Home Opinioni La moda della resilienza

La moda della resilienza

0
resilienza

L’arte più difficile di essere umani

Negli ultimi anni una parola è entrata con sorprendente disinvoltura nel lessico pubblico, “resilienza”.

Si trova sempre più spesso nei documenti istituzionali, nei discorsi politici, nei manuali di management, nei testi psicologici e, più recentemente, nei linguaggi dell’intelligenza artificiale.

È diventata una parola passepartout, una formula che promette di spiegare la capacità dell’essere umano di resistere alle difficoltà della vita contemporanea.

Eppure, osservandola con un minimo di distanza critica, questa parola suscita qualche perplessità.

Il termine nasce in realtà in ambito tecnico, nella scienza dei materiali indica la capacità di un corpo di assorbire un urto e tornare allo stato precedente senza spezzarsi. Un concetto preciso, misurabile, perfettamente adatto a descrivere acciaio, vetro o polimeri industriali.

A un certo punto, però, questo termine ha compiuto un salto curioso, dall’ingegneria è entrato nella psicologia e da lì nella narrazione pubblica dell’esistenza umana.

Il passaggio è stato quasi impercettibile, come spesso accade alle parole di potere, resilienza ha iniziato a circolare sempre più velocemente fino a diventare una sorta di virtù morale contemporanea.

L’essere umano resiliente sarebbe colui che cade e riesce comunque a rialzarsi, che attraversa la crisi senza spezzarsi, che affronta le difficoltà mantenendo una sorta di equilibrio interiore.

Detta così sembra persino una bella immagine e in parte lo è. Il problema emerge quando si osserva più attentamente la metafora che questa parola porta con sé.

Un materiale resiliente torna esattamente allo stato precedente dopo l’urto. L’acciaio non si interroga su ciò che è accaduto, non modifica la propria struttura morale, non rielabora l’esperienza, assorbe  l’impatto e ritorna come prima. L’essere umano, invece, non funziona in questo modo.

Quando una persona cade, subisce un trauma, inevitabilmente cambia. L’esperienza lascia tracce, talvolta invisibili ma reali. Può trattarsi di una ferita, di una consapevolezza nuova, di un errore compreso troppo tardi o di una verità che prima non si vedeva, in ogni caso qualcosa si modifica, non si torna mai esattamente allo stato precedente.

È qui che la metafora della resilienza comincia a mostrare la sua fragilità concettuale. L’essere umano non è un materiale industriale, non assorbe gli urti per poi tornare identico a prima.

Vive trasformazioni, spesso impreviste, che possono perfino aprire nuove direzioni della vita. A volte ciò che chiamiamo errore diventa il punto da cui nasce una comprensione più profonda delle cose.

Per molto tempo la cultura occidentale ha guardato con sospetto all’errore ci è stato insegnato che sbagliare è segno di debolezza e che la perfezione dovrebbe essere la norma del comportamento umano.

Tuttavia, l’esperienza quotidiana racconta qualcosa di diverso, che è proprio l’errore, spesso, a rivelare i limiti di una convinzione e a correggere una visione troppo rigida della realtà. Non a caso la tradizione latina ammoniva che perseverare nell’errore è diabolico, non il semplice sbagliare.

L’errore può diventare un insegnamento, una correzione di rotta, talvolta perfino una forma di conoscenza. La parola resilienza, invece, tende a spostare l’attenzione altrove.

Invita a resistere, a sopportare, a sopravvivere, ma raramente incoraggia a chiedersi perché si sia caduti ed incoraggia la trasformazione, la maturazione per iniziare a vivere noi stessi. In questo senso rischia di produrre un curioso effetto culturale, quello di alleggerire la responsabilità dell’interrogarsi.

Se non mi sono spezzato, sembra suggerire la retorica della resilienza, allora tutto sommato va bene così.

La questione però non è soltanto individuale, negli ultimi anni questa parola ha assunto un ruolo centrale nelle narrazioni pubbliche delle crisi. Durante la pandemia è stata utilizzata per descrivere la capacità delle società di adattarsi alle difficoltà, di continuare a funzionare nonostante le fratture economiche e psicologiche prodotte da un evento globale inatteso.

Da allora il termine ha acquisito una sorta di aura quasi salvifica. Oggi la troviamo perfino nei sistemi digitali e nei modelli dell’intelligenza artificiale, dove indica la capacità di un sistema di continuare a operare nonostante errori o perturbazioni.

Ancora una volta il concetto funziona perfettamente quando si parla di macchine. I sistemi informatici resilienti sono progettati per non collassare di fronte a un guasto.

Applicato alla vita umana, invece, il termine continua a produrre una leggera stonatura.

Forse perché la forza dell’essere umano non consiste nel tornare identico a prima, ma nel cambiare senza perdere la propria dignità. Non nel resistere come un materiale elastico, ma nel comprendere ciò che l’esperienza ha modificato dentro di noi.

C’è una differenza sottile ma decisiva tra resistere e trasformarsi. La prima appartiene alla fisica dei materiali la seconda appartiene al concetto di vita.

Per questo, forse, la parola resilienza non mi convince del tutto. Non perché descriva qualcosa di falso, ma perché rischia di semplificare un processo umano molto più complesso.

La vita non è un urto da assorbire per poi tornare allo stato iniziale, ma un percorso in cui ogni caduta, ogni errore e ogni cambiamento ridisegnano lentamente il nostro modo di stare al mondo.

E se proprio si volesse trovare una parola più fedele all’esperienza umana, forse non sarebbe resilienza sarebbe piuttosto consapevolezza.

Una qualità meno spettacolare, certamente meno di moda, ma probabilmente più vicina alla verità della condizione umana.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui