucleari, unico vero sistema di indipendenza energetica.
La vera contraddizione, che rischia di essere esiziale per l’Europa, è la presenza di una cappa globalista, verde e socialista, che è in contrasto con le dinamiche del mondo e che rischia di asfissiarci tutti quanti in un gas ideologico ormai insopportabile.





