Il No diventa lo svuotamento del valore del referendum
C’è uno straordinario parallelismo tra populismo e uso dei referendum. Quello su cui si sta facendo campagna elettorale ne è una esplicitazione di massimo livello.
Da sempre il populismo porta a ridimensionare i processi democratici, spostando il focus dell’attenzione dal merito delle decisioni alla dinamica dello scontro.
Populismo è l’arma di chi intende “semplificare” il confronto e trasformarlo nel conflitto: popolo contro élite, volontà contro mediazione, identità contro complessità.
Taglia la discussione. Rende apparentemente semplice ciò che è complesso. Allontana dalla ricerca della verità.
In questo quadro, strumenti che sembrano “neutri”, come il referendum, finiscono per essere assorbiti dentro logiche plebiscitarie. Ma si è lontani dalla logica del “plebiscito” dell’antico diritto romano: il sistema democratico di oggi è del tutto diverso.
Gli elettori, chiamati a pronunciarsi su specifiche questioni referendarie come chiede la Costituzione, finiscono per utilizzare spesso il voto come espressione di consenso o dissenso verso il governo in carica.
Il referendum perde così la propria natura costituzionalmente indicata: quella NON di strumento, anche indiretto, di investitura politica, bensì solo come meccanismo di controllo e bilanciamento, circoscritto a specifiche materie e incardinato in un sistema di limiti e garanzie. Per la nostra Costituzione non è uno strumento di investitura politica, non è una prova elettorale extra urne.
E su questo dobbiamo insistere con tutta la nostra forza. Perché c’è una coda.
La Costituzione definisce un sistema democratico rappresentativo e diretto con norme rigide sui casi – indicati tassativamente – nei quali utilizzare il potere diretto del popolo. Se mettiamo in discussione questo, siamo al rovesciamento istituzionale.
Dobbiamo dirlo con tutta la forza possibile. E stanare chi mesta. Perché che questo referendum abbia lo scopo di una verifica di tipo elettorale non me lo invento io: lo si dice a chiare lettere da parte di molti del fronte del No.
È un modo per attirare tutti i No possibili, indipendentemente dalla domanda referendaria. Ma diventa lo svuotamento del valore del referendum.
È precisamente la logica di semplificazione, tipica delle stagioni populiste, che si è infiltrata nel dibattito attuale. Dunque, votare Sì rappresenta anche una presa di distanza da una concezione plebiscitaria delle istituzioni.
E significa difendere la logica stessa della Costituzione. Che il fronte del No sembra avere messo in un cantuccio.
Non siamo noi del Sì ad “attentare” alla Costituzione. Anzi.





