“Safari umano”: persone inseguite e attaccate come fossero bersagli da caccia
La tecnologia bellica dà origine a un safari umano che va fermato ad ogni costo.
Mosca sta sviluppando quelli che vengono chiamati “droni madre”: piattaforme capaci di penetrare più in profondità nel territorio ucraino e di rilasciare piccoli droni FPV, i cosiddetti “figli”, guidati da remoto fino all’obiettivo.
Non è solo un’innovazione tecnica, un salto di qualità nella capacità di colpire. Il meccanismo è questo: il drone principale, una versione modificata del Geran-2, vola verso l’area designata e funge da ripetitore di segnale.
A un certo punto sgancia il drone più piccolo, che viene guidato in prima persona attraverso un visore, come se l’operatore vedesse con i suoi occhi ciò che sta per colpire.
Questo sistema sostituisce il ponte di comunicazione che prima veniva garantito dalla rete satellitare di SpaceX. In precedenza erano stati usati anche droni più economici, come i Gerbera, ma con capacità di carico ed efficacia molto limitate. I Geran, invece, possono sia dirigere il drone figlio sia continuare la missione. Fin qui la descrizione tecnica.
Ma quello che più mi turba è altro.
Secondo l’Institute for the Study of War, questi droni non vengono impiegati solo contro obiettivi militari. Gli analisti parlano di un uso sistematico contro civili e infrastrutture civili, specialmente nella cosiddetta “kill-zone”, l’area entro 15 – 20 chilometri dal fronte dove la saturazione di droni rende ogni movimento potenzialmente mortale.
Gli FPV, proprio perché consentono all’operatore di vedere in tempo reale il bersaglio, dovrebbero teoricamente permettere una distinzione più precisa tra obiettivi militari e civili. E, invece, secondo diverse analisi, colpiscono con una frequenza tale da far parlare di “safari umano”: persone inseguite e attaccate come fossero bersagli da caccia.
È un’espressione agghiacciante, ma rende l’idea della disumanizzazione in atto. La cosa più grave è che non si tratterebbe di effetti collaterali casuali. L’accusa è che il danno ai civili venga trasformato in strumento di guerra deliberato: seminare terrore, svuotare territori, paralizzare la vita quotidiana.
Su queste tattiche si è aperta anche un’inchiesta delle Nazioni Unite, che ha parlato di possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non stiamo solo assistendo a un’evoluzione tecnologica. Stiamo assistendo alla normalizzazione di una guerra in cui la distanza fisica dall’obiettivo rende più facile colpire, ma non meno grave la responsabilità morale.
Quando la guerra diventa un flusso video in un visore, quando la vita umana appare come un punto che si avvicina sullo schermo, il rischio è che si perda completamente il senso del limite.
È devastante l’idea che l’innovazione venga piegata non a ridurre il danno, ma a renderlo più efficiente, che il confine tra bersaglio militare e persona che vive, cammina, esiste, venga dissolto nella logica dell’efficacia operativa.
Perché oltre la strategia, oltre la geopolitica, resta una domanda semplice e terribile: fino a che punto sono disposti a spingersi nella trasformazione della tecnologia in strumento di barbarie?





