La Cina condannato le azioni militari israelo-statunitensi e lanciato un appello urgente per il ritorno al dialogo
Sabato, 28 febbraio 2026, un attacco congiunto USA – Israele ha cambiato per sempre il panorama del Medio Oriente.
L’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran per quasi quattro decenni, è morto.
Mentre Teheran è alle prese con il tumulto della successione e il presidente Donald Trump invoca il completo rovesciamento del regime, il mondo si prepara a una nuova era di caos.
Eppure, tra il fumo e la furia, una realtà strategica rimane saldamente al suo posto: la presa della Cina sull’Iran.
Mentre Washington calcola le conseguenze del suo “attacco di decapitazione”, Pechino sta giocando a lungo termine.
Le dichiarazioni ufficiali del Ministero degli Affari Esteri sono state, come prevedibile, l’unica cosa che conta: la risposta pragmatica a un cataclisma.
Subito dopo l’attacco, i media statali cinesi sono entrati in quella che gli analisti definiscono “modalità cauta”.
A differenza dell’esultanza di Washington o delle richieste di vendetta di Hezbollah, i canali ufficiali di Pechino si sono concentrati sulla trasmissione dei fatti piuttosto che sull’alimentare il conflitto.
Questo approccio misurato non è segno di debolezza, ma il tratto distintivo di una superpotenza che privilegia la stabilità all’ideologia.
A seguito dell’escalation del conflitto in Medio Oriente del 28 febbraio, Pechino si è affermata come una delle principali voci diplomatiche che chiedono una de-escalation.
La Cina ha condannato fermamente le azioni militari israelo-statunitensi e ha lanciato un appello urgente per il ritorno al dialogo.
Nelle 48 ore successive agli attacchi israelo-statunitensi sul suolo iraniano, che hanno causato la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, la Cina ha utilizzato i suoi canali diplomatici per esprimere una posizione chiara e ferma.
Attraverso le dichiarazioni del Ministero degli Affari Esteri, un discorso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e una telefonata ad alto livello con la Russia, Pechino ha delineato un approccio su tre fronti per evitare che la situazione degeneri in una guerra regionale più ampia.
Il tono della risposta cinese è stato stabilito subito dopo gli attacchi. Un portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione il 28 febbraio, sottolineando l’importanza di rispettare la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran e chiedendo l’immediata cessazione delle azioni militari.
Questa reazione iniziale si è intensificata nel fine settimana, quando è emersa la gravità della situazione, in particolare l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei.
Pechino non ha usato mezzi termini riguardo all’assassinio del leader iraniano. Il Ministero degli Esteri ha rilasciato una dichiarazione in cui condanna fermamente l’atto, definendolo una “grave violazione della sovranità e della sicurezza dell’Iran” che “calpesta gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite”.
Durante una conversazione telefonica con la sua controparte russa, il Ministro degli Esteri Wang Yi ha esplicitamente definito “inaccettabili” le azioni di Stati Uniti e Israele, affermando che “uccidere palesemente il leader di uno Stato sovrano e incitare al cambiamento di governo” viola il diritto internazionale.
L’articolazione più completa della posizione cinese è emersa durante la telefonata tra il Ministro degli Esteri Wang Yi e il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov del 1° marzo.
Il Ministro Wang ha delineato un quadro in tre punti per affrontare la crisi:
• cessazione immediata delle operazioni militari: la massima priorità, secondo Pechino, è “impedire la diffusione e l’estensione della guerra e impedire che la situazione sfugga al controllo”. Wang Yi ha specificamente osservato che la Cina “attribuisce grande importanza alla sicurezza dei Paesi del Golfo e li sostiene nell’esercitare moderazione”;
• ritorno immediato al dialogo e ai negoziati: rifiutando l’uso della forza come soluzione, la Cina ha esortato tutte le parti a “incoraggiare fermamente la pace e prevenire la guerra” e a tornare al tavolo dei negoziati. Questo riecheggia il principio di lunga data di Pechino, cioè di risolvere le controversie internazionali con mezzi politici;
• opposizione congiunta alle azioni unilaterali: con una critica tagliente agli Stati Uniti e a Israele, Wang Yi ha sostenuto che colpire una nazione sovrana senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “mina le fondamenta della pace stabilite dopo la Seconda Guerra Mondiale”, ed ha invitato la comunità internazionale a opporsi a qualsiasi “regressione alla legge della giungla”.
La Cina ha sostenuto la sua retorica con azioni diplomatiche. In una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite convocata il 28 febbraio, il Rappresentante Permanente cinese Fu Cong ha espresso il suo profondo rammarico per l’elevato numero di vittime civili, mettendo in evidenza che “la linea rossa per la protezione dei civili nei conflitti armati non deve essere oltrepassata” e che tutte le parti devono rispettare il diritto internazionale umanitario.
La telefonata con la Russia sottolinea uno sforzo coordinato tra Pechino e Mosca. Lavrov ha affermato che “la Russia condivide la stessa posizione della Cina” e le due potenze hanno concordato di rafforzare la comunicazione attraverso piattaforme come l’ONU e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai per inviare un segnale unificato di pace.
Come misura pratica per proteggere i propri cittadini nel contesto di instabilità della sicurezza, le ambasciate cinesi in Iran e Israele hanno emesso urgenti promemoria di sicurezza, consigliando ai cittadini di esercitare estrema cautela e prepararsi all’emergenza.
La risposta della Cina dal 28 febbraio dipinge il quadro di una grande potenza allarmata dal rapido deterioramento della stabilità in Medio Oriente. Inquadrando il conflitto non solo come una questione regionale, ma come una minaccia all’ordine internazionale del secondo dopoguerra, Pechino si sta posizionando ancora una volta come difensore del multilateralismo e promotore di una soluzione negoziata per evitare una catastrofe totale.


Carlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.


